Archive for gennaio 2012

E se l'avesse fatto Berlusconi?

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Bisogna dire la verità: se quello che Luca Sappino ha pizzicato sul sito del governo fosse stato concepito da Berlusconi, sarebbe stato tutto un fiorire di scompisciamenti collettivi, di accigliate considerazioni sul livello raggiunto dalla propaganda e di roventi polemiche per l'uso inappropriato e demagogico di un sito istituzionale.
Invece, siccome a raccontarci la storiella della bimba che parla di "nonno Mario" definendolo "quello che dice le cose giuste per il futuro" è il nostro responsabilissimo governo tecnico, tutto sembra assumere contorni meno preoccupanti.
A me, che l'abbia messa su Monti o Berlusconi, una pagina così sembra ugualmente ridicola. Così come mi pare ridicolo -e assai più preoccupante della pagina- l'atteggiamento di quelli che ritengono una fregnaccia meno fregnaccia solo perché l'ha inventata uno che viene considerato "serio" da chi fa tendenza.

Un momento lungo 50 anni

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Carmela Rozza, capogruppo PD al Comune di Milano, ci comunica che non è il momento per le coppie di fatto e per quelle omosessuali, perché il suo partito vuole "con testardaggine, affrontare l'argomento con la giusta serenità".
Il che, a onor del vero, mi ricorda un po' la barzelletta del tizio che va a trovare un eremita in cima a una montagna, gli chiede "come va?" e dopo tre anni si sente rispondere "va bene, ma se sei venuto per rompere i coglioni te ne puoi andare anche subito".
Fuor di metafora, la questione dei diritti degli omosessuali è sul tappeto da qualche decennio: se n'è discusso fino alla nausea, in tutte le sedi possibili e immaginabili, non senza doversi sorbire insulti, fregnacce e supercazzole: eppure, a quanto pare, gli amici del PD hanno ancora bisogno della "giusta serenità", vale a dire di chissà quanto altro tempo, per sviscerare la questione ancora un po'.
E meno male che questi si dicono progressisti: figuriamoci che sarebbe successo se fossero stati conservatori.

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Grazie a Clara per la segnalazione.

Dare a Twitter quel che è di Twitter

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In estrema sintesi, mi pare che sia successo questo: Twitter ha reso noto in modo trasparente come si comporterà in relazione alle richieste di alcuni paesi di censurare messaggi che in quei paesi sono considerati illegali; il che significa, sempre per quello che sembra di capire a me, che Twitter ha annunciato di voler rispettare le leggi vigenti nei diversi paesi, anche perché presumo che in caso contrario in quei paesi la piattaforma verrebbe oscurata del tutto.
Ora, a me pare evidente che se in Arabia Saudita è considerato illegale postare su Twitter una battuta su Allah -ma anche pronunciarla in un bar, scriverla su un muro o spedirla via posta a qualche migliaio di persone- il problema sia il governo dell'Arabia Saudita, non gli amici di Twitter: i quali, nella circostanza, hanno avuto l'unica colpa di dichiarare pubblicamente quello che -credo- sarebbero stati obbligati a fare in ogni caso; ipotesi nella quale, gioverà sottolinearlo, la censura sarebbe operata lo stesso senza che in giro se ne sappia nulla.
Dopodiché, tutto si può sostenere: perfino che su Twitter -o su Facebook, o sui social network in generale- incomba il compito di risollevare le sorti dei paesi in cui la libertà d'espressione è fortemente limitata o negata del tutto; sta di fatto, però, che Twitter -o Facebook, o i social network in generale- sono delle azienda private, cui non si può attribuire come se fosse una cosa normale l'obiettivo di votarsi al martirio e capeggiare i focolai di rivolta che si accendono in giro per il pianeta.
Convengo sul fatto che non si tratti dello scenario più incoraggiante che sia dato immaginare, né di una situazione della quale ci si debba rallegrare: ma ho una gran paura che nell'immaginario collettivo a Twitter, a Facebook e a internet in generale sia stato attribuito un ruolo che in certi casi non è materialmente possibile svolgere.

Ius sòla

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Mi permetto di far notare ai detrattori dello ius soli, cioè del principio per cui se qualcuno viene alla luce in un certo paese ne diventa automaticamente cittadino, che attualmente in Italia vige lo ius sòla, vale a dire il principio in base al quale uno nasce sul territorio della repubblica, ci vive, ci va a scuola, ci gioca a pallone, ci fa i compiti, ci si innamora, parla la stessa lingua degli altri, e come risultato gli danno la sòla di considerarlo lo stesso uno straniero.
Ecco, dovendo scegliere tra lo ius soli e lo ius sola, io propenderei decisamente per il primo.
Tutto qua.
Sent from my Blackberry®

E se ci stessero fregando un'altra volta?

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Ricapitoliamo. La buona notizia è che l'ennesima sanatoria sulle affissioni politiche abusive è stata miracolosamente eliminata dal decreto milleproroghe: il che equivale a dire che i partiti, loro malgrado, dovranno pagare fino all'ultimo euro le multe elevate nei loro confronti per la miriade di manifesti con i quali hanno infestato le nostre città.
Una vittoria, si direbbe: e forse, per certi versi, non senza motivo.
Sta di fatto, però, che l'eliminazione della sanatoria sarebbe effettivamente rilevante nel solo caso in cui le sanzioni venissero effettivamente comminate, perché in caso contrario il problema sarebbe superato a monte e chi s'è visto s'è visto.
La domanda, in altre parole, è: i vigili urbani fanno sistematicamente la multa ai partiti che affiggono abusivamente i loro manifesti? Oppure ne fanno una ogni tanto?
Il problema, secondo qualcuno, sarebbe marginale: ma i calcoli più puntigliosi indicano che se le sanzioni fossero erogate con regolarità l'introito per le casse del solo comune di Roma si aggirerebbe intorno ai 2 milioni di euro al mese.
Ebbene, voi avete idea di quello che si potrebbe fare con 2 milioni di euro al mese? Voi che vi dannate l'anima perché mancano gli asili nido, perché l'edilizia popolare praticamente non esiste, perché gli autobus sono pochi e non funzionano, perché la città è sempre più sporca e non ci sono le risorse per provvedere? Voi che un giorno sì e un giorno no dovete precipitarvi giù dall'ufficio a spostare la macchina perché sotto ci sono i vigili che rastrellano multe stradali a rotta di collo, e quella macchina non sapete dove metterla anche volendo pagare, e arrivare al lavoro con i mezzi sarebbe un'impresa titanica? Voi che ce la mettete tutta per tirare avanti, mentre i partiti continuano allegramente a fare i loro comodi coi soldi del finanziamento pubblico -vale a dire i vostri- senza pagarne le conseguenze?
Credete davvero che si tratti di una faccenda marginale? E non avete il dubbio che in un modo o nell'altro, sanatoria a parte, ci stiano fregando un'altra volta?
Io, al posto vostro, ci rifletterei.

Roma cambia

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Se fossi sindaco, mi avessero eletto dopo una martellante campagna elettorale condotta in gran parte sul tema della sicurezza e dopo quasi quattro anni mi ritrovassi per le mani una città che è diventata una specie di far west, conterei le ore che mancano alla fine del mio mandato e appena possibile lascerei perdere la politica per dedicarmi ad altro.
Invece, si sa, dalle nostre parti la memoria è un optional: e quindi può andare a finire che uno abbia perfino l'alzata d'ingegno di ricandidarsi, e magari di presentarsi un'altra volta come quello che metterà fine alla delinquenza dilagante a forza di ordinanze e provvedimenti d'urgenza.
Nel frattempo, come Alemanno stesso aveva presagito, Roma è cambiata: le strade si sono spopolate, la gente se ne sta a casa sempre più spesso e quelle rare volte che capita di farsi un giro si prova un'inquietudine che pareva dimenticata da tempo immemorabile.
Gran bel successo per uno che si era presentato come una specie di castigamatti, nevvero?

Il contrario della sfiga

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Provate a dire al vostro migliore amico che sabato pomeriggio non potrete restarvene con lui ad ascoltare per l'ennesima volta la discografia dei Pink Floyd raccontandovi i cazzi vostri perché dovete precipitarvi in ufficio a finire un lavoro importante: vi risponderà che gli dispiace tanto, anche perché era da un bel po' che non vi prendevate qualche ora per voi, ma quasi sicuramente vi capirà, vi farà un sorriso e vi dirà che a fantasticare insieme potrete restarci un'altra volta.
Poi provate a dire al vostro capo che sabato mattina non potrete precipitarvi in ufficio a finire quel lavoro perché avete proprio voglia di starvene a casa ad ascoltare la discografia dei Pink Floyd e a cazzeggiare col vostro migliore amico: se vi va di lusso vi guarderà come un povero idiota e penserà tra sé e sé che siete inaffidabile; più probabilmente vi inviterà a rimettere la testa al suo posto, vi darà dell'irresponsabile o vi minaccerà direttamente di licenziarvi.
Fatte le due prove, provate a raccontarle alle persone che conoscete e a chiedere loro cosa ne pensano: quasi tutte vi risponderanno che la reazione del vostro amico e quella del vostro capo sono entrambe perfettamente normali, dispensando un laconico "ci mancherebbe altro" per la prima e dedicando un meravigliato "ti ha dato di volta il cervello", con tanto di occhi sgranati, alla seconda.
Il fatto è che viviamo in un mondo completamente centrato sul lavoro, sulla produttività, sulla performance: e che gli altri ci giudicano quasi esclusivamente in base a quei parametri, come se fossero gli unici effettivamente utili a stabilire se la nostra vita sia condotta nel modo giusto.
L'affermazione di Michelle Martone, secondo il quale quelli che a ventotto anni bivaccano ancora all'università sono degli sfigati, è perfettamente condivisibile se si guardano le cose da questo punto di vista: o meglio, se si considera la capacità di lavorare e produrre reddito il solo parametro plausibile per farsi un'idea di un essere umano.
Il mio migliore amico se n'è andato all'improvviso quasi quindici anni fa. Aveva -guarda caso- ventotto anni, un'intelligenza cristallina e una curiosità scintillante che spesso e volentieri lo portavano a interessarsi di faccende molto lontane dalle materie che studiava all'università. Era fuori corso, e pure di brutto. Io lo stimavo così tanto che ancora oggi, dopo una vita, mi ritrovo a chiedermi cosa ne penserebbe di una notizia sul giornale, di un film, di una questione che mi trovo ad affrontare e non so bene da che parte prendere.
Era uno sfigato, secondo il dio di Martone, mentre secondo il mio era il contrario della sfiga: era la vita in tutta la sua complessità, in tutta la sua ricchezza, in tutte le infinite sfumature che la compongono in un disegno di volta in volta singolare, unico, irripetibile.
Avere la pretesa di semplificarle così, quelle sfumature, riducendole a un indice da calcolare in base all'età e agli esami che mancano alla laurea, è un'operazione così superficiale da sfiorare il ridicolo.
Se non facesse quasi tenerezza per quanto è ingenua, verrebbe proprio da definirla un'alzata d'ingegno da sfigati.

Due destre

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Votare contro il cosiddetto decreto "svuota-carceri" significava votare contro la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari e contro il tentativo di limitare il sovraffollamento delle carceri, che è ormai diventato intollerabile.
Ebbene, oggi l'Italia dei Valori si è espressa proprio così: e per quanto mi riguarda chi la vede in questo modo, comunque si autodefinisca, è di sinistra quanto io sono della Roma.
Se questa, come si vocifera, è l'ala più agguerrita della coalizione che si oppone al PdL e alla Lega, vuol dire che in parlamento abbiamo due destre: roba che alle prossime elezioni per sceglierne una toccherà lanciare una monetina.
Con il rischio concreto che resti per aria.

Cominciate a contare i soldi

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Qualche volta succede che mettendocela tutta ce la si può perfino fare.
Adesso vigiliamo, ché spesso queste schifezze escono dalla porta per rientrare dalla finestra: nel frattempo, cari partiti abusivisti, cominciate a contare i soldi.
Salvo magheggi dell'ultimo minuto, ho idea che ve ne serviranno parecchi.

Caro Grillo, la cittadinanza non è un derby

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Seble Woldeghiorghis per Metilparaben.
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Mi ha veramente lasciata perplessa la notizia del post di Grillo in merito alla concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati:

La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall'altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della "liberalizzazione" delle nascite.

Trovo la dichiarazione di Grillo sconcertante, ma non per lo stesso motivo che ha scatenato la protesta online: cittadinanza sì, cittadinanza no. Sarei folle se dichiarassi che non sono d'accordo con la cittadinanza a chi nasce e/o cresce in Italia, avendone fatto una battaglia personale portata avanti prima con l'associazionismo e ora all'interno del Comune di Milano, dove da qualche mese ho la fortuna di lavorare.
Per quanto mi riguarda: CITTADINANZA SÌ.
Mi sbilancio: la semplificazione nella concessione della cittadinanza la porterei avanti anche per chi in Italia non vi é né nato, né cresciuto, ma che da anni ci vive. Cittadinanza quindi non solo ai figli, ma anche ai genitori. Ma questo forse é troppo per l'Italia di oggi. Partire dai figli sarebbe già un bel passo avanti.
Il post di Grillo ha effettivamente creato un coro da stadio allontanando a mio parere dal vero messaggio subliminale, ma non troppo, nascosto tra le righe. Per Grillo i cittadini stranieri non hanno diritti e la politica quindi non se ne deve occupare. I cittadini non muniti della cittadinanza sono delle entità invisibili che vivono una vita distinta dagli italiani (doc/dop): infatti, secondo Grillo, gli oneri dei deliri dei politici li subiscono solo gli italiani, mentre gli immigrati non ne vengono minimamente sfiorati (proprio loro che dalla politica vengono continuamente tartassati e strumentalizzati).
Mio caro Grillo urlante, qui non stiamo parlando del derby Milan-Inter, Roma-Lazio, Juve-Torino. La partita che si gioca affrontando il tema della cittadinanza, e che genera tanto tifo, é quella che si trova ad affrontare l'Italia con se stessa e sarà decisiva nel decretarne il successo nazionale, ma soprattutto internazionale.
Spero che tu raccolga l'invito dell'On. Sarubbi per un confronto su questo tema che vada al di là delle cinque righe sparate senza meditare. Sarebbe bello poter fare l'incontro in un bello stadio e riempirlo di tutti quei cittadini italiani di fatto, ma non di diritto, che ordinatamente e a turno ti racconteranno cosa voglia dire vivere in un Paese che non ti riconosce, che ti considera non degno di attenzione.
Nel caso dovessi accettare, ti consiglio di prenderti una giornata intera per ascoltare ogni intervento. Ne sentirai delle belle, e forse a quel punto capirai il vero senso della campagna "L’Italia sono anch'io".

Prossima mossa: vietare i supplì

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Mentre a Roma ci si ammazza in un modo che manco nei film degli anni '70, Alemanno continua a governare la sicurezza a forza di ordinanze anti-alcool: così, come capirebbe perfino un bambino delle elementari, la città si svuota e diventa sempre più pericolosa.
A questo punto si tratta di scegliere: o il sindaco si fa un esame di coscienza, lascia bere un paio di birre in pace alle persone perbene e si occupa dei problemi seri, oppure andiamo avanti così e facciamo finta di niente.
In tal caso, la prossima mossa geniale potrebbe essere quella di proibire i supplì.
Il fritto, si sa, può esacerbare gli animi.

Generatore automatico di sfigati

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Ah, è così? Fare refresh per ottenere una nuova categoria di sfigati

Immortalato da Google Street

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L'amico e compagno Pietro Migliorati, che percorre tutti i giorni via Nomentana, mi ha inviato alcune foto della zona per il blog Manifesto Abusivo; in più, come chicca, mi ha fatto notare che cercando la stessa strada su Google Street si ottiene una bella fila di manifesti abusivi relativi alla campagna elettorale delle scorse amministrative di Gianni Alemanno: vale a dire dello stesso individuo che oggi, avendo la responsabilità di governare la città, dovrebbe far rispettare la legalità delle affissioni.
Per la serie: se ti è venuta la tentazione di raccontarci che sei sempre stato contro, inventatene un'altra.

Elsa, quella sensibile

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Io so dove fermarmi, di certo non andrò a sbattere come il comandante Schettino. E comunque non scenderò mai dalla nave.
Il ministro Fornero è così sensibile che non riesce a pronunciare la parola "sacrifici" senza farsi venire le lacrime agli occhi; peccato, però, che di tutta quella sensibilità non si intraveda la minima traccia quando decide, sia pure metaforicamente, di citare il solito Schettino per affermare di essere meglio di lui.
Ecco, io avrei trovato più sensibile una che avesse parlato delle modifiche alle pensioni senza piangere, avendo tuttavia il buon gusto di non tirare in ballo la tragedia del Giglio per far capire agli altri quant'è brava.
Si vede che abbiamo due concetti diversi di sensibilità.

La gara a chi è più onesto

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Dedicato agli amici del PD, che quando li critichi per i manifesti abusivi ti rispondono: "Ma proprio tu parli, che sei radicale e hai ...?".
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Un giorno l'avvocato Bombacioni vide il geometra Sberetta che parcheggiava la macchina nel posto dei disabili sul corso del paese e lo apostrofò in mezzo alla strada dicendogli che si trattava di un comportamento inaccettabile; il geometra balbettò qualcosa, ma proprio mentre stava per ammettere di aver sbagliato gli venne in soccorso il farmacista Tromba, il quale fece presente a Bombacioni che lui non poteva criticare nessuno, giacché faceva sempre cagare il cane sul marciapiede senza raccogliere con la bustina; l'avvocato arrossì, ma in quel mentre passava il salumiere Zuppacci, che rilevò come il farmacista dovesse solo stare zitto, visto che lo sapeva tutto il paese che non differenziava l'immondizia; il Tromba, punto sul vivo, abbozzò una giustificazione, ma fu interrotto dal notaio Canfora, che arrivando dall'altra parte della strada intervenne invitando Zuppacci a farsi i cazzi suoi e a pensare piuttosto a tutta la roba che vendeva senza fare lo scontrino; il salumiere alzò le mani come per chiedere scusa, ma nel frattempo sopraggiunse il preside Giantonti, gridando che il notaio proprio non poteva parlare, visto che aveva costruito nel giardino un casotto abusivo e l'aveva condonato alla chetichella; Canfora fece per dire qualcosa, ma a quel punto si era formato un capannello nel quale ciascuno diceva all'altro che non aveva titolo per giudicare perché aveva commesso per primo qualche magagna.
La discussione fu molto animata e andò avanti per un paio d'ore, poi si fece tardi e tutti se ne tornarono a casa.
Dal giorno dopo nessuno osò più criticare nessun altro: però il geometra Sberetta tornò a parcheggiare sul posto dei disabili, il cane dell'avvocato Bombaccioni continuò a sparpagliare merda sul marciapiede, il farmacista Tromba proseguì nel ficcare tutta la mondezza nello stesso sacchetto, il salumiere Zuppacci andò avanti a vendere prosciutto senza battere lo scontrino, il notaio Canfora costruì abusivamente una piscina, un campo da tennis e una sauna svedese.
Nei posti in cui si fa la gara a chi è più onesto, di solito, va a finire così.

Le risposte esaustive di Nichi

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L'ennesima occasione persa

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All'Assemblea Nazionale del PD che si è conclusa ieri Mina Welby ha cercato di presentare un ordine del giorno che impegnasse i parlamentari del Partito Democratico a non votare l'indecente sanatoria sulle affissioni politiche abusive contenuta nel milleproroghe: prima le hanno risposto che non era attinente alle questioni europee discusse in assemblea, e poi, quando l'ha modificato mettendo in luce che era attinente eccome, le hanno detto che non se ne poteva parlare perché era stato presentato in ritardo.
Io, personalmente, mi sarei aspettato che di fronte a una schifezza del genere il partito di quelli che stanno sempre a puntare il dito sulla disonestà degli altri avesse accolto la proposta di Mina indipendentemente dall'orario della sua presentazione, e che anzi l'avesse anticipata con prese di posizione pubbliche e inequivocabili sin dall'inizio dell'assemblea.
Invece, come al solito, nel PD si continua a nicchiare e ad attaccarsi ai cavilli: perdendo l'ennesima occasione per dimostrare ai cittadini che l'integrità di cui ci si ammanta abbia un minimo riscontro con la realtà.
E poi ci si lamenta quando si perdono le elezioni.

Elio e le Storie Mosce

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Sono sicuro che quindici anni fa Elio e le Storie Tese, dovendo occuparsi in qualche modo del naufragio della nave Costa all'isola del Giglio, avrebbero riservato il loro sarcasmo a tutti quelli che non parlano d'altro da una settimana, manco si trattasse del campionato di calcio, e inveiscono contro Schettino come se fosse il responsabile di tutti i mali del paese.
Invece ieri sera, durante la trasmissione della Dandini su La7, i nostri amici hanno pensato bene di adeguarsi all'andazzo generale, producendosi in una scipita parafrasi di "Onda su onda" e aggiungendo anche la loro voce, come se ce ne fosse bisogno, al coro degli indignati nautici che proliferano nel paese.
Lo registro, non senza una certa malinconia per l'impietoso confronto tra lo spettacolo di ieri sera e quello che Elio e le Storie Tese mi hanno regalato in tanti anni di canzoni dissacranti: rilevando che anche i più pungenti, a volte, finiscono per perdere gli aculei.

La sanatoria bipartisan

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Seguitemi con attenzione, ché ne vale davvero la pena.
Ieri al Decreto Milleproroghe è stato aggiunto un emendamento, che vedete in copia qua sopra e che recita così:
All'articolo 42-bis del decreto-legge 30 dicembre 2008 n. 207, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2009 n. 14, sono apportate le seguenti modificazioni:
  1. al comma 1 le parole "fino alla data di entrata in vigore del presente decreto" sono sostituite dalle seguenti: "fino al 29 febbraio 2012";
  2. al comma 2 le parole "entro il 30 settembre 2009 soo sostituite dalle seguenti: "entro il 30 settembre 2012" e le parole "31 maggio 2010" sono sostituite dalle seguenti: "31 maggio 2012".
Fin qui si capisce solo che hanno modificato un articolo di un decreto-legge, spostando in avanti alcune date. Ma noi, che siamo maliziosi, quell'articolo ce lo andiamo a leggere. Eccolo:
Art. 42-bis. Disposizioni per la definizione di violazioni in materia di affissioni e pubblicità
  1. Le violazioni ripetute e continuate delle norme in materia di affissioni e pubblicità commesse nel periodo compreso dal 1° gennaio 2005 fino alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, mediante affissioni di manifesti politici ovvero di striscioni e mezzi similari, possono essere definite in qualunque ordine e grado di giudizio, nonché in sede di riscossione delle somme eventualmente iscritte a titolo sanzionatorio, mediante il versamento, a carico del committente responsabile, di una imposta pari, per il complesso delle violazioni commesse e ripetute, a 1.000 euro per anno e per provincia.
  2. Tale versamento deve essere effettuato a favore della tesoreria del comune competente o della provincia qualora le violazioni siano state compiute in più di un comune della stessa provincia. In tal caso la provincia provvede al ristoro, proporzionato al valore delle violazioni accertate, ai comuni interessati, ai quali compete l’obbligo di inoltrare alla provincia la relativa richiesta entro il 30 settembre 2009. In caso di mancata richiesta da parte dei comuni, la provincia destinerà le entrate al settore ecologia. La definizione di cui al presente articolo non dà luogo ad alcun diritto al rimborso di somme eventualmente già riscosse a titolo di sanzioni per le predette violazioni. Il termine per il versamento è fissato, a pena di decadenza dal beneficio di cui al presente articolo, al 31 maggio 2010. Non si applicano le disposizioni dell’articolo 15, commi 2 e 3, della legge 10 dicembre 1993, n. 515.
Ci siamo, adesso? Con questo emendamento si sanano tutte le affissioni abusive dei partiti fino al 29 febbraio 2012 (cioè anche quelle che devono ancora essere commesse) pagando un importo forfettario di mille euro per provincia (invece che la multa da 200 a 1.500 euro a manifesto, come ad esempio recita il regolamento comunale di Roma).
Ebbene, quale partito sarà stato così svergognato da sanare con quattro soldi tutte le nefandezze commesse dai politici sparpagliando cartaccia in giro? Be', sotto l'emendamento c'è la firma dei due relatori: Gianclaudio Bressa (PD) e Gioacchino Alfano (PDL).
Devo aggiungere altro?

Tre metri sotto Schettino

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Il sito web del principale giornale italiano dedica interamente i primi non so quanti -ma tanti- pixel al -pur gravissimo- naufragio della nave al Giglio, tanto che per leggere qualche altra notizia ci si deve slogare l'indice a forza di girare la rotella del mouse.
Non so, a me l'idea che quello che succede in tutto il resto del mondo sia tre metri sotto Schettino pare francamente inquietante.
Non è che stiamo esagerando, eh?

Tutti commissari tecnici, e anche nautici

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Una volta, tanti anni fa, mi toccò andare in non so quale stazione dei carabinieri dalle parti della via Ostiense a recuperare una patente che avevo smarrito ed era stata ritrovata.
Come mi capita fin troppo spesso, ché sugli orari sono un po' fissato, arrivai in anticipo rispetto all'apertura al pubblico, e non sapendo come ingannare il tempo decisi di impiegare i venti minuti che mancavano facendomi un cappuccino nel bar accanto alla caserma.
Era l'epoca in cui Alberto Tomba spopolava, e nel locale c'era una minuscola televisione in bianco e nero, collocata in alto sopra la cassa, sintonizzata sulla prima manche dello slalom speciale che stava per iniziare. Era così piccola e così lontana che a stento si distinguevano i contorni delle inquadrature; il barista, nondimeno, fissò con aria esperta quello schermo minuscolo e sentenziò: "Oggi Tomba 'gnafà, 'a neve nun è bbona".
Probabilmente quel barista non c'era mai stato, sulla neve, e anche se ci fosse stato non avrebbe potuto apprezzarne minimamente la consistenza, da quel monitor microscopico; così come non erano mai stati neanche su un canotto tutti quelli che ai tempi di Azzurra discettavano con disinvoltura di strambate, rande cazzate e boline come se non avessero mai fatto altro nella vita.
E' che molti italiani, purtroppo, sono fatti così: tutti commissari tecnici della nazionale, profondi conoscitori dell'eptathlon, sgamatissimi di spread, imbattibili nell'interpretazione tattica della pallamano.
E da ieri, naturalmente, espertissimi nel campo della nautica.

Troppo odio

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Io penso questo: un conto è mettere ciascuno dinanzi alle proprie responsabilità, per quanto gravi esse siano, e fare in modo che quelle responsabilità, una volta accertate, vengano punite dalla legge; un altro è lasciarsi andare al furore cieco, al linciaggio (sia pure solo verbale), alla voglia inconsulta di vendetta.
Lo so, quello che state per dirmi: che se su quella nave fosse morto un mio parente la vedrei diversamente. E quasi certamente avete ragione. Ma per questo, credo, gli esseri umani hanno deciso di darsi delle leggi: per sottrarre i loro simili che hanno commesso degli errori alla furia di chi li ha dovuti subire. E questo ci ha regalato quel minimo di sicurezza sociale della quale beneficiamo tutti, quotidianamente, e che forse diamo per scontata.
A me pare che in giro ci sia troppo odio. E l'odio è l'anticamera delle cose orribili che diciamo di voler combattere, e che invece stiamo accogliendo a braccia aperte senza manco accorgercene.
Cerchiamo di tenere la testa a posto, per quanto possibile, o la vedo bruttissima.

Generatore automatico di sagaci misure per la sicurezza

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Letta la notizia, non posso esimermi: fare refresh per ottenere una nuova, sagace misura di sicurezza
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Grazie a Clara per la segnalazione.

Il flop abusivo del PD

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Sui social network serpeggia l'ironia sulla nuova campagna del PD (per capirci, quella con Faruk, Fabrizio, Eva e tanti altri amici), che a dire di molti sarebbe l'ennesimo flop mediatico.
Serpeggia molto meno, però, l'indignazione (termine di cui i nostri amici democratici fanno sovente grande sfoggio) legata al fatto che detta campagna è stata realizzata in gran parte mediante attacchinaggio di manifesti abusivi in ogni angolo delle città: cioè, sinteticamente, è illegale, come peraltro accade sempre, tant'è che noi denunciamo la cosa da una vita.
Come dire: visto che c'è qualcuno che da anni ve li segnala, non sarebbe meglio preoccuparsi dei problemi veri?

Quello che non basta

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Secondo Gianni Alemanno "non basta autodefinirsi indignados per creare difficoltà e fastidi ai cittadini romani".
Non discuto. Rilevo, però, che in teoria per creare difficoltà e fastidi ai cittadini non dovrebbe bastare neanche essere stato eletto sindaco: e a me, francamente, lui ne ha creati molti di più degli indignados.
Senza manco cantare e ballare in mezzo alla strada.

Conosci Fabrizio, quello che non paga le affissioni?

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A quanto pare gli amici del PD conoscono Fabrizio, Eva, Faruk, Serena e un sacco di altre personcine in gamba che vogliono presentarci su Facebook.
Si tratterà sicuramente di gente come si deve, che va matta per la costituzione e si indigna un giorno sì e l'altro pure contro il malcostume dilagante nel paese, facendo like a rotta di collo su status traboccanti senso civico, responsabilità, rispetto delle istituzioni, insulti a chi delinque e quant'è bello il presidente Napolitano che insieme a loro è l'unico onesto.
Conoscono Fabrizio, Eva, Faruk, Serena e un sacco di altre personcine in gamba, gli amici del PD: però, a quanto pare, non conoscono il regolamento comunale per le pubbliche affissioni né si peritano di consultarlo, e continuano allegramente ad appiccicare in giro i loro manifesti hipster-pop che fanno tanto comunicazione 2.0 senza chiedere il permesso a nessuno e senza pagare la tariffa, come se la città fosse un enorme spazio tutto loro, da insozzare a piacimento in barba a qualsiasi regola.
Io, sinceramente, non ho avuto il piacere di conoscere Fabrizio, né Faruk, né Eva, e nemmeno Serena: però penso che queste personcine così smart e trendy dovrebbero preoccuparsi di rispettare la legge, prima di chiedermi di cercarle su Facebook.
Fino a quel momento, gli unici che dovrebbero trovarle sono i vigili urbani.

Manifesto abusivo

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Con i compagni di Radicali Roma abbiamo messo su un blog fotografico nel quale vogliamo collezionare quante più foto possibile dello scempio che i partiti mettono in scena tutti i giorni a Roma con i loro manifesti abusivi.
Se volete dargli un'occhiata potete cliccare qua: se volete partecipare con le vostre foto (i manifesti abusivi sono quelli privi del timbro del comune, praticamente quasi tutti) mandatemi una mail con la foto e provvederò a pubblicarla.
Buona indigestione di carta straccia.

Mi fate più paura voi

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Sinteticamente, ritengo che essere consapevoli:

  1. dell'esistenza e delle ragioni della presunzione di innocenza;
  2. del fatto che in uno stato di diritto nessuno può essere arrestato se non per una sentenza di condanna da parte di un tribunale della repubblica, tranne nel caso in cui sia concretamente presumibile che egli possa inquinare le prove, reiterare il reato o darsi alla fuga;
  3. della circostanza che il voto del parlamento sull'autorizzazione all'arresto di un suo membro sia motivato da importantissimi motivi concernenti il bilanciamento dei poteri dello stato;
  4. del fatto che negare l'autorizzazione all'arresto di un parlamentare non significa fermare la giustizia e cancellare il processo a suo carico, ma semplicemente ritenere che egli potrà attenderne l'esito fuori dal carcere;
essere consapevoli di tutto questo, e nondimeno fare fuoco e fiamme come se tutte queste regole, poste a tutela dello stato di diritto, possano essere ignorate solo perché l'imputato risponde al nome di Nicola Cosentino e "tanto lo sanno tutti che è un mafioso" significa sancire la possibilità che un cittadino venga messo in carcere al di fuori delle regole stabilite; il che, in ultima analisi, configura l'anticamera di un regime che sarà legittimato a fare lo stesso con me, con voi, con chiunque.
Spero dunque che tutti quelli che oggi si stracciano le vesti a causa del voto parlamentare di ieri lo facciano perché non del tutto consapevoli di quanto sinteticamente enunciato nei punti di cui sopra, o perché non ne hanno compreso appieno il significato.
In caso contrario, costoro mi spaventerebbero molto, ma molto più di qualsiasi mafioso, vero o presunto tale.

Rimpiangere un vescovo

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Quando due persone decidono, anche se sono dello stesso sesso, di vivere insieme, è importante che lo Stato riconosca questo stato di fatto. Uno Stato laico come il nostro non può ignorare il fenomeno delle convivenze. Poi la valutazione morale spetterà ad altri.
Ecco, quando ti ritrovi a pensare che se fosse un vescovo a guidare il fronte dei progressisti il paese andrebbe un tantino meglio, significa proprio che nel paese c'è qualcosa che non va.

Da esseri umani liberi

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Non essendo un esperto di diritto penale, non so se lo status di Gianluca Iannone su Facebook e i successivi commenti configurino effettivamente il reato di istigazione a delinquere; so, tuttavia, che se dovesse essere così dovrebbe essere considerata istigazione a delinquere, probabilmente a maggior ragione, anche l'alzata d'ingegno di intonare dei coretti del tipo "Dieci, cento, mille Acca Larentia" o "Camerata basco nero, per te c'è solo il cimitero".
Ciò detto, e a prescindere dagli aspetti strettamente giuridici, l'occasione mi è gradita per comunicare che tutti e due gli episodi sono molto lontani dal mio modo di intendere la politica e la vita, e per questo mi provocano un certo disagio: non sono solito, infatti, né felicitarmi su Facebook per la morte di qualcuno, né canticchiare giocondo in mezzo alla strada un motivetto dedicato all'omicidio di chicchessia.
Ecco, a prescindere da tutto il resto mi piacerebbe molto che entrambi fossero stati segnalati dai giornali perlomeno con la stessa enfasi: e che qualcuno avesse il coraggio di dire, una buona volta, che inneggiare alla morte delle persone non è un granché a prescindere dall'appartenenza politica di chi lo fa.
Una cosa tipo avere un giudizio da esseri umani liberi, avete presente?

Neanche col dito mignolo

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Ed ecco che come d'incanto gli amici proibizionisti hanno l'alzata d'ingegno di proporre alla comunità europea la definizione di "trash drug": con ciò ammettendo implicitamente, se la logica non è un'opinione, che esistono anche "drugs" che non sono "trash", vale a dire che le droghe non sono affatto tutte uguali, circostanza della quale essi stessi hanno provato a convircerci per decenni a supporto delle loro pirotecniche imprese.
Ma questo sarebbe ancora niente.
La cosa divertente è che sono stati proprio loro, gli amici proibizionisti che adesso fanno fuoco e fiamme contro i distributori automatici, a provocarne la diffusione: vietando la coltivazione domestica della cannabis, mettendo in carcere i ragazzi pescati con venti euro di fumo in tasca, ripetendo ossessivamente la solita puttanata dello spinello che porterebbe dritti dritti nelle braccia dell'eroina.
E' colpa loro, che si ostinano a non voler vedere la realtà e si dilettano nei processi sommari allo stile di vita degli altri, se adesso quelle macchinette sparpagliano merda nelle tasche della gente: così come era colpa dei proibizionisti degli anni '30 se gli americani si ingozzavano di acquaviti maldestramente distillate e mandavano giù improbabili intrugli al metanolo.
Se in giro ci fosse ancora un briciolo di ragionevolezza cui appellarsi, questa sarebbe un'ottima occasione -l'ennesima- per fermarsi a riflettere e fare un paio di passi indietro: perché è fin troppo facile proibire e rifiutarsi di capire occupando le postazioni di comando del paese, e poi pretendere che a distinguere siano quattro ragazzini.
Siete voi, amici proibizionisti "senza se e senza ma", che avete insegnato loro a fare di tutta l'erba un fascio: fosse stato per noi, forse si sarebbero fatti una cannetta in più grazie alla piantina nel balcone; ma la robaccia dei distributori, credetemi, non l'avrebbero sfiorata neanche col dito mignolo.

Così è troppo facile

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Mi corre l'obbligo di rilevare che è troppo facile condurre la battaglia contro i costi della politica sollevando l'indignazione popolare se Rutelli, Schifani e Casini se ne vanno in vacanza alle Maldive, e poi nicchiare, tanto per dirne una, quando si tratterebbe di raccontare ai cittadini la clamorosa telenovela dei debiti di Roma, del valore complessivo di 12 miliardi e passa, messa in scena con l'unanime contributo di tutti i principali partiti e altrettanto unanimemente ignorata dagli organi di informazione.
Forse sarebbe il caso di lasciare che i politici spendano come meglio credono i loro quattrini, senza dare fiato alle trombe della demagogia dilagante, ma poi metterli all'angolo quando sperperano i nostri: e non costringere quattro disgraziati come noi a inventarsi un fotoromanzo per far sapere alla gente quello che nessuno -o quasi- ha il coraggio di raccontare.

Generatore automatico di precisazioni del Presidente sulla festa svoltasi a Palazzo Chigi

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Istruzioni: fare refresh per ottenere una nuova precisazione del Presidente sulla festa svoltasi a Palazzo Chigi

La metafora della casta è troppo facile

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C'è qualcosa di troppo facile, nella metafora della casta che da qualche tempo occupa ogni angolo del web.
C'è qualcosa di troppo facile e di poco responsabile, per quanto le lamentazioni che leggo siano più che giustificate dagli imbarazzanti comportamenti adottati da gran parte della nostra classe politica.
Ma il punto è: chi li ha consentiti, quei comportamenti? Quanti di quelli che postano a rullo banner e figurine e motti e slogan e fotomontaggi e resoconti sui privilegi dei politici hanno effettivamente provato, nel loro piccolo, a iscriversi a un partito e scalzarli dalle loro posizioni? Chi di loro si è preso la briga di presentarsi nelle sezioni del PD, nei circoli del PdL, nelle divisioni territoriali degli altri partiti, e di portarci dentro un atteggiamento diverso con ostinazione, senza mollare, insistendo finché qualcuno non gli desse retta?
Pochi, presumo. E lo presumo perché se fossero tanti si darebbero man forte l'uno con l'altro e la loro voce si sentirebbe per forza: metterebbero in scacco le loro dirigenze, proporrebbero iniziative, si candiderebbero ad assumere incarichi, e avrebbero successo perché sarebbero più degli altri, e più motivati, e più determinati, e più veri.
Pochi ci provano sul serio, purtroppo. Perché mettersi davvero a rompere i coglioni, ve lo assicuro, costa fatica e sacrificio e gastrite e quel boccone di tempo libero che ci rimane in una vita che spesso è già impossibile di suo.
Eppure non c'è altra strada. Non servono le denunce, i banner, le cascate infinite di like su Facebook e l'indignazione spammata su Twitter: si tratta solo di rimboccarsi le maniche e provarci, perché nessuna rendita di posizione, per quanto blindata essa sia, è in grado di sostenere a lungo l'urto dei numeri.
Finché questo non avverrà, la metafora della casta continuerà a sembrarmi troppo facile e poco responsabile: un urlo inutile che serve soltanto a tirare fuori la propria rabbia, a sparpagliarla in giro e a darsi una bella lavata alla coscienza prendendosela con gli altri.

Non perché guadagnano, ma perché si nascondono

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Vi dico la verità: non sono uno di quelli che si indignano all'idea che i parlamentari abbiano una busta paga sostanziosa, poiché ritengo che la loro attività sia (astrattamente) assai impegnativa, che comporti (astrattamente) notevoli responsabilità e che implichi una serie di rilevanti costi (astrattamente) finalizzati a rendere effettivo il rapporto con i cittadini e la comprensione dei loro problemi.
Né, debbo aggiungerlo, gli "astrattamente" che ho appena dovuto aggiungere tra parentesi potrebbero indurmi di per sé a una diversa valutazione, perché sono convinto che se una classe politica non si impegna, è priva di responsabilità e se ne strafotte del proprio mandato il punto sarebbe indurla a comportarsi in modo diverso, non rassegnarsi a tenersela così com'è accontentandosi di pagarla la metà.
Ciò premesso, e detto che in un momento di crisi nel quale si chiedono sacrifici a tutti ritengo comunque giusto che si parli anche degli stipendi dei parlamentari, quello che davvero non sopporto è l'atteggiamento di minimizzazione che costoro assumono ogni qual volta si parla dei loro quattrini.
Perché, ne converrete, un conto è guadagnare bene e rivendicare che si tratti di una circostanza giustificata dal valore del proprio lavoro, un altro è voler dare a bere agli altri di avere un reddito e dei benefici che tutto sommato non sono niente di speciale.
Ebbene, siccome pare che i nostri deputati e senatori abbiano scelto la seconda opzione, se ne deve dedurre che siano essi stessi i primi a ritenere marginale l'apporto che danno al paese: e che quindi siano costretti a nascondere ai cittadini non tanto il loro reddito in sé e per sé, quanto la sproporzione tra quel reddito e l'effettiva utilità del loro lavoro.
Di questo, credo, sarebbe davvero importante parlare: di come fare in modo che la classe politica, a prescindere da quello che guadagna, si ponga effettivamente al servizio del proprio paese; altrimenti, come spesso accade, si finisce per precipitare nella demagogia, che specie in un momento come questo non mi pare utile a nessuno.

Fuori orario

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In Italia milioni di persone lavorano tutto il giorno. Escono di casa che i negozi sono ancora chiusi (e anche se fossero aperti non potrebbero trarne alcuna utilità, perché devono volare in ufficio) e tornano che stanno tirando giù le serrande. Se arrivano a casa e scoprono che manca qualcosa, dal detersivo per la lavatrice all'olio per condire l'insalata, sono fottuti. Nel week end gli tocca prendere su, andare al supermercato e fare la scorta per i sette giorni successivi, senza dimenticarsi niente sennò se ne riparla il sabato che viene; in più devono organizzarsi per le normali operazioni che riguardano la vita di ognuno, tipo andarsi a tagliare i capelli, fare la ceretta, comprare quello che serve per vestirsi, capire se manca qualcosa a casa, fare due o tre lavatrici e via discorrendo, il tutto cercando contestualmente di scambiare due parole due con la moglie/marito/compagna/compagno/fidanzata/fidanzato ed eventualmente con i figli e nei casi più audaci perfino con un paio di amici, tutte personcine con cui durante la settimana ci si vede giusto in tempo per darsi la buonanotte. Se non lo fanno, magari perché si concedono un paio di giorni fuori, oppure hanno un matrimonio, o magari si beccano l'influenza, restano con il frigo vuoto, i capelli lunghi, i peli sull'inguine, i pantaloni vecchi che andarci al lavoro è da vergognarsi, l'ultimo paio di calzini puliti nel cassetto e così via.
Sono milioni di persone, non due o tre.
Poi, finalmente, qualcuno consente ai negozianti di restare aperti negli orari che preferiscono, e questi milioni di persone tirano un sospiro di sollievo: hai visto mai che riuscirò a comprare un chilo di frutta alle nove di mercoledì, con un minimo di calma, mentre torno dal lavoro? Hai visto mai che il parrucchiere decide di farmi la messa in piega, dico per dire, alle ventitré, così ceno e poi ci vado e mi faccio pure un sonno sulla poltroncina? Hai visto mai che sabato prossimo, per una volta, potrò avere la sensazione di vivere in un giorno festivo, perché qualche impiccetto l'ho già sbrigato durante la settimana?
A quel punto i negozianti si incazzano. Forse, tiro a indovinare, perché hanno paura che qualcuno di loro abbia più voglia di lavorare, o magari che lavori lo stesso numero di ore ma si ingegni per cambiare l'orario in cui resta aperto, e che in questo modo porti via loro i clienti. I quali clienti, secondo il loro dio, non devono andare da loro perché li scelgono in base alla qualità del servizio che ricevono, ma semplicemente perché vi sono costretti.
Sotto casa mia c'è già, un negozio che resta aperto un pochino più degli altri. Sono là da un mese e mi ha già salvato le chiappe tre o quattro volte. Il suo titolare, guarda caso, è uno straniero: e magari, tiro ancora a indovinare, siccome è straniero non ha ancora sviluppato la curiosa convinzione che quello che incassa gli sia dovuto per grazia divina.
Io sono felice che ci sia, e sarò ancora più felice se tra qualche mese ce ne saranno degli altri: semplicemente perché mi consentirebbero di vivere un tantino meglio.

L'aula approvò

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Un giorno il sindaco Vandalo si ritrovò sulla scrivania una decina di pagine dattiloscritte raccolte in una cartellina trasparente: si trattava di uno studio statistico del dipartimento dei vigili urbani, dal quale emergeva che nell'ultimo anno più della metà delle risse che avevano avuto luogo nella piazza centrale del paese era stata posta in essere da individui che avevano bevuto almeno una birra.
Il sindaco Vandalo rifletté un paio d'ore e pensò che tra le due circostanze esistesse un evidente nesso causale, confortato dal parere di una quantità di consulenti secondo i quali l'assunzione di bevande alcoliche poteva effettivamente incrementare l'aggressività: perciò riunì il consiglio comunale e fece approvare, con il voto contrario di un solo consigliere, una severa ordinanza nella quale si proibiva agli esercenti di vendere birra, vino e superalcolici oltre le nove di sera, pena l'irrogazione di cospicue sanzioni pecuniarie.

Le risse nella piazza centrale, effettivamente, diminuirono drasticamente, ma il sindaco non fece in tempo a godersi la soddisfazione del suo successo che i vigili urbani dovettero segnalargli una nuova emergenza: da un'analisi statistica risultava che il settantacinque per cento delle scazzottate che erano avvenute davanti al municipio nell'ultimo biennio avevano avuto come protagonisti cittadini che avevano mangiato una pizza.
Il sindaco Vandalo si meravigliò alquanto, rifletté un paio di settimane e alla fine si persuase che tra le due circostanze dovesse esistere una relazione, confortato dal parere di un certo numero di consulenti secondo i quali la laboriosa digestione dell'amido poteva dar luogo ad un peggioramento dell'umore: perciò riunì nuovamente il consiglio comunale e fece approvare, con il voto contrario di un solo consigliere -lo stesso dell'altra volta-, una nuova ordinanza con cui si vietava ai ristoratori di vendere pizze dopo il tramonto, pena l'irrogazione di sanzioni pecuniarie raddoppiate rispetto a quelle dell'ordinanza precedente.

Le scazzottate davanti al municipio, effettivamente, scesero quasi a zero, ma neppure allora il sindaco poté dormire sugli allori, perché i vigili urbani gli fecero recapitare un ulteriore, incredibile studio: più del novanta per cento dei pestaggi che avevano avuto luogo nella piazzetta con la fontana negli ultimi dieci anni erano stati posti in essere da persone che si erano appena tagliate i capelli.
Il sindaco Vandalo rimase decisamente perplesso: così, nonostante il parere di uno sparuto gruppo di consulenti, secondo i quali la provvisoria crisi di identità che le persone sperimentavano dopo aver cambiato acconciatura poteva dar luogo a reazioni incontrollate, dovette convocare il consiglio comunale senza avere in mente alcuna proposta.
L'unico a chiedere la parola, nell'indecisione generale, fu il consigliere che si era opposto durante le votazioni precedenti. Dopo essersi alzato in piedi, egli si schiarì la voce e fece notare al consiglio che nella piazza centrale del paese c'erano quasi soltanto bar, che i locali davanti al municipio erano tutte pizzerie, che la piazza con la fontana era praticamente disabitata, eccezion fatta per la bottega del barbiere.
Non c'era da meravigliarsi, quindi, del fatto che in quei posti si picchiassero quasi esclusivamente persone che avevano bevuto un goccetto, che avevano mangiato una pizza o che si erano fatte tagliare i capelli: si trattava semplicemente delle ragioni per cui quegli individui si trovavano là, e non c'era alcun elemento per affermare che fossero anche i motivi per cui una parte -peraltro minoritaria- di loro aveva deciso di prendersi a sberle.
Piuttosto, proseguì il consigliere, il sindaco avrebbe dovuto chiedersi perché tanti abitanti del paese fossero così nevrotici da picchiarsi continuamente: forse a causa del servizio bus, che funzionava poco e male costringendo la gente a massacranti code in automobile? O forse per colpa del fatto che nessuno avesse progettato uno straccio di area ricreativa per i ragazzi, e l'unico punto di aggregazione fosse quell'inferno di centro commerciale? O magari a causa della sporcizia che infestava ogni angolo del paese e faceva venire la depressione alle persone appena mettevano un piede fuori di casa?
Il consigliere ringraziò, terminò l'intervento, si sedette.
L'aula rimase in silenzio per un paio di minuti buoni.
Poi il sindaco Vandalo si scosse, prese la parola e propose un'ordinanza che consentiva ai barbieri di tagliare i capelli solo nelle ore dei pasti e in presenza di una pattuglia dei carabinieri: per tutto il resto del giorno, pena l'arresto, solo shampoo e tinture.
L'aula, col voto contrario del solito consigliere, approvò.

Autorespingimenti

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Celti, fenici, cartaginesi, eruli, greci, unni, ostrogoti, bizantini, longobardi, vandali, alani, svevi, burgundi, visigoti, arabi, normanni, aragonesi, angioini, borboni, austriaci, e scusate se me ne dimentico qualche decina.
Se l'Italia multietnica fa davvero paura a quelli della Lega, mi sa che farebbero bene a non indagare troppo sul loro dna.
Altrimenti finisce che si cacciano da soli.

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