Archive for maggio 2012

Altro che anarchici, altro che caos

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Sapete cosa? Non ne posso più dell'adagio secondo il quale gli anarchici vorrebbero scatenare il caos.
Documentatevi, una buona volta, e scoprirete che il caos ha a che fare con l'anarchia quanto gli hamburger col veganesimo.
Sono semplicemente convinti, gli anarchici, che la responsabilità di ogni individuo debba essere adoperata senza che qualcuno la imponga.
Anzi, per la verità ritengono che si tratti dell'unico modo possibile per farlo: giacché non c'è responsabilità senza scelta, non c'è scelta senza libertà e non c'è libertà dove esiste imposizione.
Non sono gli anarchici, a creare il caos, ma gli altri: quelli che magari sono arrivati alla soglia della vecchiaia ma non hanno mai mosso un passo se qualcuno non ha detto loro di farlo, e perciò non hanno mai sviluppato alcun senso di responsabilità individuale.
Sono loro, appena si ritrovano col guinzaglio un tantino più lento, a diventare davvero pericolosi.
Altro che gli anarchici.

Bellezza e necessità

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Dice: la guerra non è una cosa bella, ma a volte è necessaria.
Sarà.
Sta di fatto, però, che al mondo ci sono un sacco di cose non belle, eppure necessarie: ma il fatto che siano necessarie pur non essendo belle non implica la necessità di farle sfilare in parata per la gioia di grandi e piccini, spendendo soldi e impiegando risorse per organizzare lo spettacolo.
Gli eserciti sono stati inventati per fare la guerra: e quindi, anche se servono a fare una cosa brutta, possono essere necessari.
Ciò non giustifica il fatto che sfilino in parata: anzi, credo che sborsare fior di quattrini per farli sfilare in parata sia un'alzata d'ingegno insensata.
Altrimenti finisce che a forza di applaudirli qualcuno si confonde, e finisce per pensare che la guerra, oltre a poter essere necessaria, è pure una cosa bella.
Tutto qua.

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Una macchina anziché tre

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Il signor Rossi, impiegato, prende la macchina alle otto di mattina, arriva al lavoro e parcheggia sotto l'ufficio; verso le diciotto si rimette alla guida, torna a casa, posteggia la macchina e la riprende la mattina successiva.
La signora Verdi, casalinga, abita vicino all'ufficio del signor Rossi, e verso le dieci prende l'auto per andare a fare un po' di spesa; poi torna a casa, parcheggia, verso le sedici e trenta si rimette in macchina per andare a prendere il figlio a scuola e rincasa mezz'ora dopo.
Il signor Bianchi, cameriere, abita vicino a casa del signor Rossi e prende l'auto intorno alle diciannove: la posteggia vicino al ristorante in cui lavora e verso l'una di notte se ne torna a casa.
E' di tutta evidenza che il signor Rossi, la signora Verdi e il signor Bianchi posseggono un'automobile ciascuno, ma potrebbero tranquillamente condividerne una sola: il che non significa soltanto che la città sarebbe ingombrata da una sola auto anziché tre, ma anche che i comproprietari potrebbero dividere per tre il costo di acquisto e le spese di gestione dell'auto, risparmiando in tal modo una barca di soldi che potrebbero utilizzare per molti altri scopi, tra i quali pagarsi taxi nel caso in cui si trovassero a doversi spostare al di fuori degli orari consueti o noleggiare una macchina quando vanno in vacanza.
Immaginate che tutti i signori Rossi, Verdi e Bianchi d'Italia si organizzassero così: le nostre città non sarebbero più dei giganteschi garage a cielo aperto, nei quali le macchine parcheggiate ricoprono ogni centimetro disponibile, e in più i loro abitanti si ritroverebbero in tasca un mucchio di soldi in più.
Non si tratta di una mia fantasia, naturalmente: si chiama carsharing, e come tutte le altre forme di condivisione andrebbe incentivato in ogni modo possibile e immaginabile, specie in un periodo di crisi come questo, replicando su larga scala l'esempio banale che ho appena fatto e svuotando il paese dalla lamiera in cui sta soffocando.
La cosa, naturalmente, andrebbe a tutto discapito delle aziende che producono le automobili, le quali si ritroverebbero con un fatturato ridotto di un terzo: ed è proprio per questo, temo, che le nostre amministrazioni si guardano bene dal pubblicizzarla e svilupparla più di tanto; magari menandola con la vecchia storia dell'occupazione, come se un colosso automobilistico, di fronte al disastro ambientale che ci sta investendo come un uragano, non avesse tutte le possibilità -e, per inciso, la responsabilità- di investire qualche quattrino e riconvertire in altro una parte della sua produzione.
Io, che col carsharing vado avanti alla grande da qualche mese, vi invito tutti a provarlo: e magari a chiedere al sindaco di istituirlo, se nella vostra città ancora non c'è.
Ne va della decenza del posto in cui vivete, e pure dei quattrini che avete in tasca.
Che dite, sono motivazioni sufficienti?

Io sono qua che prendo appunti

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Abbiate pazienza, ma la domanda sorge spontanea: quando cazzo ce l'hanno mai detta, la verità?
Vado a memoria e alla rinfusa: non ci hanno detto la verità, o perlomeno non ce l'hanno mai detta tutta, sulla strage di Piazza Fontana, sul deragliamento di Gioia Tauro, sull'attentato di Piazza della Loggia, sulla bomba dell'Italicus, sulla strage di Bologna, sull'attentato al rapido 904, su Gladio, sul piano Solo, sul sequestro Moro, sull'omicidio Pecorelli, sul suicidio Calvi, sul caso Sindona, sulla morte di Pinelli, sul delitto Calabresi, sulla loggia P2, sul disastro aereo di Ustica, sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, e via discorrendo con altri edificanti episodi che in questo momento mi sfuggono.
Adesso viene fuori che nessuna ragion di stato può ostacolare la verità.
Fantastico.
Allora, per cortesia, chi conosce i dettagli delle vicende che ho succintamente riassunto qui sopra -perché c'è, chi conosce quei dettagli- inizi pure a parlare.
Io sono qua, che prendo appunti.

Dai, allunghiamogli le gambe

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C'è una vecchia barzelletta che funziona più o meno così: un tizio vuole farsi accorciare il pisello perché è di una lunghezza sproporzionata, ma siccome in sala operatoria l'intervento non riesce il dottore guarda i suoi assistenti e dice: "Vabbe', dai, allunghiamogli le gambe".
Ecco, il ddl anticorruzione di cui si parla in questi giorni mi ricorda tanto quella barzelletta: perché se la giustizia italiana è un colabrodo che manda in prescrizione migliaia di reati, pensare di risolvere il problema aumentando la prescrizione anziché riformare una volta per tutte il sistema giudiziario è un po' come allungare le gambe a quel tizio invece di accorciargli il pisello.
Sapete cosa penso? Che pur di non mettere mano ai problemi della giustizia finiremo per abrogarla, la prescrizione: così come, travolti dallo scalmanato impeto giustizialista che imperversa in lungo e in largo, abbiamo di fatto già abrogato il principio per cui ciascuno è innocente fino al momento della condanna, il carattere eccezionale della carcerazione preventiva e il valore rieducativo della pena.
Tutta roba della quale, nell'emergenza di un paese invaso dall'illegalità, pensiamo di poter fare a meno: finché non ci accorgeremo che due -o tre, o quattro, o enne- torti non fanno una ragione; che quelle garanzie dimenticate andavano salvaguardate a maggior ragione in un momento tanto difficile; che dal malaffare si esce praticando lo stato di diritto, non cancellando come se niente fosse decenni -e a volte secoli- di civiltà giuridica.
Sarà un brutto giorno, quello in cui ce ne renderemo conto.
E forse, come spesso accade, sarà troppo tardi per tornare indietro.

Pensa se non cambiava niente

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Niente da dire, ci mancherebbe. Però, insomma, io sopra la scritta "cambia tutto" ci avrei messo la foto di qualcun altro.
Così, perché magari va a finire che uno accende il computer all'improvviso, legge la scritta, guarda la faccia e gli piglia un colpo.
Saluti.

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Un'aggravante insensata

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Uccidere la moglie perché non si sottomette alla propria volontà, perché non corrisponde alle proprie aspettative o semplicemente per gelosia è più grave che ammazzare un marito per le stesse ragioni?
Valutando le situazioni singole, evidentemente, no: in entrambi i casi, infatti, si tratta di omicidi riconducibili all'insano senso di possesso nutrito da parte di un individuo nei confronti di un altro individuo, che dovrebbero essere puniti esattamente allo stesso modo.
Le differenze -e sono differenze assai vistose- si possono riscontrare invece a livello complessivo.
Tanto per iniziare, accade molto più spesso che un maschio ammazzi una femmina piuttosto che il contrario, prova ne sia il fatto che la violenza degli uomini sulle donne rappresenta una vera e propria piaga sociale -il cosiddetto "femminicidio", di cui io stesso ho parlato spesso con grande preoccupazione-, mentre la violenza delle donne sugli uomini no.
In secondo luogo, le aggressioni degli uomini nei confronti delle donne sono la punta dell'iceberg di una diffusa mentalità maschilista di cui il nostro paese -e non solo- è profondamente intriso, che non si limita a spiegare i suoi effetti a livelli da cronaca nera, ma pervade capillarmente la società determinando una pressoché sistematica discriminazione di genere nelle famiglie e sui posti di lavoro.
Infine, la violenza maschile sulle femmine è resa ancora più odiosa dal fatto che in genere le donne sono fisicamente meno forti dei maschi, il che conferisce a quella violenza un carattere di vigliaccheria che non può lasciare indifferenti.
Per come la vedo io, però, tutto ciò non può giustificare l'idea di inserire nel codice penale la cosiddetta "aggravante per femminicidio", vale a dire un aumento della pena riconducibile al fatto che un maschio aggredisca una femmina per le ragioni che ho appena accennato.
Il punto è tutto nella domanda con cui ho aperto il post: alla quale, se ci muoviamo nell'ambito del diritto penale, non si può che rispondere limitandosi al caso singolo, giacché in uno stato di diritto ciascuno è chiamato a rispondere delle proprie azioni, ma non può ritenersi responsabile di quelle altrui; non mi pare, quindi, che l'aggravante a carico di un assassino possa essere posta in funzione del fatto che altri -per quanto numerosi essi siano- abbiano commesso il suo identico delitto, perché ciò equivarrebbe ad addossargli anche la colpa di quegli omicidi, dei quali egli non è responsabile.
Così come non mi sembra che l'aggravante per un atto di violenza si possa ricollegare alla -pur odiosa- mentalità maschilista dell'aggressore, a meno di non volerla prevedere anche nel caso in cui -specularmente- l'aggressore sia una donna, la vittima sia un uomo e la motivazione sia la mentalità femminista dell'omicida: altrimenti si dovrebbe concludere che l'elemento distintivo dell'aggravante non è la circostanza di essere riconducibile ad una data mentalità -cosa già di per sé discutibile, ma lasciamo correre-, ma il fatto che quella mentalità sia più o meno diffusa nella società in cui viviamo; cosa che, di nuovo, condurrebbe a stabilire una pena differenziata in ragione di elementi che non riguardano solo il reo, ma anche altri soggetti.
L'unica ragione valida per immaginare un'aggravante, quindi, resterebbe l'ultima, vale a dire la differenza di forza fisica e la conseguente odiosità di chi se ne approfitta: ma in tal caso essa dovrebbe essere analogamente prevista per tutti i casi in cui, a prescindere dal sesso, l'aggressore sia sproporzionatamente più prestante rispetto all'aggredito.
Badate: queste considerazioni non significano che io me ne freghi del femminicidio, che ritenga la violenza degli uomini sulle donne un fatto trascurabile, che sottovaluti il maschilismo, ma piuttosto che secondo me le soluzioni avventurose finiscono sempre per incasinare i problemi anziché risolverli.
Né -perdonatemi la lunghezza, ma devo dirla tutta- rileva la domanda che generalmente, a questo punto, mi viene posta: allora, sentiamo, tu che faresti per risolvere il problema? Perché anche se io non l'avessi, una soluzione, se non riuscissi a immaginarla, se non vedessi la luce, ciò non comporterebbe automaticamente la necessità di essere d'accordo con il primo rimedio che sento proporre in giro.
Insomma, per farla breve: a me l'aggravante per femminicidio pare un'alzata d'ingegno insensata, e come tale non solo inutile, ma perfino controproducente.
Probabilmente le soluzioni del problema -che c'è, ed è enorme- sono altrove: parliamone, per quanto complicato possa essere, ma non ci affidiamo alla solita strategia di dare per buona la prima fregnaccia che ci viene in mente.

State in campana

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Oggi, intorno all'una e mezza, sono dalle parti di Piazza Fiume; alla stessa ora mio padre, che lavora con me all'Esquilino, esce da studio per andarsene a casa. Dopo qualche metro una macchina che passa si accosta, e dal finestrino un tizio lo saluta con una formula del tipo "caro dottore, come va, si ricorda di me?".
Mio padre -come spesso avviene a chi vede un sacco di persone diverse tutti i giorni da anni- non se lo ricorda affatto, ma la cosa gli pare scortese: ragion per cui -come spesso capita di fare anche a me- finge di aver capito benissimo di chi si tratti, e si spinge fino ad intrattenere una breve conversazione il più possibile generica ("come va?", "tutto bene?" e via discorrendo).
Dopo questi convenevoli il tizio dice a mio padre una roba del tipo "a proposito, dottore, mi deve dare 2.400 euro per il portatile di Alessandro". Mio padre risponde che non ne sa niente, e allora il tizio propone di chiamarmi per verificare: compone un numero, mi saluta e poi passa il cellulare a mio padre affinché parli con me.
In quel momento io sono in un bar dalle parti di Viale Regina Margherita a bere una centrifuga di frutta e non ricevo nessuna telefonata; nondimeno, la voce che mio padre sente dall'altra parte della cornetta -a suo dire identica alla mia- gli spiega che sì, ho comprato 'sto portatile e mi ero dimenticato di chiedergli se per cortesia mi anticipava i soldi per pagarlo.
Mio padre è perplesso, non si fida. Tuttavia, essendo ancora più strambo di me, non possiede il telefonino, e quindi non potrebbe farmi una controtelefonata per verificare che la voce che sente sia davvero la mia: quindi mi dice -a me, cioè a quello che finge di essere me- che purtroppo non ha con sé una somma del genere, e ripassa il cellulare al tizio. Quest'ultimo, a sua volta, mi -gli- chiede cosa si può fare, e poi biascica una cosa tipo "ah, ok, mi faccio dare qualcosa di anticipo, ciao ciao": dopodiché dice a mio padre che io gli ho detto di farsi dare qualcosa di acconto.
In quel momento io sono nel bar di prima, ho il telefono silenzioso in tasca e l'unico acconto a cui penso è quello che mi servirà tra qualche secondo per pagare due centrifughe e due caffè.
Siamo al finale: mio padre risponde di non avere un euro nel portafoglio, il tizio -invero irriducibile- gli propone di andare al bancomat insieme a prelevare, mio padre -che, sia detto per inciso, oltre al cellulare non ha usa manco il bacomat- ripete che non intende pagare alcunché, il tizio risale in macchina, mette in moto e se ne va sgommando.
Tutto qua. Ma non è cosa da poco, credo.
State in campana, quando ve ne andate in giro per strada e incontrate qualcuno che non ricordate.

Roma si muove

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Ambiente, diritti, mobilità, costi della politica.
Roma, finalmente, si muove: ammesso che i romani ci diano una mano a farla muovere.
Appena ci danno il via -e manca poco- partiranno otto referendum comunali, uno più importante dell'altro:

  • meno traffico, più trasporto pubblico e car sharing, raddoppio della rete ciclabile, pedonalizzazione del centro storico;
  • stop al consumo del territorio
  • strategia rifiuti zero: riuso, riciclo, porta a porta in tutta la città;
  • mare libero e navigabilità del Tevere;
  • welfare dei servizi alla persona;
  • riduzione dei costi dell'apparato amministrativo e trasparenza totale su appalti e spese comunali;
  • istituzione del registro dei testamenti biologici;
  • riconoscimento e sostegno alle famiglie di fatto.
Che ne dite, il menu vi piace? Potete approfondirlo cliccando qua: e prepararvi a darci una mano, perché tra poco si tratterà di raccogliere le firme per realizzarlo.
Restate sintonizzati: ci sarà davvero bisogno di tutti.

Assegno di invalidità, mobilitiamoci

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"Leggo su Repubblica che si parla di una proposta di modifica dell'assegno di invalidità, in particolare "sotto i 15 mila euro di reddito Isee gli assegni di invalidità resteranno intatti, sopra ci saranno delle riduzioni proporzionali al reddito.". Mettere una soglia di 15 mila euro significa colpire tutti i disabili che lavorano e non evadono le tasse. Una proposta che può avere l'effetto contrario a quello voluto: diminuire il reddito di chi vive al limite può portare la persona a non farcela più e a dover accettare l'idea di venir ricoverato (a quel punto a spese dello Stato, visto che non avrà più un reddito). Per risparmiare pochi soldi si rischia di spenderne 10-20 volte tanto. Vediamo se la rete è capace di esercitare una pressione pari a quella dei tassisti per fermare una proposta vergognosa (e inutile)."
Così denuncia Alessandro Campi, amico mio dal cervello finissimo

Devo rendere una confessione

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-E' permesso?
Il tizio apparso sulla porta era piuttosto elegante: gessato, scarpe lucide, ventiquattrore in mano. Sui quaranta, pensò il sovrintentendente Gessetti. Probabilmente un avvocato, o qualcosa del genere.
-Prego, si accomodi. Deve sporgere una denuncia?
-Sì.
Il sovrintendente fece un cenno di assenso con la testa, avviò la videoscrittura sul vecchio pc e cliccò un paio di volte sul mouse.
-Allora, di che si tratta?
L'uomo sorrise, aprì la ventiquattrore, ne tirò fuori un pacchetto confezionato col cellofan e tenuto chiuso da un pezzo di scotch, lo porse al poliziotto.
-Si tratta di questo.
Gessetti prese in mano il pacchetto e sentì che conteneva qualcosa di morbido.
-Apra, apra pure.
Il poliziotto era perplesso. Prese lo scotch tra le unghie del pollice e del medio, iniziò a tirarlo via e percepì distrattamente uno strano vociare nella sala d'attesa. Poi il pacchetto gli si aprì sulla scrivania, lasciando cadere alcune foglioline secche.
-Abbia pazienza, ma questa...
-...è marijuana.
L'uomo sorrideva ancora. Il sovrintendente lo guardò con aria interdetta.
-Sa che adesso...
-...mi deve arrestare? Certo. Sono qua apposta.
Il brusio nella sala d'attesa si era fatto più forte. Il sovrintendente distolse lo sguardo dall'uomo che gli era seduto davanti e vide passare la sua collega davanti alla porta.
-Che succede là fuori?
La donna aveva uno sguardo strano. Disse qualcosa di incomprensibile e poi sparì nel corridoio. Il poliziotto tornò a guardare l'uomo e notò che era ancora più sorridente di prima.
-Insomma, le si sta...
-...costituendo. Si dice così, no?
Gessetti sospirò. Ce n'erano di matti, in giro.
-Dovrò chiamare l'ispettore.
Prese il telefono e compose il numero dell'interno. Il brusio nella sala d'attesa era diventato così forte che per sentire la voce dall'altra parte del telefono dovette tapparsi l'orecchio libero con due dita.
-Ispettore, qua c'è uno che... Come dice? Centinaia di persone? Dove, qua fuori? Ma come... Certo, un'emergenza, senza dubbio... Va bene, va bene... Ok, intanto questo però... Sì, chiamo casa e dico che non torno...
Posò la cornetta, si alzò in piedi e cacciò un urlo.
-Bitossi, Grandi, venite qua!
I due colleghi apparvero sulla soglia della porta. Avevano l'aria stravolta.
-Guarda Gesse' che qua...
-...so tutto, so tutto. Intanto portatevi il signore, identificatelo e arrestatelo. Io vado avanti con gli altri.
-Ma poi...
-...poi niente. Forza, sennò qua non si finisce più.
I due poliziotti fecero cenno all'uomo di alzarsi e di seguirli. Appena furono usciti Gessetti ricominciò ad armeggiare col computer: gli si era accesa in testa una lampadina inquietante. Si collegò a internet, aprì la homepage delle notizie e restò a bocca spalancata: si stavano costituendo tutti insieme, in tutto il paese. Code chilometriche davanti ai commissariati e alle caserme dei carabinieri. Protezione civile allertata. Già sequestrati quintali di marijuana. Ed erano solo le nove e mezza del mattino.
-Gessetti? Ehi, Gessetti!
Era la collega di prima che si era affacciata dalla porta.
-Dimmi...
-Hai visto che...
-... ho visto.
-Ne faccio passare un altro?
-Sì, ma dammi due minuti prima, ok?
Il sovrintendente restò seduto alla scrivania, immobile. Provò a fare un paio di calcoli mentali. Migliaia di persone. Centinaia di migliaia. Forse milioni. Medici, operai, avvocati, ferrovieri, impiegati pubblici, insegnanti. Ebbe una vertigine. Il paese paralizzato. Centri di raccolta e smistamento. Treni speciali. Stato d'emergenza nazionale,
-Gesse', qua c'è una bolgia, faccio entrare il prossimo o no?
Il sovrintendente non rispose. Guardava dritto davanti a sé. Poi si scosse, deglutì, prese in mano il telefono, compose di nuovo l'interno di prima.
-Ispettore? Sì, Gessetti. Posso passare un secondo da lei? Devo rendere una confessione.

Stattene a casa

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Non t'impicciare. Fatti i cazzi tuoi. Chi te lo fa fare. Non ne vale la pena. Tanto il mondo non lo puoi cambiare. Cosa ti illudi di fare. Lo vedi poi come va a finire. Pensa a te che se non ci pensi tu non ci pensa nessuno. Lascia perdere.
Questo ci dicono. A forza di botte e di morti. Da quarant'anni. Da Giorgiana Masi a Bolzaneto.
Stattene a casa. Stattene a casa. Stattene a casa.

Non sarebbe la prima volta

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Quando uccidevi,
favorendo il potere,
i soci vitalizi del potere,
ammucchiati in discesa
a difesa della loro celebrazione


(Fabrizio De André
"Sogno numero due"
da "Storia di un impiegato"
1973)


Io lascerei perdere, dandole per implicite, le ovvie formule di condanna del terrorismo, e mi concentrerei piuttosto su una riflessione di taglio diverso: quando il potere è in difficoltà perché il suo consenso diminuisce a vista d'occhio, mettersi a sparare produce quasi inevitabilmente l'effetto di terrorizzare la gente e indurla a rimettere nelle mani di quel potere la propria urgenza di sicurezza.
A meno che, naturalmente, la rivoluzione armata non acquisti una massa inerziale così imponente da capovolgere completamente la situazione e prendersi tutto il banco: cosa che negli anni '70, tanto per fare l'esempio più recente, non è accaduta, complice il fatto che il potere reagì all'attacco dell'eversione con il cinismo di chi strumentalizza la violenza altrui a proprio vantaggio.
Questo mi viene da pensare, oltre al fatto che sparare non mi appartiene come metodo politico e quindi è una pratica che disapprovo, leggendo di un ipotetico ritorno della lotta armata: che finirà per serrare i ranghi del potere, ricompattarlo e quindi rafforzarlo, anziché distruggerlo.
Credetemi, non sarebbe la prima volta.

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A proposito di suicidi

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Sarei curioso di sapere come mai in questo periodo ci si occupi con tanta passione dei suicidi causati dalla crisi economica, accusando chi non ha affrontato adeguatamente la seconda di aver provocato i primi, e invece si taccia completamente sulle persone che si tolgono la vita, o perlomeno ci provano, perché affette da malattie terminali.
C'è chi afferma che siano complessivamente duemila l'anno. Duemila. Vale a dire quasi sei al giorno.
Come mai questi suicidi non vengono sbattuti in prima pagina uno per uno, accusando chi si è ostinato non dico a legiferare, ma perfino a discutere sul tema dell'eutanasia, di aver sottratto a quei poveri cristi una scelta dignitosa e di averli costretti a farla finita buttandosi dalla finestra, o impiccandosi, o mettendo la testa nel forno?
Forse perché si tratterebbe di accusarli quasi tutti?

C'è lazzo e lazzo?

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Mi piacerebbe chiedere a Guia Soncini, che -giustamente- si incazza quando qualcuno prende in giro la Annunziata per il suo strabismo, per quale motivo ritenga che si tratti di un insulto maschilista, dal momento che l'abitudine -orribile, come ho scritto più volte- di attaccare le persone sui loro difetti fisici viene esercitata assai di frequente anche nei confronti di individui maschi, come dimostrano gli abbondantissimi -e spesso provenienti da illustri commentatori politici- lazzi sull'altezza di Berlusconi e di Brunetta o sul peso di Ferrara.
E, in subordine, se anche i suddetti lazzi su Berlusconi, Brunetta e Ferrara abbiano suscitato in lei la medesima indignazione, al punto da spingerla alla pubblicazione di post altrettanto appassionati.
Cosi, per curiosità.

Non lasciarsi intimidire, ma un pochettino sì

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A me fa un sacco piacere, davvero, che lo Stato non si lasci intimidire dai terroristi.
Ma siccome qualcuno sostiene -peraltro autorevolmente- che spesso e volentieri gli Stati -compreso il nostro- si siano lasciati intimidire così poco da arrivare addirittura a strumentalizzarli e ad usarli per i loro scopi, i terroristi, mi auguro che nel futuro si continui a non lasciarsi intimidire, però un pochettino sì.
Non so, magari giusto quel tantino di intimidazione che basta per fare in modo che i ruoli, come dire, rimangano distinti.

Un' alleanza con questi qua

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Ricapitoliamo, vi va?

L'omosessualità è una devianza della personalità: un comportamento molto diverso dalla norma iscritta in un codice morfologico, genetico, endocrinologico e caratteriologico.
(Paola Binetti, deputata UDC)

Ci sono le famiglie tradizionali che fanno crescere i bambini e li educano. Questi quando sono grandi pagano tasse e contributi anche per le pensioni e l’assistenza sanitaria di quelli che i bambini non li hanno avuti, e che hanno avuto invece molti soldi in più durante la vita. Sennò da dove pensiamo che si prendano i soldi per pagare le pensioni ai gay?
(Rocco Buttiglione, presidente UDC)

La morte di Eluana Englaro spalancherà le porte all'eutanasia in Italia. La sua fine produrrà conseguenze drammatiche. Se il boia di Eluana riuscirà ad eseguire la condanna a morte per fame e per sete, questa esecuzione scatenerà un pericoloso effetto domino che investirà centinaia di casi analoghi.
(Gabriella Carlucci, deputata UDC)

Si vuole costruire una gioventù fieramente diversa e disponibile alla sodomia islamica, con misure allucinanti e pregiudizi ideologici verso la femminilità e la mascolinità dei giovani italiani.
(Luca Volontè, deputato UDC)

Il via libera dato dall’Agenzia del farmaco alla Ru486 fa cadere un altro baluardo a difesa della donna e la abbandona cinicamente al suo destino e alla sua solitudine.
(Luisa Capitanio Santolini, deputata UDC)

La sinistra radicale pretende di imporre i propri valori e le proprie regole non solo alle istituzioni italiane, ma anche alla Chiesa dettando le norme dei suoi comportamenti ecclesiali. Se qualcuno non avesse capito quale arroganza e quanta strumentalizzazione vi è in questo comportamento la vicenda Welby dovrebbe aprire gli occhi a tutti. Il tutto magari in nome della laicità dello Stato, massima ipocrisia in questo caso.
(Lorenzo Cesa, segretario UDC)

Ecco, oggi uno dei massimi esponenti del -sedicente- principale partito progressista italiano ha ripetuto che si dovrebbe fare un'alleanza con questi qua.
Non so, c'è bisogno di aggiungere qualcosa?

Tutto, tranne che antipolitica

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Io, come qualcuno sa, non sono esattamente un fan di Grillo: però, insomma, se un partito si presenta alle elezioni seguendo le regole stabilite e sottoponendo agli elettori un programma, e se a loro volta gli elettori si recano alla urne e lo votano, mi pare si possa dire tutto tranne che si tratti di un trionfo dell'antipolitica.
A prescindere dal fatto che il Movimento 5 stelle, nel merito, piaccia o no: e lo dico dal punto di vista di uno a cui non piace.

Una spiacevole sensazione

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E' noto che quando in un paese o in un gruppo di paesi le cose si mettono male, e la politica non riesce a elaborare risposte efficaci, fanno la loro comparsa sulla scena quelli che iniziano a sparare e quelli che ritengono di ripristinare l'ordine votando per l'estrema destra.
E' altresì noto che entrambe le categorie, al di là delle lamentazioni di rito, tendono a risultare assai funzionali alla politica che non riesce a elaborare risposte efficaci, poiché le consentono di riguadagnare il consenso perduto evocando nei cittadini il terrore della rivoluzione armata da un lato e della deriva fascista dall'altro, risparmiandole in tal modo la gravosa incombenza di elaborare le risposte efficaci di cui sopra.
E noto, inoltre, che proprio per questo entrambe le categorie vengono spesso e volentieri non osteggiate -ed in alcuni casi strumentalizzate- dalla politica che non riesce ad elaborare risposte efficaci, tramite l'impiego di alcuni apparati dello stato che adottano nei confronti delle suddette categorie comportamenti al limite -e talora bel oltre il limite- dell'opacità.
E' noto, infine, che tali congiunture tendono a culminare in momenti letteralmente drammatici in cui ci vanno di mezzo un sacco di persone che non c'entrano niente, per giunta caratterizzati da una quantità di inquietanti misteri legati all'operato dei predetti apparati che nessuno si perita di chiarire manco dopo un quarantennio.
Ecco, io avverto la spiacevole sensazione che, date le circostanze, rischiamo che si apra un capitolo del genere.
E spero tanto, ma proprio tanto, di sbagliarmi.

Consegnare le città ai delinquenti

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L'ho scritto più di una volta, ma credo valga la pena di tornarci sopra e di precisare il concetto: quando si provvede al proverbiale "giro di vite" sulla cosiddetta "movida" notturna, i primi che rinunciano a uscire di casa per sfidare l'ordinanza di turno sono i cittadini più tranquilli, quelli che vogliono soltanto bersi una birra al fresco e fare due chiacchiere in pace con gli amici, i quali per inciso costituiscono un'amplissima maggioranza della popolazione; mentre è probabile che gli individui più turbolenti, quelli che cercano rogna e fanno gli attaccabrighe alla prima occasione, continueranno allegramente ad andarsene in giro alla facciaccia dei divieti.
Il che equivale a dire che le ordinanze proibizioniste finiscono fatalmente per consegnare le strade ai facinorosi e costringere a casa i cittadini perbene, impedendo a questi ultimi di esercitare quella funzione di "presidio" che essi svolgerebbero automaticamente in ragione della loro presenza e del loro numero.
Insomma, per come la vedo io le cose stanno così: se le amministrazioni comunali continueranno ad affrontare il tema della sicurezza cercando di instaurare una specie di coprifuoco non otterranno altro che regalare ogni spazio pubblico ai delinquenti, e quindi finiranno per rendere sempre più gravi i problemi che cercano di risolvere.
Cosa vogliamo aspettare, per rifletterci? Che questa gente diventi definitivamente padrona delle nostre città?

Rimbalza il clandestino

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Ecco, adesso il massimo sarebbe se in Albania lanciassero un giochino di Facebook intitolato "Rimbalza il clandestino", consistente nel respingere a forza di clic un un pupazzetto con le fattezze di Renzo Bossi che tenta di entrare nel paese senza permesso di soggiorno per prendersi la laurea triennale.

Un pezzo di plastica

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Poi scendi un minuto per prenderti qualcosa da mettere sotto i denti e incontri un papà con il figlio sui dodici anni, felice come una pasqua per quel fazzoletto di pizza con la mozzarella che gli stanno scaldando, che chiede alla ragazza dietro al banco di non piegarlo in due precisando che così se lo gusta di più.
E si capisce che non nuotano nell'oro perché hanno i vestiti logori e le scarpe consumate, ma anche perché il ragazzo non sta nella pelle ed è chiaro che quella merenda è un'eccezione assoluta; si gira, guarda il padre, sorride, dice grazie e allora il padre arrossisce come un bambino, risponde sottovoce una cosa tipo te l'avevo promesso e si vede che è felice pure lui per essere stato di parola.
E succede che proprio in quel momento ti vibra il cellulare, tiri fuori l'android tutto colorato che ti sembrava una meraviglia fino a tre minuti prima e mentre leggi il messaggio che ti hanno mandato sollevi la testa per guardare il ragazzo che sta addentando la pizza e ti godi lo spettacolo di una felicità così abbacinante che ti viene da fare tre passi indietro per non prenderla tutta insieme.
Abbassi lo sguardo, finisci di leggere il messaggio e ti accorgi che al cospetto di quel ragazzo e del suo fazzoletto di pizza con la mozzarella l'android tutto colorato è tornato ad essere un pezzo di plastica.
Sono cose che danno da pensare.

Già si gela

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La primavera non ha fatto manco in tempo ad arrivare e nei supermercati già si gela.
Non so voi, ma io l'aria condizionata l'ho sempre vista così: per stare freschi dentro casa propria si butta a manetta aria bollente addosso a tutti gli altri; il che, per carità, sarà pure legittimo, ma per come la vedo io non è il massimo della cortesia.
Anzi, per quello che vale lo trovo un concetto decisamente menefreghista; che poi, detto per inciso, spesso e volentieri serve principalmente a cagarsi addosso dal freddo in ufficio, e magari doversi coprire, mentre fuori c'è un sole che spacca le pietre: così come in inverno i riscaldamenti a palla costringono la gente a mettersi seminuda quando fuori nevica.
Certo, c'è la storia che senza la giusta temperatura non si riesce a lavorare come si deve: circostanza, questa, che ha senz'altro pregiudicato l'opera di gente come Michelangelo, Einstein, Pasteur, i quali disponendo di un impianto di raffreddamento adeguato avrebbero senz'altro fatto grandi cose, invece del poco e niente che hanno combinato.
A latere, ma marginalmente, c'è la questione dell'inquinamento, per la quale tuttavia è senz'altro più comodo scagliarsi contro i cattivoni che bruciano il carbone piuttosto che dire due paroline a chi attraverso tale combustione si sollazza le ascelle tenendole al fresco.
Io, nel mio studio, l'aria condizionata non ce l'ho. E a lavorare, vi dico la verità, mi pare di riuscirci. Quando fa caldo accosto le persiane, mi metto in maniche di camicia e -orrore- a volte sudo. Poi mi lavo, comunque, ché per fortuna l'acqua mi arriva dritta a casa dal rubinetto e dalla cipolla della doccia. Mi deodoro, anche. E, giuro, di solito non puzzo neanche un po'.
Li metterò, i condizionatori, quando non potrò più farne a meno: cioè quando la temperatura di questa città, a causa dell'aria bollente pompata da tutti gli altri per potersi mettere un golfino invece di indossare una polo a maniche corte, sarà così alta da non poter sopravvivere.
Anche se nessuno di loro, naturalmente, mi darà un contributo: né per avermi costretto a spendere soldi per l'impianto, né per aver sparpagliato un po' di inquinamento nell'aria -che è anche la mia- per soddisfare l'insopprimibile smania di starsene al gelo.
Pazienza.

Una divisa come un'altra

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Poi, un bel giorno, te ne vai al concertone del primo maggio per raccogliere le firme sulle famiglie di fatto e ti aspetti che tutti 'sti giovani con l'aria impegnata, il vestiario impegnato, l'acconciatura impegnata e spesso perfino l'andatura impegnata reagiscano in qualche modo diverso dall'indifferenza.
Invece, perlopiù, niente. Non dico, intendiamoci, niente adesioni, ma proprio niente di niente: nessun interesse, nessuna avversione, neanche un insulto o al limite uno sputo in faccia.
Semplicemente niente.
La stragrande maggioranza dei giovani impegnati non si ferma neanche per capire chi sei e cosa gli stai chiedendo, ti guarda come se avesse davanti agli occhi un marziano che si sta dedicando a chissà quale attività astrusa, gira la testa dall'altra parte e tira via: nel migliore dei casi biascicando qualcosa tipo "mi aspettano", "ho fretta", "non firmo niente", nel peggiore tenendo lo sguardo fisso davanti a sé e non degnandoti nemmeno di un vaffanculo.
Ieri ne ho visti passare centinaia, di quei giovani impegnati: ognuno con la sua maglietta d'ordinanza inneggiante a qualche improcrastinabile mutamento sociale, ma quasi tutti completamente disinteressati a stare a sentire dieci secondi, sia pure per mandarlo a cagare, chi proponeva loro di firmare per provare a concretizzarne uno.
E ho dovuto concludere, con una certa malinconia, che spesso e volentieri anche la tenuta da giovane impegnato è una divisa come un'altra.

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