21 maggio 2012

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18 maggio 2012

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17 maggio 2012

Un'aggravante insensata

Uccidere la moglie perché non si sottomette alla propria volontà, perché non corrisponde alle proprie aspettative o semplicemente per gelosia è più grave che ammazzare un marito per le stesse ragioni?
Valutando le situazioni singole, evidentemente, no: in entrambi i casi, infatti, si tratta di omicidi riconducibili all'insano senso di possesso nutrito da parte di un individuo nei confronti di un altro individuo, che dovrebbero essere puniti esattamente allo stesso modo.
Le differenze -e sono differenze assai vistose- si possono riscontrare invece a livello complessivo.
Tanto per iniziare, accade molto più spesso che un maschio ammazzi una femmina piuttosto che il contrario, prova ne sia il fatto che la violenza degli uomini sulle donne rappresenta una vera e propria piaga sociale -il cosiddetto "femminicidio", di cui io stesso ho parlato spesso con grande preoccupazione-, mentre la violenza delle donne sugli uomini no.
In secondo luogo, le aggressioni degli uomini nei confronti delle donne sono la punta dell'iceberg di una diffusa mentalità maschilista di cui il nostro paese -e non solo- è profondamente intriso, che non si limita a spiegare i suoi effetti a livelli da cronaca nera, ma pervade capillarmente la società determinando una pressoché sistematica discriminazione di genere nelle famiglie e sui posti di lavoro.
Infine, la violenza maschile sulle femmine è resa ancora più odiosa dal fatto che in genere le donne sono fisicamente meno forti dei maschi, il che conferisce a quella violenza un carattere di vigliaccheria che non può lasciare indifferenti.
Per come la vedo io, però, tutto ciò non può giustificare l'idea di inserire nel codice penale la cosiddetta "aggravante per femminicidio", vale a dire un aumento della pena riconducibile al fatto che un maschio aggredisca una femmina per le ragioni che ho appena accennato.
Il punto è tutto nella domanda con cui ho aperto il post: alla quale, se ci muoviamo nell'ambito del diritto penale, non si può che rispondere limitandosi al caso singolo, giacché in uno stato di diritto ciascuno è chiamato a rispondere delle proprie azioni, ma non può ritenersi responsabile di quelle altrui; non mi pare, quindi, che l'aggravante a carico di un assassino possa essere posta in funzione del fatto che altri -per quanto numerosi essi siano- abbiano commesso il suo identico delitto, perché ciò equivarrebbe ad addossargli anche la colpa di quegli omicidi, dei quali egli non è responsabile.
Così come non mi sembra che l'aggravante per un atto di violenza si possa ricollegare alla -pur odiosa- mentalità maschilista dell'aggressore, a meno di non volerla prevedere anche nel caso in cui -specularmente- l'aggressore sia una donna, la vittima sia un uomo e la motivazione sia la mentalità femminista dell'omicida: altrimenti si dovrebbe concludere che l'elemento distintivo dell'aggravante non è la circostanza di essere riconducibile ad una data mentalità -cosa già di per sé discutibile, ma lasciamo correre-, ma il fatto che quella mentalità sia più o meno diffusa nella società in cui viviamo; cosa che, di nuovo, condurrebbe a stabilire una pena differenziata in ragione di elementi che non riguardano solo il reo, ma anche altri soggetti.
L'unica ragione valida per immaginare un'aggravante, quindi, resterebbe l'ultima, vale a dire la differenza di forza fisica e la conseguente odiosità di chi se ne approfitta: ma in tal caso essa dovrebbe essere analogamente prevista per tutti i casi in cui, a prescindere dal sesso, l'aggressore sia sproporzionatamente più prestante rispetto all'aggredito.
Badate: queste considerazioni non significano che io me ne freghi del femminicidio, che ritenga la violenza degli uomini sulle donne un fatto trascurabile, che sottovaluti il maschilismo, ma piuttosto che secondo me le soluzioni avventurose finiscono sempre per incasinare i problemi anziché risolverli.
Né -perdonatemi la lunghezza, ma devo dirla tutta- rileva la domanda che generalmente, a questo punto, mi viene posta: allora, sentiamo, tu che faresti per risolvere il problema? Perché anche se io non l'avessi, una soluzione, se non riuscissi a immaginarla, se non vedessi la luce, ciò non comporterebbe automaticamente la necessità di essere d'accordo con il primo rimedio che sento proporre in giro.
Insomma, per farla breve: a me l'aggravante per femminicidio pare un'alzata d'ingegno insensata, e come tale non solo inutile, ma perfino controproducente.
Probabilmente le soluzioni del problema -che c'è, ed è enorme- sono altrove: parliamone, per quanto complicato possa essere, ma non ci affidiamo alla solita strategia di dare per buona la prima fregnaccia che ci viene in mente.

16 maggio 2012

State in campana

Oggi, intorno all'una e mezza, sono dalle parti di Piazza Fiume; alla stessa ora mio padre, che lavora con me all'Esquilino, esce da studio per andarsene a casa. Dopo qualche metro una macchina che passa si accosta, e dal finestrino un tizio lo saluta con una formula del tipo "caro dottore, come va, si ricorda di me?".
Mio padre -come spesso avviene a chi vede un sacco di persone diverse tutti i giorni da anni- non se lo ricorda affatto, ma la cosa gli pare scortese: ragion per cui -come spesso capita di fare anche a me- finge di aver capito benissimo di chi si tratti, e si spinge fino ad intrattenere una breve conversazione il più possibile generica ("come va?", "tutto bene?" e via discorrendo).
Dopo questi convenevoli il tizio dice a mio padre una roba del tipo "a proposito, dottore, mi deve dare 2.400 euro per il portatile di Alessandro". Mio padre risponde che non ne sa niente, e allora il tizio propone di chiamarmi per verificare: compone un numero, mi saluta e poi passa il cellulare a mio padre affinché parli con me.
In quel momento io sono in un bar dalle parti di Viale Regina Margherita a bere una centrifuga di frutta e non ricevo nessuna telefonata; nondimeno, la voce che mio padre sente dall'altra parte della cornetta -a suo dire identica alla mia- gli spiega che sì, ho comprato 'sto portatile e mi ero dimenticato di chiedergli se per cortesia mi anticipava i soldi per pagarlo.
Mio padre è perplesso, non si fida. Tuttavia, essendo ancora più strambo di me, non possiede il telefonino, e quindi non potrebbe farmi una controtelefonata per verificare che la voce che sente sia davvero la mia: quindi mi dice -a me, cioè a quello che finge di essere me- che purtroppo non ha con sé una somma del genere, e ripassa il cellulare al tizio. Quest'ultimo, a sua volta, mi -gli- chiede cosa si può fare, e poi biascica una cosa tipo "ah, ok, mi faccio dare qualcosa di anticipo, ciao ciao": dopodiché dice a mio padre che io gli ho detto di farsi dare qualcosa di acconto.
In quel momento io sono nel bar di prima, ho il telefono silenzioso in tasca e l'unico acconto a cui penso è quello che mi servirà tra qualche secondo per pagare due centrifughe e due caffè.
Siamo al finale: mio padre risponde di non avere un euro nel portafoglio, il tizio -invero irriducibile- gli propone di andare al bancomat insieme a prelevare, mio padre -che, sia detto per inciso, oltre al cellulare non ha usa manco il bacomat- ripete che non intende pagare alcunché, il tizio risale in macchina, mette in moto e se ne va sgommando.
Tutto qua. Ma non è cosa da poco, credo.
State in campana, quando ve ne andate in giro per strada e incontrate qualcuno che non ricordate.

Roma si muove

Ambiente, diritti, mobilità, costi della politica.
Roma, finalmente, si muove: ammesso che i romani ci diano una mano a farla muovere.
Appena ci danno il via -e manca poco- partiranno otto referendum comunali, uno più importante dell'altro:

  • meno traffico, più trasporto pubblico e car sharing, raddoppio della rete ciclabile, pedonalizzazione del centro storico;
  • stop al consumo del territorio
  • strategia rifiuti zero: riuso, riciclo, porta a porta in tutta la città;
  • mare libero e navigabilità del Tevere;
  • welfare dei servizi alla persona;
  • riduzione dei costi dell'apparato amministrativo e trasparenza totale su appalti e spese comunali;
  • istituzione del registro dei testamenti biologici;
  • riconoscimento e sostegno alle famiglie di fatto.
Che ne dite, il menu vi piace? Potete approfondirlo cliccando qua: e prepararvi a darci una mano, perché tra poco si tratterà di raccogliere le firme per realizzarlo.
Restate sintonizzati: ci sarà davvero bisogno di tutti.

15 maggio 2012

Assegno di invalidità, mobilitiamoci

"Leggo su Repubblica che si parla di una proposta di modifica dell'assegno di invalidità, in particolare "sotto i 15 mila euro di reddito Isee gli assegni di invalidità resteranno intatti, sopra ci saranno delle riduzioni proporzionali al reddito.". Mettere una soglia di 15 mila euro significa colpire tutti i disabili che lavorano e non evadono le tasse. Una proposta che può avere l'effetto contrario a quello voluto: diminuire il reddito di chi vive al limite può portare la persona a non farcela più e a dover accettare l'idea di venir ricoverato (a quel punto a spese dello Stato, visto che non avrà più un reddito). Per risparmiare pochi soldi si rischia di spenderne 10-20 volte tanto. Vediamo se la rete è capace di esercitare una pressione pari a quella dei tassisti per fermare una proposta vergognosa (e inutile)."
Così denuncia Alessandro Campi, amico mio dal cervello finissimo

14 maggio 2012

Devo rendere una confessione

-E' permesso?
Il tizio apparso sulla porta era piuttosto elegante: gessato, scarpe lucide, ventiquattrore in mano. Sui quaranta, pensò il sovrintentendente Gessetti. Probabilmente un avvocato, o qualcosa del genere.
-Prego, si accomodi. Deve sporgere una denuncia?
-Sì.
Il sovrintendente fece un cenno di assenso con la testa, avviò la videoscrittura sul vecchio pc e cliccò un paio di volte sul mouse.
-Allora, di che si tratta?
L'uomo sorrise, aprì la ventiquattrore, ne tirò fuori un pacchetto confezionato col cellofan e tenuto chiuso da un pezzo di scotch, lo porse al poliziotto.
-Si tratta di questo.
Gessetti prese in mano il pacchetto e sentì che conteneva qualcosa di morbido.
-Apra, apra pure.
Il poliziotto era perplesso. Prese lo scotch tra le unghie del pollice e del medio, iniziò a tirarlo via e percepì distrattamente uno strano vociare nella sala d'attesa. Poi il pacchetto gli si aprì sulla scrivania, lasciando cadere alcune foglioline secche.
-Abbia pazienza, ma questa...
-...è marijuana.
L'uomo sorrideva ancora. Il sovrintendente lo guardò con aria interdetta.
-Sa che adesso...
-...mi deve arrestare? Certo. Sono qua apposta.
Il brusio nella sala d'attesa si era fatto più forte. Il sovrintendente distolse lo sguardo dall'uomo che gli era seduto davanti e vide passare la sua collega davanti alla porta.
-Che succede là fuori?
La donna aveva uno sguardo strano. Disse qualcosa di incomprensibile e poi sparì nel corridoio. Il poliziotto tornò a guardare l'uomo e notò che era ancora più sorridente di prima.
-Insomma, le si sta...
-...costituendo. Si dice così, no?
Gessetti sospirò. Ce n'erano di matti, in giro.
-Dovrò chiamare l'ispettore.
Prese il telefono e compose il numero dell'interno. Il brusio nella sala d'attesa era diventato così forte che per sentire la voce dall'altra parte del telefono dovette tapparsi l'orecchio libero con due dita.
-Ispettore, qua c'è uno che... Come dice? Centinaia di persone? Dove, qua fuori? Ma come... Certo, un'emergenza, senza dubbio... Va bene, va bene... Ok, intanto questo però... Sì, chiamo casa e dico che non torno...
Posò la cornetta, si alzò in piedi e cacciò un urlo.
-Bitossi, Grandi, venite qua!
I due colleghi apparvero sulla soglia della porta. Avevano l'aria stravolta.
-Guarda Gesse' che qua...
-...so tutto, so tutto. Intanto portatevi il signore, identificatelo e arrestatelo. Io vado avanti con gli altri.
-Ma poi...
-...poi niente. Forza, sennò qua non si finisce più.
I due poliziotti fecero cenno all'uomo di alzarsi e di seguirli. Appena furono usciti Gessetti ricominciò ad armeggiare col computer: gli si era accesa in testa una lampadina inquietante. Si collegò a internet, aprì la homepage delle notizie e restò a bocca spalancata: si stavano costituendo tutti insieme, in tutto il paese. Code chilometriche davanti ai commissariati e alle caserme dei carabinieri. Protezione civile allertata. Già sequestrati quintali di marijuana. Ed erano solo le nove e mezza del mattino.
-Gessetti? Ehi, Gessetti!
Era la collega di prima che si era affacciata dalla porta.
-Dimmi...
-Hai visto che...
-... ho visto.
-Ne faccio passare un altro?
-Sì, ma dammi due minuti prima, ok?
Il sovrintendente restò seduto alla scrivania, immobile. Provò a fare un paio di calcoli mentali. Migliaia di persone. Centinaia di migliaia. Forse milioni. Medici, operai, avvocati, ferrovieri, impiegati pubblici, insegnanti. Ebbe una vertigine. Il paese paralizzato. Centri di raccolta e smistamento. Treni speciali. Stato d'emergenza nazionale,
-Gesse', qua c'è una bolgia, faccio entrare il prossimo o no?
Il sovrintendente non rispose. Guardava dritto davanti a sé. Poi si scosse, deglutì, prese in mano il telefono, compose di nuovo l'interno di prima.
-Ispettore? Sì, Gessetti. Posso passare un secondo da lei? Devo rendere una confessione.

12 maggio 2012

Stattene a casa

Non t'impicciare. Fatti i cazzi tuoi. Chi te lo fa fare. Non ne vale la pena. Tanto il mondo non lo puoi cambiare. Cosa ti illudi di fare. Lo vedi poi come va a finire. Pensa a te che se non ci pensi tu non ci pensa nessuno. Lascia perdere.
Questo ci dicono. A forza di botte e di morti. Da quarant'anni. Da Giorgiana Masi a Bolzaneto.
Stattene a casa. Stattene a casa. Stattene a casa.

11 maggio 2012

Non sarebbe la prima volta

Quando uccidevi,
favorendo il potere,
i soci vitalizi del potere,
ammucchiati in discesa
a difesa della loro celebrazione


(Fabrizio De André
"Sogno numero due"
da "Storia di un impiegato"
1973)


Io lascerei perdere, dandole per implicite, le ovvie formule di condanna del terrorismo, e mi concentrerei piuttosto su una riflessione di taglio diverso: quando il potere è in difficoltà perché il suo consenso diminuisce a vista d'occhio, mettersi a sparare produce quasi inevitabilmente l'effetto di terrorizzare la gente e indurla a rimettere nelle mani di quel potere la propria urgenza di sicurezza.
A meno che, naturalmente, la rivoluzione armata non acquisti una massa inerziale così imponente da capovolgere completamente la situazione e prendersi tutto il banco: cosa che negli anni '70, tanto per fare l'esempio più recente, non è accaduta, complice il fatto che il potere reagì all'attacco dell'eversione con il cinismo di chi strumentalizza la violenza altrui a proprio vantaggio.
Questo mi viene da pensare, oltre al fatto che sparare non mi appartiene come metodo politico e quindi è una pratica che disapprovo, leggendo di un ipotetico ritorno della lotta armata: che finirà per serrare i ranghi del potere, ricompattarlo e quindi rafforzarlo, anziché distruggerlo.
Credetemi, non sarebbe la prima volta.

10 maggio 2012

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