31 gennaio 2012

E se l'avesse fatto Berlusconi?

Bisogna dire la verità: se quello che Luca Sappino ha pizzicato sul sito del governo fosse stato concepito da Berlusconi, sarebbe stato tutto un fiorire di scompisciamenti collettivi, di accigliate considerazioni sul livello raggiunto dalla propaganda e di roventi polemiche per l'uso inappropriato e demagogico di un sito istituzionale.
Invece, siccome a raccontarci la storiella della bimba che parla di "nonno Mario" definendolo "quello che dice le cose giuste per il futuro" è il nostro responsabilissimo governo tecnico, tutto sembra assumere contorni meno preoccupanti.
A me, che l'abbia messa su Monti o Berlusconi, una pagina così sembra ugualmente ridicola. Così come mi pare ridicolo -e assai più preoccupante della pagina- l'atteggiamento di quelli che ritengono una fregnaccia meno fregnaccia solo perché l'ha inventata uno che viene considerato "serio" da chi fa tendenza.

Un momento lungo 50 anni

Carmela Rozza, capogruppo PD al Comune di Milano, ci comunica che non è il momento per le coppie di fatto e per quelle omosessuali, perché il suo partito vuole "con testardaggine, affrontare l'argomento con la giusta serenità".
Il che, a onor del vero, mi ricorda un po' la barzelletta del tizio che va a trovare un eremita in cima a una montagna, gli chiede "come va?" e dopo tre anni si sente rispondere "va bene, ma se sei venuto per rompere i coglioni te ne puoi andare anche subito".
Fuor di metafora, la questione dei diritti degli omosessuali è sul tappeto da qualche decennio: se n'è discusso fino alla nausea, in tutte le sedi possibili e immaginabili, non senza doversi sorbire insulti, fregnacce e supercazzole: eppure, a quanto pare, gli amici del PD hanno ancora bisogno della "giusta serenità", vale a dire di chissà quanto altro tempo, per sviscerare la questione ancora un po'.
E meno male che questi si dicono progressisti: figuriamoci che sarebbe successo se fossero stati conservatori.

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Grazie a Clara per la segnalazione.

Dare a Twitter quel che è di Twitter

In estrema sintesi, mi pare che sia successo questo: Twitter ha reso noto in modo trasparente come si comporterà in relazione alle richieste di alcuni paesi di censurare messaggi che in quei paesi sono considerati illegali; il che significa, sempre per quello che sembra di capire a me, che Twitter ha annunciato di voler rispettare le leggi vigenti nei diversi paesi, anche perché presumo che in caso contrario in quei paesi la piattaforma verrebbe oscurata del tutto.
Ora, a me pare evidente che se in Arabia Saudita è considerato illegale postare su Twitter una battuta su Allah -ma anche pronunciarla in un bar, scriverla su un muro o spedirla via posta a qualche migliaio di persone- il problema sia il governo dell'Arabia Saudita, non gli amici di Twitter: i quali, nella circostanza, hanno avuto l'unica colpa di dichiarare pubblicamente quello che -credo- sarebbero stati obbligati a fare in ogni caso; ipotesi nella quale, gioverà sottolinearlo, la censura sarebbe operata lo stesso senza che in giro se ne sappia nulla.
Dopodiché, tutto si può sostenere: perfino che su Twitter -o su Facebook, o sui social network in generale- incomba il compito di risollevare le sorti dei paesi in cui la libertà d'espressione è fortemente limitata o negata del tutto; sta di fatto, però, che Twitter -o Facebook, o i social network in generale- sono delle azienda private, cui non si può attribuire come se fosse una cosa normale l'obiettivo di votarsi al martirio e capeggiare i focolai di rivolta che si accendono in giro per il pianeta.
Convengo sul fatto che non si tratti dello scenario più incoraggiante che sia dato immaginare, né di una situazione della quale ci si debba rallegrare: ma ho una gran paura che nell'immaginario collettivo a Twitter, a Facebook e a internet in generale sia stato attribuito un ruolo che in certi casi non è materialmente possibile svolgere.

30 gennaio 2012

Ius sòla

Mi permetto di far notare ai detrattori dello ius soli, cioè del principio per cui se qualcuno viene alla luce in un certo paese ne diventa automaticamente cittadino, che attualmente in Italia vige lo ius sòla, vale a dire il principio in base al quale uno nasce sul territorio della repubblica, ci vive, ci va a scuola, ci gioca a pallone, ci fa i compiti, ci si innamora, parla la stessa lingua degli altri, e come risultato gli danno la sòla di considerarlo lo stesso uno straniero.
Ecco, dovendo scegliere tra lo ius soli e lo ius sola, io propenderei decisamente per il primo.
Tutto qua.
Sent from my Blackberry®

E se ci stessero fregando un'altra volta?

Ricapitoliamo. La buona notizia è che l'ennesima sanatoria sulle affissioni politiche abusive è stata miracolosamente eliminata dal decreto milleproroghe: il che equivale a dire che i partiti, loro malgrado, dovranno pagare fino all'ultimo euro le multe elevate nei loro confronti per la miriade di manifesti con i quali hanno infestato le nostre città.
Una vittoria, si direbbe: e forse, per certi versi, non senza motivo.
Sta di fatto, però, che l'eliminazione della sanatoria sarebbe effettivamente rilevante nel solo caso in cui le sanzioni venissero effettivamente comminate, perché in caso contrario il problema sarebbe superato a monte e chi s'è visto s'è visto.
La domanda, in altre parole, è: i vigili urbani fanno sistematicamente la multa ai partiti che affiggono abusivamente i loro manifesti? Oppure ne fanno una ogni tanto?
Il problema, secondo qualcuno, sarebbe marginale: ma i calcoli più puntigliosi indicano che se le sanzioni fossero erogate con regolarità l'introito per le casse del solo comune di Roma si aggirerebbe intorno ai 2 milioni di euro al mese.
Ebbene, voi avete idea di quello che si potrebbe fare con 2 milioni di euro al mese? Voi che vi dannate l'anima perché mancano gli asili nido, perché l'edilizia popolare praticamente non esiste, perché gli autobus sono pochi e non funzionano, perché la città è sempre più sporca e non ci sono le risorse per provvedere? Voi che un giorno sì e un giorno no dovete precipitarvi giù dall'ufficio a spostare la macchina perché sotto ci sono i vigili che rastrellano multe stradali a rotta di collo, e quella macchina non sapete dove metterla anche volendo pagare, e arrivare al lavoro con i mezzi sarebbe un'impresa titanica? Voi che ce la mettete tutta per tirare avanti, mentre i partiti continuano allegramente a fare i loro comodi coi soldi del finanziamento pubblico -vale a dire i vostri- senza pagarne le conseguenze?
Credete davvero che si tratti di una faccenda marginale? E non avete il dubbio che in un modo o nell'altro, sanatoria a parte, ci stiano fregando un'altra volta?
Io, al posto vostro, ci rifletterei.

Roma cambia

Se fossi sindaco, mi avessero eletto dopo una martellante campagna elettorale condotta in gran parte sul tema della sicurezza e dopo quasi quattro anni mi ritrovassi per le mani una città che è diventata una specie di far west, conterei le ore che mancano alla fine del mio mandato e appena possibile lascerei perdere la politica per dedicarmi ad altro.
Invece, si sa, dalle nostre parti la memoria è un optional: e quindi può andare a finire che uno abbia perfino l'alzata d'ingegno di ricandidarsi, e magari di presentarsi un'altra volta come quello che metterà fine alla delinquenza dilagante a forza di ordinanze e provvedimenti d'urgenza.
Nel frattempo, come Alemanno stesso aveva presagito, Roma è cambiata: le strade si sono spopolate, la gente se ne sta a casa sempre più spesso e quelle rare volte che capita di farsi un giro si prova un'inquietudine che pareva dimenticata da tempo immemorabile.
Gran bel successo per uno che si era presentato come una specie di castigamatti, nevvero?

27 gennaio 2012

Il contrario della sfiga

Provate a dire al vostro migliore amico che sabato pomeriggio non potrete restarvene con lui ad ascoltare per l'ennesima volta la discografia dei Pink Floyd raccontandovi i cazzi vostri perché dovete precipitarvi in ufficio a finire un lavoro importante: vi risponderà che gli dispiace tanto, anche perché era da un bel po' che non vi prendevate qualche ora per voi, ma quasi sicuramente vi capirà, vi farà un sorriso e vi dirà che a fantasticare insieme potrete restarci un'altra volta.
Poi provate a dire al vostro capo che sabato mattina non potrete precipitarvi in ufficio a finire quel lavoro perché avete proprio voglia di starvene a casa ad ascoltare la discografia dei Pink Floyd e a cazzeggiare col vostro migliore amico: se vi va di lusso vi guarderà come un povero idiota e penserà tra sé e sé che siete inaffidabile; più probabilmente vi inviterà a rimettere la testa al suo posto, vi darà dell'irresponsabile o vi minaccerà direttamente di licenziarvi.
Fatte le due prove, provate a raccontarle alle persone che conoscete e a chiedere loro cosa ne pensano: quasi tutte vi risponderanno che la reazione del vostro amico e quella del vostro capo sono entrambe perfettamente normali, dispensando un laconico "ci mancherebbe altro" per la prima e dedicando un meravigliato "ti ha dato di volta il cervello", con tanto di occhi sgranati, alla seconda.
Il fatto è che viviamo in un mondo completamente centrato sul lavoro, sulla produttività, sulla performance: e che gli altri ci giudicano quasi esclusivamente in base a quei parametri, come se fossero gli unici effettivamente utili a stabilire se la nostra vita sia condotta nel modo giusto.
L'affermazione di Michelle Martone, secondo il quale quelli che a ventotto anni bivaccano ancora all'università sono degli sfigati, è perfettamente condivisibile se si guardano le cose da questo punto di vista: o meglio, se si considera la capacità di lavorare e produrre reddito il solo parametro plausibile per farsi un'idea di un essere umano.
Il mio migliore amico se n'è andato all'improvviso quasi quindici anni fa. Aveva -guarda caso- ventotto anni, un'intelligenza cristallina e una curiosità scintillante che spesso e volentieri lo portavano a interessarsi di faccende molto lontane dalle materie che studiava all'università. Era fuori corso, e pure di brutto. Io lo stimavo così tanto che ancora oggi, dopo una vita, mi ritrovo a chiedermi cosa ne penserebbe di una notizia sul giornale, di un film, di una questione che mi trovo ad affrontare e non so bene da che parte prendere.
Era uno sfigato, secondo il dio di Martone, mentre secondo il mio era il contrario della sfiga: era la vita in tutta la sua complessità, in tutta la sua ricchezza, in tutte le infinite sfumature che la compongono in un disegno di volta in volta singolare, unico, irripetibile.
Avere la pretesa di semplificarle così, quelle sfumature, riducendole a un indice da calcolare in base all'età e agli esami che mancano alla laurea, è un'operazione così superficiale da sfiorare il ridicolo.
Se non facesse quasi tenerezza per quanto è ingenua, verrebbe proprio da definirla un'alzata d'ingegno da sfigati.

26 gennaio 2012

Due destre

Votare contro il cosiddetto decreto "svuota-carceri" significava votare contro la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari e contro il tentativo di limitare il sovraffollamento delle carceri, che è ormai diventato intollerabile.
Ebbene, oggi l'Italia dei Valori si è espressa proprio così: e per quanto mi riguarda chi la vede in questo modo, comunque si autodefinisca, è di sinistra quanto io sono della Roma.
Se questa, come si vocifera, è l'ala più agguerrita della coalizione che si oppone al PdL e alla Lega, vuol dire che in parlamento abbiamo due destre: roba che alle prossime elezioni per sceglierne una toccherà lanciare una monetina.
Con il rischio concreto che resti per aria.

25 gennaio 2012

Cominciate a contare i soldi

Qualche volta succede che mettendocela tutta ce la si può perfino fare.
Adesso vigiliamo, ché spesso queste schifezze escono dalla porta per rientrare dalla finestra: nel frattempo, cari partiti abusivisti, cominciate a contare i soldi.
Salvo magheggi dell'ultimo minuto, ho idea che ve ne serviranno parecchi.

Caro Grillo, la cittadinanza non è un derby

Seble Woldeghiorghis per Metilparaben.
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Mi ha veramente lasciata perplessa la notizia del post di Grillo in merito alla concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati:

La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall'altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della "liberalizzazione" delle nascite.

Trovo la dichiarazione di Grillo sconcertante, ma non per lo stesso motivo che ha scatenato la protesta online: cittadinanza sì, cittadinanza no. Sarei folle se dichiarassi che non sono d'accordo con la cittadinanza a chi nasce e/o cresce in Italia, avendone fatto una battaglia personale portata avanti prima con l'associazionismo e ora all'interno del Comune di Milano, dove da qualche mese ho la fortuna di lavorare.
Per quanto mi riguarda: CITTADINANZA SÌ.
Mi sbilancio: la semplificazione nella concessione della cittadinanza la porterei avanti anche per chi in Italia non vi é né nato, né cresciuto, ma che da anni ci vive. Cittadinanza quindi non solo ai figli, ma anche ai genitori. Ma questo forse é troppo per l'Italia di oggi. Partire dai figli sarebbe già un bel passo avanti.
Il post di Grillo ha effettivamente creato un coro da stadio allontanando a mio parere dal vero messaggio subliminale, ma non troppo, nascosto tra le righe. Per Grillo i cittadini stranieri non hanno diritti e la politica quindi non se ne deve occupare. I cittadini non muniti della cittadinanza sono delle entità invisibili che vivono una vita distinta dagli italiani (doc/dop): infatti, secondo Grillo, gli oneri dei deliri dei politici li subiscono solo gli italiani, mentre gli immigrati non ne vengono minimamente sfiorati (proprio loro che dalla politica vengono continuamente tartassati e strumentalizzati).
Mio caro Grillo urlante, qui non stiamo parlando del derby Milan-Inter, Roma-Lazio, Juve-Torino. La partita che si gioca affrontando il tema della cittadinanza, e che genera tanto tifo, é quella che si trova ad affrontare l'Italia con se stessa e sarà decisiva nel decretarne il successo nazionale, ma soprattutto internazionale.
Spero che tu raccolga l'invito dell'On. Sarubbi per un confronto su questo tema che vada al di là delle cinque righe sparate senza meditare. Sarebbe bello poter fare l'incontro in un bello stadio e riempirlo di tutti quei cittadini italiani di fatto, ma non di diritto, che ordinatamente e a turno ti racconteranno cosa voglia dire vivere in un Paese che non ti riconosce, che ti considera non degno di attenzione.
Nel caso dovessi accettare, ti consiglio di prenderti una giornata intera per ascoltare ogni intervento. Ne sentirai delle belle, e forse a quel punto capirai il vero senso della campagna "L’Italia sono anch'io".