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Dai, allunghiamogli le gambe

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C'è una vecchia barzelletta che funziona più o meno così: un tizio vuole farsi accorciare il pisello perché è di una lunghezza sproporzionata, ma siccome in sala operatoria l'intervento non riesce il dottore guarda i suoi assistenti e dice: "Vabbe', dai, allunghiamogli le gambe".
Ecco, il ddl anticorruzione di cui si parla in questi giorni mi ricorda tanto quella barzelletta: perché se la giustizia italiana è un colabrodo che manda in prescrizione migliaia di reati, pensare di risolvere il problema aumentando la prescrizione anziché riformare una volta per tutte il sistema giudiziario è un po' come allungare le gambe a quel tizio invece di accorciargli il pisello.
Sapete cosa penso? Che pur di non mettere mano ai problemi della giustizia finiremo per abrogarla, la prescrizione: così come, travolti dallo scalmanato impeto giustizialista che imperversa in lungo e in largo, abbiamo di fatto già abrogato il principio per cui ciascuno è innocente fino al momento della condanna, il carattere eccezionale della carcerazione preventiva e il valore rieducativo della pena.
Tutta roba della quale, nell'emergenza di un paese invaso dall'illegalità, pensiamo di poter fare a meno: finché non ci accorgeremo che due -o tre, o quattro, o enne- torti non fanno una ragione; che quelle garanzie dimenticate andavano salvaguardate a maggior ragione in un momento tanto difficile; che dal malaffare si esce praticando lo stato di diritto, non cancellando come se niente fosse decenni -e a volte secoli- di civiltà giuridica.
Sarà un brutto giorno, quello in cui ce ne renderemo conto.
E forse, come spesso accade, sarà troppo tardi per tornare indietro.

Perfino dei propri

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Sarà, ma ogni volta che vado a gay street a raccogliere le firme per Teniamo Famiglia torno a casa sconcertato dalla quantità di persone omosessuali che si dichiarano del tutto indifferenti al riconoscimento delle famiglie di fatto.
E penso che è davvero un'epoca triste quella in cui non solo non si combatte per i diritti di tutti, ma ci si disinteressa perfino dei propri.

Chi non crede nella democrazia

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Per come la vedo io, che sono tutto fuorché fascista, la liberazione dal fascismo è servita a far sì che tutti possano dire quello che pensano: anche se quello che pensano consiste nel rimpiangere la repubblica di Salò.
Dopodiché, se davvero credete che impedire a qualcuno di esprimere le proprie idee -per quanto aberranti esse siano- equivalga a neutralizzarle, ritengo che siate degli illusi: quelle idee non solo resteranno tutte al loro posto, ma in più diventeranno clandestine, fornendo a chi le propaganda l'alibi del martirio e facilitandogli il proselitismo.
Io rimango convinto che le cattive idee non si combattano silenziandole, ma lasciando che vengano espresse e poi confutandole: e ne sono convinto perché credo nella democrazia.
Mi pare che chi auspica la censura, invece, non ritenga la democrazia abbastanza forte da sconfiggere quelle idee nel merito: e quindi, in estrema sintesi, che nella democrazia creda molto, ma molto meno di me.

I campi di concentramento in cui ci mettono tutti

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Quando si arriva ad asserragliarsi in un posto trattenendo un ostaggio i casi sono due: o si è appena fatta una rapina e si chiedono le solite cose che abbiamo visto decine di volte nei film americani -tipo un elicottero entro dieci minuti e la pista di decollo libera dai poliziotti-, oppure quel posto è un posto di merda nel quale non si riesce a resistere un minuto di più e da cui non si sa come andar via.
Ebbene, nel caso di specie mi pare chiaro che ci troviamo di fronte alla seconda ipotesi: con l'unico particolare che "posto di merda" è un eufemismo, visto che in Italia i CIE assomigliano in tutto e per tutto a dei campi di concentramento nei quali gli esseri umani vengono trattati peggio degli animali.
Ora, la domanda è: secondo voi il fatto che nel nostro paese esistano posti del genere costituisce una semplice -si fa per dire- violazione dei diritti umani di un numero ristretto di individui, o piuttosto rappresenta un vulnus allo stato di diritto, e quindi finisce per incidere -in un modo o nell'altro- anche sulla libertà degli altri?
In altri termini: la questione è vergognarsi per quello che succede ad alcuni, o preoccuparsi -e parecchio- per quello che stanno facendo a tutti?

Il concetto vi sfugge

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Già che ci siamo, visto che il dibattito ha preso una piega interessante, l'occasione mi è gradita per precisare come la penso.
Finché non arreca un danno agli altri -e il danno dev'essere oggettivo, dimostrabile e misurabile, non una mera opera di fantasia o una sensazione impalpabile- ciascuno dovrebbe essere libero di fare quello che gli pare e piace: bruciarsi il cervello con la droga -per carità, non ricominciamo con la solfa che chi si droga è pericoloso perché delinque, visto che con ogni evidenza ciò è dovuto al proibizionismo, non alla tossicodipendenza-, prostituirsi, avvalersi della prostituzione, mangiare fritti e dolci fino a diventare un pachiderma, ammazzarsi di pippe davanti ai film porno e via discorrendo.
Dopodiché, discutiamo pure sulla misura in cui gli eventuali costi di questi comportamenti debbano o non debbano gravare sulla collettività: ma senza che ciò implichi un giudizio sullo stile di vita degli altri, che ciascuno è certamente libero di formulare ma che nessuno dovrebbe permettersi di innalzare a legge.
Non volete pagare le tasse per curare chi si buca? Benissimo. Allora io non voglio pagarle per operare quello che si è rotto il ginocchio giocando a calcetto con gli amici e avrebbe dovuto starsene a casa perché era fuori allenamento. Perché per me, checché ne dicano i soliti benpensanti che pretendono di avere in tasca la verità, drogarsi e giocare a pallone sono attività che riguardano entrambe l'insindacabile sfera personale degli individui, e nessuno -dico nessuno- dovrebbe avere l'autorità per metterle in classifica come piace a lui e imporre quella classifica a tutti gli altri.
Piantatela, una buona volta, di fare gli illiberali travestiti da democratici: e andate a ripassarvi, se vi avanza un po' di tempo, cosa dovrebbe significare vivere in uno stato di diritto.
Perché a quanto pare il concetto vi sfugge.

Aguzzini

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Siccome l'argomento sembra tornato di stretta attualità dopo l'uccisione di Bin Laden e le polemiche sui metodi che l'avrebbero resa possibile, colgo l'occasione per ribadire sinteticamente come la penso: anche se torturare un uomo dovesse garantire alla collettività un significativo beneficio, consistente nel reperimento di informazioni utili a salvare vite umane, la degenerazione dello stato di diritto che quella stessa collettività subirebbe per il fatto di aver accettato la tortura come metodo praticabile costituirebbe un danno assai più grave del vantaggio ottenuto.
Non si tratta, badate, soltanto di parole: i "metodi spicci" per cavare di bocca alle persone quello che sanno sono vecchi quanto il mondo, e sono stati praticati abbondantemente da tutti i regimi, in modo tanto più spietato quanto più quei regimi erano indifferenti alla soppressione dei diritti umani e delle libertà fondamentali che spettano a ciascun individuo.
Pensiamoci, se non vogliamo trovarci nella singolare condizione di aver sconfitto tutti gli aguzzini, per poi dover scoprire che gli aguzzini siamo diventati noi.

Chiamiamo le cose col loro nome

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Sarà impopolare, ma per come la vedo io mettere in libertà un detenuto che sta male non c'entra niente con l'efferatezza dei delitti che ha commesso.
Se è vero che le condizioni fisiche di Pierluigi Concutelli non sono più compatibili con il carcere -il che equivale a dire che la sua permanenza in cella metterebbe a rischio la sua sopravvivenza- farlo uscire significa semplicemente applicare l'elementare principio per cui in Italia non è in vigore la pena di morte.
Questo, evidentemente, non ha niente a che vedere con il fatto che i suoi delitti siano stati -come in effetti sono stati- terrificanti, né con la circostanza che se ne sia o non se ne sia pentito, né con la sofferenza delle vittime e dei loro parenti -dei quali, peraltro, comprendo umanamente la rabbia-, e neppure con il fatto che sia stato un terrorista nero.
Si tratta semplicemente di una questione di logica: dire che Concutelli non dovrebbe uscire dal carcere pur essendo gravemente malato significa affermare che per certi crimini si vorrebbe la pena capitale; cosa che del resto ha fatto Vittorio Occorsio, nipote del giudice ucciso dal terrorista, esprimendo un'opinione che in quanto tale reputo legittima, pur non condividendola.
Invece di girare intorno al punto, allora, confrontiamoci sull'argomento vero: c'è chi ritiene che in determinate condizioni sarebbe opportuno ripristinare le esecuzioni capitali? Perché è di questo, con ogni evidenza, che stiamo parlando.
Io ritengo che la pena di morte sia incompatibile con lo stato di diritto, qualcun altro -quelli che vorrebbero vedere Concutelli crepare in carcere, per esempio- no: discutiamone, se è necessario, perché per come la vedo io non c'è niente di cui non si possa parlare.
Però, per piacere, non nascondiamoci dietro le parole, e chiamiamo le cose col loro nome.

Proprio perché non sono fascista

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Posto che il fascismo mi fa orrore -così sgomberiamo il campo da inutili polemiche- ritengo che in uno stato di diritto sia legittimo, se si procede con le modalità stabilite dalla nostra Costituzione, proporre l'abrogazione di qualsiasi norma di legge: perfino la XII Disposizione Transitoria e Finale, che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
Ciò detto, e precisato che l'iniziativa di Cristiano De Eccher, Fabrizio Di Stefano, Francesco Bevilacqua, Giorgio Bonacin, Achille Totaro e Egidio Digilio lascia allibito anche me, non condivido il parere di chi li ha invitati a ritirarla: quando un paese è libero, ciascuno può dire e proporre -democraticamente, cioè attraverso gli strumenti che l'ordinamento gli mette a disposizione- quello che vuole, per quanto l'oggetto di quella proposta possa sembrare ignobile a tutti gli altri.
Sapete cosa? Per come la vedo io in un paese libero non c'è niente, ma proprio niente, che non si possa dire, perché ciò implicherebbe necessariamente l'esigenza di impedire a qualcuno di dirlo: il che, con ogni evidenza, è tutto fuorché democratico.
Se io fossi un senatore, insomma, voterei convintamente -meglio, visceralmente- contro l'abrogazione della XII Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione, ma non mi passerebbe mai per la testa di chiederne il ritiro.
Proprio perché non sono fascista.

Iniquo, offensivo, demagogico e inutile

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Di chi è la colpa se uno picchia il primo passante che gli capita a tiro, prende a sassate una vetrina o sbatte per terra la bottiglia che aveva in mano disseminando i vetri dappertutto? Delle tre o quattro birre che si è bevuto dopo le undici di sera o del fatto che si tratta di un delinquente?
No, perché io ne ho bevute, di birre, soprattutto nottetempo, ma l'idea di mettere a ferro e fuoco il posto in cui mi trovavo scatenando risse da film western non mi è mai passata neppure per l'anticamera del cervello: e come me la stragrande maggioranza delle persone che mi circondavano.
Ebbene, proibire la vendita di alcolici dopo un certo orario per evitare le bravate dei teppisti è al tempo stesso iniquo, offensivo, demagogico e inutile: iniquo, perché comprime le libertà individuali in un modo tanto massiccio e indifferenziato da risultare completamente incompatibile con lo stato di diritto; offensivo, perché mette migliaia di cittadini pacifici, che vogliono soltanto farsi un paio di bicchieri senza rompere l'anima a nessuno, sullo stesso piano di pochi facinorosi; demagogico, perché ha il solo scopo di dimostrare ai residenti che qualcosa si sta facendo, anche se a cosa serva quel qualcosa non è ben chiaro a nessuno; inutile, perché chi esce da casa con l'intenzione di andarsene in giro a fare danni lo farà comunque, e se gli piace provare l'ebbrezza della devastazione con un ettolitro di alcol in corpo quell'alcol se lo procurerà, in un modo o nell'altro.
Io, personalmente, non mi sento per niente rassicurato da istituzioni che pretendono di risolvere i problemi in questo modo: specie se continuo a subire divieti su divieti in ragione di nefandezze che non ho mai commesso.
Datevi una regolata, per favore, e tenete conto del fatto che per governare le cose bisogna prima capirle.
Dire di no a tutto è una risposta semplicistica di cui sarebbe capace chiunque.

Ci puliamo il culo pure con questo?

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Raffaele Fitto, ministro per i Rapporti con le Regioni, 30 marzo 2011:

I respingimenti di massa sono l'extrema ratio, ma questo scenario davvero non si può escludere.
IV Protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, 16 settembre 1963, articolo 4:
Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate.
Si tratta, per capirci, dello stesso pezzo di carta che proibisce la tortura e la schiavitù, garantisce la libertà di pensiero e di espressione, sancisce il diritto ad elezioni libere, protegge la proprietà, abolisce la pena di morte, stabilisce l'eguaglianza tra i coniugi, vieta di discriminare gli esseri umani in base al sesso, alla razza, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche, alla ricchezza, ed altre amenità del genere.
Che ne dite, vale la pena di continuare a rispettarlo o ci puliamo il culo pure con questo?

Torniamo a parlare di eutanasia

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In estrema sintesi, vi dico come la penso: anche se il ddl Calabrò sul testamento biologico che verrà discusso a marzo non fosse il pasticcio illiberale che è, saremmo a meno di metà dell'opera.
Il vero problema, a mio parere, è che il fronte integralista è riuscito nella cruciale operazione di spostare il fronte dello scontro qualche chilometro indietro rispetto a dove dovrebbe essere, costringendo le -poche- forse progressiste del paese a combattere per mantenere l'esistente, invece che darsi da fare per migliorarlo.
Così oggi ci si ritrova a difendere il diritto di rifiutare i trattamenti sanitari indesiderati, cosa che per la verità sarebbe già ampiamente garantita dalla Costituzione, mentre il dibattito sull'eutanasia è stato definitivamente relegato nel grande mucchio degli argomenti di cui non è lecito neppure parlare.
Bisognerebbe avere il coraggio di riprenderlo, quel dibattito, di sorpassare i fondamentalisti proprio sul terreno che hanno accuratamente minato, di rompere il tabù e parlare una buona volta al paese, quello reale, che a quanto pare sarebbe disponibilissimo ad ascoltare: smettere di accettare la battaglia di retroguardia, insomma, e tornare a parlare esplicitamente di eutanasia.
I sedicenti progressisti, a qualunque schieramento politico appartengano, battano un colpo, perché adesso è il momento di farlo.
Tra poco, date retta a me, sarà davvero troppo tardi.

Meglio orfano che figlio di due gay

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La Cassazione apre alle adozioni da parte dei singoli: e a me, evidentemente, la cosa non può che fare un gran piacere.
Però come la mettiamo, adesso, con le coppie omosessuali?
No, perché a questo punto sembrerebbe che per un bambino non solo sia meglio avere una mamma e un papà invece di due mamme (o due papà), ma addirittura avere un solo genitore piuttosto che due genitori dello stesso sesso.
Meglio orfano, insomma, che figlio di due gay.
Voi che ne dite, non diventa un tantino difficile da sostenere?

Il momento di lanciare la sfida

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Con Civati, ché oggi ci girava di scrivere in due.

Con la destra nel cortocircuito più totale, i liberal dovrebbero approfittarne: perché per la prima volta nella storia patria i conservatori non fanno nemmeno più finta di fare i bacchettoni. E anzi danno del bacchettone agli altri. Perché a loro va bene tutto.
Forse è arrivato il momento giusto per rilanciare, allora, sulle libertà, quelle vere. E sugli stili di vita, quelli che non fanno male agli altri e contro i quali la destra ha sempre fatto le barricate.
Visto che sono così disinvolti sulle abitudini sessuali del presidente del consiglio e che danno dei moralisti agli altri, ad esempio, non dovrebbero avere alcuna difficoltà a riconoscere piena legittimità alle coppie omosessuali (che facciamo, ci infiliamo nel letto delle persone per sindacare sulle loro preferenze sessuali a giorni alterni?), a sancire il diritto dei cittadini di decidere a quali terapie sottoporsi e quali rifiutare mettendolo per iscritto in anticipo (sarebbe un paradosso essere tanto rispettosi delle scelte amorose degli individui e poi mettere il becco nelle questioni che riguardano il loro corpo, che ne dite?), a promuovere la contraccezione e l'informazione sessuale nelle scuole con una campagna mediatica senza precedenti (se si riesce a tollerare che il Vaticano storca la bocca quando si tratta dei comportamenti del premier, si potrà adoperare analoga indifferenza anche quando si tratta dei comportamenti degli altri, no?).
E così via discorrendo, fino alla fine della lista e senza saltare nemmeno un punto.
Sono in preda al panico: è il momento di lanciare la sfida.

Quanto poco continua a contare

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Caro Presidente, noi non comprendiamo ma siamo ben consapevoli di quanto poco ciò conta così come quanto poco è contata per la umana Giustizia Italiana la vita di Stefano Cucchi. E quanto poco continua a contare. Ognuno di noi esseri umani coltiva un piccolo o grande sogno. Il mio è quello di essere smentita.
(dalla lettera di Ilaria Cucchi a Giorgio Napolitano)

Adesso vi ricordate dello stato di diritto?

15 Commenti »

L'ho già accennato ieri, ma gioverà ripeterlo in modo un tantino più compiuto: il fatto che quelli del PdL gridino alla morte dello stato di diritto dopo le accuse a Berlusconi, pur avendo taciuto -e in alcuni casi partecipato da protagonisti- quando venivano calpestati i diritti di Piergiorgio Welby, di Federico Aldrovandi, di Eluana Englaro, di Stefano Cucchi, di Aldo Bianzino, di Giovanni Nuvoli, di Giuseppe Uva, dei detenuti ammucchiati nelle carceri come animali, delle donne costrette a umilianti vie crucis notturne per ottenere la pillola del giorno dopo, dei rom deportati da una parte all'altra come immondizia, degli immigrati spediti nei campi di concentramento libici, degli omosessuali discriminati, derisi e picchiati, delle coppie obbligate ad andare all'estero per fare un figlio e via discorrendo, è semplicemente rivoltante.
In un paese nel quale lo stato di diritto viene ammazzato brutalmente tutti i giorni, questi se ne ricordano solo quando i giudici indagano sui passatempi del loro capo.
Fatemi il piacere, chi volete che vi creda?

Angela, tu come la vedi?

5 Commenti »

Oggi, per sua stessa ammissione, il nostro presidente del consiglio ha confidato al premier di un altro paese di strafregarsene della corte costituzionale, ed ha aggiunto -con ciò implicitamente affermando di poter disporre dei mezzi di comunicazione a suo piacimento- che andrà in televisione per spiegare ai cittadini che la magistratura è una patologia.
Ecco, se io fossi quel capo di stato estero, e se avessi una nozione sia pure minimale di come funzionano le democrazie moderne, penserei che nel paese governato dal mio collega lo stato di diritto è andato definitivamente a farsi fottere.
Altro che prestigio internazionale.

Se la legge è sovrana si chiama democrazia, se il popolo è sovrano si chiama fascismo

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Secondo alcuni commentatori la denuncia delle firme false sul listino di Formigoni alle elezioni regionali dovrebbe essere considerata irrilevante, perché la volontà popolare, successivamente dimostrata dal voto degli elettori, non può essere vanificata dalla burocrazia.
Si tratta, a ben guardare, di due affermazioni distinte, sulle quali vale la pena soffermarsi qualche secondo.
Innanzitutto occupiamoci del richiamo al concetto di burocrazia, che nel caso di specie mi pare evocato a sproposito per motivi sin troppo evidenti: se per realizzare un'opera pubblica un'impresa deve possedere dei requisiti, e se l'ufficio pubblico preposto a verificarne la sussistenza fa giacere la pratica ritardando il progetto così a lungo da renderlo inattuabile, allora siamo di fronte ad un caso di burocrazia che deprime l'iniziativa degli individui; se invece l'impresa quei requisiti non li possiede, li falsifica pur di ottenere l'appalto e alla fine viene scoperta, il problema non è di burocrazia, ma di legalità.
E' sin troppo evidente che il listino di Formigoni non è stato affossato dall'inerzia dell'apparato amministrativo che doveva controllarne la regolarità, e quindi dalla burocrazia, ma piuttosto dal fatto che quella regolarità mancava sin dall'origine, il che configura un problema decisamente diverso: di legalità, per l'appunto, cioè di certezza delle regole che debbono valere per tutti, e alle quali nessuno può sottrarsi.
Poi c'è l'annosa questione della volontà popolare: gli elettori, si dice, hanno comunque premiato Formigoni con il voto, il che varrebbe a sanare nella sostanza l'irregolarità delle firme presentate per poter accedere alle elezioni.
Si tratta, per la verità, di un modo di vedere le cose che negli ultimi tempi si è andato diffondendo in modo preoccupante: quello secondo il quale la sovranità popolare consisterebbe nel fatto che la volontà della maggioranza è più forte della legge, cioè al di sopra di essa.
Ciò che è vero, in realtà, è che in uno stato di diritto la maggioranza dei cittadini può modificare o addirittura abrogare una legge: con il piccolo particolare che deve farlo secondo quanto previsto dalla legge stessa, vale a dire esercitando il voto e mandando in parlamento i propri rappresentanti, i quali a loro volta provvederanno a cambiare o eliminare la legge seguendo la procedura all'uopo stabilita dalla costituzione; finché ciò non avviene quella legge resta in vigore, e non vale a sottrarle efficacia il fatto che la maggioranza (o, al limite, la totalità) dei cittadini dichiari di non condividerla.
Esemplificando con un caso limite, sarebbe addirittura possibile che la volontà popolare reintroducesse nel nostro paese la pena di morte; ma ciò potrebbe avvenire solo nel caso in cui i parlamentari eletti da quei cittadini si prendessero la briga di modificare prima la Costituzione e poi il codice penale, attenendosi scrupolosamente alle regole previste dall'ordinamento: fino a quel momento qualsiasi esecuzione capitale che abbia luogo sul territorio dello stato rimane illegale, nonostante il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione la richieda a gran voce.
Sapete qual è il nocciolo della questione? In uno stato di diritto non è il popolo, ad essere sovrano, ma la legge: tutte le volte che si cerca di invertire arbitrariamente questa elementare gerarchia si finisce per ricadere, più o meno consapevolmente, in una situazione che conosciamo fin troppo bene.
Quella situazione, per usare un termine la cui portata viene spesso trascurata, si chiama fascismo.
Ecco, personalmente tenderei ad evitarla.

Il diritto di scegliere

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Quello che penso è presto detto: qualsiasi paese nel quale un individuo non abbia la possibilità di valutare per se stesso fino a che punto la sua vita debba essere considerata dignitosa e quando inizi a non esserlo più, e non possa conseguentemente decidere, se lo ritiene opportuno e può ragionare lucidamente, di interrompere la propria esistenza, non è un paese davvero libero.
La possibilità di scegliere consapevolmente sul proprio corpo e sulla propria vita, a mio parere, costituisce una prerogativa inviolabile della persona, e quindi dovrebbe essere considerato il più importante dei diritti civili.
Ogni volta che quel diritto viene violato, ogni volta che lo Stato sequestra il corpo di un cittadino strafottendosene della sua autodeterminazione, la libertà rimane una parola priva di contenuto.

Ruberò e rapinerò

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Dichiaro di compiere furti e rapine in quanto danneggiato dallo Stato italiano con una trasfusione infetta da epatite C, a causa della quale ho perso il lavoro e sono rimasto invalido al 66 per cento.
(...)
Lo Stato in modo retroattivo ha deciso che le cause di risarcimento intentate dopo cinque anni da quando è stato evidenziato il nesso causale tra trasfusione e infezione sono cadute in prescrizione. Ma il virus non va in prescrizione.
Franco Zaninello, 63 anni, Padova. Qua.

Meglio così

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Se vivessimo in un paese come quello che avrebbe voluto lui, nel quale i più deboli vengono dileggiati, insultati e umiliati, Pier Gianni Prosperini avrebbe trovato sotto l'ospedale una folla incarognita pronta a sputargli in faccia e a prenderlo per il culo, magari invitandolo sguaiatamente a "ciapa' su la lametta e andarsene al cimitero".
Per fortuna non è così: nonostante Prosperini e i suoi sodali, e con tutte le sue (gravissime) imperfezioni, questo continua ad essere un paese garantista, anche quando i diritti che si devono garantire sono quelli di chi fino al giorno prima faceva il giustizialista gradasso con i ladri di polli.
Io continuo a trovare rassicurante l'idea di vivere in un paese così: lui ringrazi il cielo di non essere riuscito a farlo diventare come voleva.
Oggi, che il più debole è lui, se la vedrebbe brutta assai.

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