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Martone, la Cancellieri e il soldato Rossi

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Mettiamo che io voglia dire una cosa importante. Mettiamo che quella cosa abbia un fondamento di verità, o sia addirittura giusta, ma che contenga degli elementi un tantino sgradevoli, sfavorevoli, difficili da accettare per quelli che la ascoltano.
Ebbene, siccome quella cosa è importante, è evidente che terrò molto al fatto che le persone a cui la sto dicendo superino l'iniziale sensazione di disagio e arrivino a coglierne il senso: ragion per cui, mi sforzerò di utilizzare un linguaggio quanto più possibile rassicurante, e soprattutto eviterò di usare delle formule che possano suonare come denigratorie o irrisorie nei confronti dei miei interlocutori.
A quanto pare i membri del nostro governo ritengono importante, probabilmente a ragione, comunicare al paese che a volte i ragazzi italiani stazionano troppo a lungo nelle università, che il mercato del lavoro sta inevitabilmente cambiando e che a volte bisogna saper rischiare un po' di più per ottenere una maggiore soddisfazione dalla propria carriera professionale.
Stranamente, però, nel comunicare questi concetti -che con ogni evidenza contengono degli elementi potenzialmente difficili da digerire per chi si trova a doverli ascoltare- si guardano bene dall'adoperare la cautela che sarebbe necessaria: al contrario, finiscono spesso e volentieri per metterci sopra un bel carico, aggiungendo alle loro esternazioni delle frasette piccanti che sembrano fatte apposta per far incazzare i destinatari dei loro pareri.
Per dire che alcuni ragazzi dovrebbero riflettere sul troppo tempo trascorso all'università, ad esempio, non c'è alcun bisogno di aggiungere che quei ragazzi sono degli "sfigati"; così come per affermare che ci si deve rendere disponibili ad una maggiore mobilità per trovare un posto di lavoro non occorre affatto fare riferimento all'immagine beffarda di "mamma e papà".
Ripeto: probabilmente si tratta di concetti condivisibili. Ma a mio parere esprimerli senza sapersi trattenere dalla smania di ficcarci dentro quella sottile nota irridente non denota grande responsabilità, perché indispone inevitabilmente chi ascolta e finisce per rendere il proprio intervento non più un utile appello, ma un vero e proprio atto di vanità fine a se stesso.
Per comunicare al soldato Rossi che gli è morta la mamma, insomma, non occorre schierare il battaglione nel piazzale, ordinare a chi ha entrambi i genitori di fare un passo avanti e aspettare il malcapitato al varco gridandogli contro "Soldato Rossi, che cazzo fai?".
Credo sia meglio dirglielo con un minimo di delicatezza in più, o sbaglio?

Il contrario della sfiga

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Provate a dire al vostro migliore amico che sabato pomeriggio non potrete restarvene con lui ad ascoltare per l'ennesima volta la discografia dei Pink Floyd raccontandovi i cazzi vostri perché dovete precipitarvi in ufficio a finire un lavoro importante: vi risponderà che gli dispiace tanto, anche perché era da un bel po' che non vi prendevate qualche ora per voi, ma quasi sicuramente vi capirà, vi farà un sorriso e vi dirà che a fantasticare insieme potrete restarci un'altra volta.
Poi provate a dire al vostro capo che sabato mattina non potrete precipitarvi in ufficio a finire quel lavoro perché avete proprio voglia di starvene a casa ad ascoltare la discografia dei Pink Floyd e a cazzeggiare col vostro migliore amico: se vi va di lusso vi guarderà come un povero idiota e penserà tra sé e sé che siete inaffidabile; più probabilmente vi inviterà a rimettere la testa al suo posto, vi darà dell'irresponsabile o vi minaccerà direttamente di licenziarvi.
Fatte le due prove, provate a raccontarle alle persone che conoscete e a chiedere loro cosa ne pensano: quasi tutte vi risponderanno che la reazione del vostro amico e quella del vostro capo sono entrambe perfettamente normali, dispensando un laconico "ci mancherebbe altro" per la prima e dedicando un meravigliato "ti ha dato di volta il cervello", con tanto di occhi sgranati, alla seconda.
Il fatto è che viviamo in un mondo completamente centrato sul lavoro, sulla produttività, sulla performance: e che gli altri ci giudicano quasi esclusivamente in base a quei parametri, come se fossero gli unici effettivamente utili a stabilire se la nostra vita sia condotta nel modo giusto.
L'affermazione di Michelle Martone, secondo il quale quelli che a ventotto anni bivaccano ancora all'università sono degli sfigati, è perfettamente condivisibile se si guardano le cose da questo punto di vista: o meglio, se si considera la capacità di lavorare e produrre reddito il solo parametro plausibile per farsi un'idea di un essere umano.
Il mio migliore amico se n'è andato all'improvviso quasi quindici anni fa. Aveva -guarda caso- ventotto anni, un'intelligenza cristallina e una curiosità scintillante che spesso e volentieri lo portavano a interessarsi di faccende molto lontane dalle materie che studiava all'università. Era fuori corso, e pure di brutto. Io lo stimavo così tanto che ancora oggi, dopo una vita, mi ritrovo a chiedermi cosa ne penserebbe di una notizia sul giornale, di un film, di una questione che mi trovo ad affrontare e non so bene da che parte prendere.
Era uno sfigato, secondo il dio di Martone, mentre secondo il mio era il contrario della sfiga: era la vita in tutta la sua complessità, in tutta la sua ricchezza, in tutte le infinite sfumature che la compongono in un disegno di volta in volta singolare, unico, irripetibile.
Avere la pretesa di semplificarle così, quelle sfumature, riducendole a un indice da calcolare in base all'età e agli esami che mancano alla laurea, è un'operazione così superficiale da sfiorare il ridicolo.
Se non facesse quasi tenerezza per quanto è ingenua, verrebbe proprio da definirla un'alzata d'ingegno da sfigati.

Generatore automatico di sfigati

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