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Minerva e il concetto di ‘guerriero compassionevole’

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Buongiorno a tutti! Minerva Jones ha imparato da tempo che non si può non cambiare il mondo. La nostra stessa presenza fisica in un determinato luogo altera quel contesto – introduce una variabile che lo rende diverso da ciò che sarebbe se noi non ci fossimo (è la teoria del batter d'ali di una farfalla in Brasile che provoca un tornado in Texas) – così come, e in modo altrettanto incisivo, ogni nostra parola, azione, scelta ha conseguenze su di noi e sugli altri.

Questo è parte del processo attraverso il quale noi – esseri umani – cambiamo quotidianamente la cultura e la società cui apparteniamo, che ne siamo consapevoli o meno, e ne provochiamo talvolta mutamenti repentini (come nel caso di pratiche culturali nuove imposte dalle leggi), talvolta sfumature che nascono da variazioni nella consuetudine e magari richiedono un numero maggiore di individui per venire accettate e condivise dall’intera comunità (pensiamo alla struttura della lingua, ai significati delle parole, e al modo in cui questi cambiano nel tempo).
Date queste premesse, la sottoscritta – che rispetto a qualsiasi cosa alimenta il dubbio e un sano relativismo culturale, così come non ha tutta questa fiducia nei partiti, nei leader, nei programmi – ha deciso pertanto che preferisce agire a livello della dimensione della cultura, della comunità e della società.

Persuasa del fatto che non posso non cambiare il mondo, ho quindi assunto da tempo un atteggiamento da “guerriero compassionevole” - espressione che ai miei occhi è venuta a significare l’insieme, nel medesimo individuo, di attitudini da ‘combattente resistente’ e da ‘persona gentile’ con i propri simili.
Il ‘combattente resistente’ è colui che rimane fermo nella propria posizione dopo averla scelta – in seguito a un’attenta analisi di tutte le opzioni possibili – come quella che ritiene funzionale a proteggere se stesso (senza alcun egoismo, proprio solo per autoconservazione) segnando il limite che gli altri non devono superare (sia concretamente, sia metaforicamente). Il che non significa rifiuto di mutare tale limite se le argomentazioni altrui a favore di un altro punto di vista risultino per questa persona, quando ne viene a conoscenza, più funzionali alla propria vita.
Con questo in mente, mi proteggo da tempo dicendo talvolta anche dei “no” molto sofferti. Ho imparato parimenti a chiedere, con fermezza e determinazione, il rispetto delle mie posizioni, della mia persona e dei miei diritti. E ho imparato a non mollare mai – riprendendomi, ogni volta che mi è stato negato, ciò che mi spettava, con tutte le strategie legali possibili (cosa che ritengo pure un dovere sociale che vorrei tutti facessero: a chiedere con fermezza l’applicazione di diritti che ci sono dovuti su grandi numeri non potrebbero ignorarci…).

La dimensione della ‘gentilezza’ discende invece dalla comprensione che anche gli altri sono nelle mie stesse condizioni e che quindi le mie stanchezze, i miei sospetti, le mie paure, le mie sensazioni di impotenza e via dicendo sono anche quelli altrui. La compassione non è quindi un sentimento di superiorità nei confronti di altri a noi inferiori, quanto un atteggiamento di disponibilità derivante dal ‘provare lo stesso dolore’ (dall’origine latina del termine) tra pari.
Vero è che ciascuno di noi è sintesi delle esperienze che ha fatto nella vita, e forse quelle negative formano di più di quelle positive perché i traumi e la sofferenza ci impongono riflessioni profonde, prese di posizione forti, e una qualche ridefinizione della nostra identità. Ma sapendo che con quelle comunque si avrà a che fare, prima o poi, nell’esistenza, possiamo nella vita quotidiana sostenere invece l’altra prospettiva – quella che ci fa sentire a nostro agio in mezzo agli altri e che promuove in loro la stessa cosa?

L’idea di Minerva è che sia necessario creare un circolo virtuoso che promuova relazioni sociali positive o almeno disponibili all’ascolto altrui: la gentilezza può essere sovversiva. Chiedere come sia andata la giornata alla cassiera mentre in tarda serata è ancora lì che lavora, ringraziare una volta in più piuttosto che una in meno, cedere gratuitamente un biglietto del parcheggio non completamente utilizzato al proprietario dell’auto alla quale lasci il posto quando te ne vai in anticipo rispetto all’ora per cui avevi pagato…
Pensate a quando voi siete beneficiari di atti positivi: non vi predispongono al positivo a vostra volta? Quantomeno non vi predispongono al negativo, e questo già non è poco!

Domenica scorsa ho scattato una foto che per me è metafora di ciò che siamo: una comunità di persone – un tessuto di trama e ordito – in cui è importante non lasciare che qualche punto si sfilacci, che si crei un foro da qualche parte, o che un filo si perda nel vuoto. Perché se ciò accade, si sa come il tessuto va a finire…
Possiamo pensare di diventare tutti guerrieri compassionevoli per ottenere nuovamente il rispetto dei nostri diritti e per abituarci a concepirci come comunità – e nel fare ciò ricostruirla – dato che questa, volenti o nolenti, ci è necessaria per sopravvivere?

Contestualizzazione a corrente alternata

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La Chiesa cattolica, com'è noto a tutti, si è sempre rifiutata di "contestualizzare" sugli argomenti più disparati: sul divieto assoluto di usare il preservativo, ribadito in modo irremovibile perfino nei paesi in cui l'AIDS ammazza gli esseri umani come mosche; sull'eutanasia, reputata un inaccettabile attentato alla vita umana anche quando viene chiesta consapevolmente da poveri cristi che soffrono le pene dell'inferno senza la minima possibilità di guarire; sull'aborto, al quale ci si continua ad opporre pervicacemente a prescindere dalle ragioni che inducono le donne a non voler portare a termine la gravidanza; sulle adozioni da parte di coppie omosessuali, considerate un’aberrazione senza rimedio anche se sottrarrebbero alla miseria e alla fame migliaia di bambini; sulla diagnosi preimpianto, bollata come spregevole pratica eugenetica in barba al fatto che scongiurerebbe la nascita di bambini destinati a morire tra inenarrabili tormenti pochi giorni dopo la nascita; perfino sulla masturbazione, catalogata come atto immorale e inaccettabile (sic) anche quando viene praticata al solo scopo di procurarsi un campione di liquido seminale per un'analisi clinica.
Ebbene, a un certo punto succede che Silvio Berlusconi si lasci scappare una bestemmia mentre racconta una barzelletta -roba che per i relativisti come me, che del contesto tengono accuratamente conto ogni qual volta si trovano a ragionare su qualcosa, rappresenta una minuzia senza la minima importanza- ed ecco che un esponente autorevolissimo di quell'istituzione, la stessa che quando si tratta di elaborare divieti e scagliare anatemi non guarda in faccia niente e nessuno, se ne esce a dire come se niente fosse che prima di giudicare è necessario "contestualizzare".
La cosa, consentitemelo, non è semplicemente ridicola: è offensiva.
E’ offensiva per le donne, per i malati, per gli omosessuali, per i bambini, per i disabili, per le coppie sterili e per altre decine di categorie di esseri umani alle quali la Chiesa si è sempre rifiutata di concedere un accenno, un'ombra, un indizio di contestualizzazione nonostante costoro la implorassero con angoscia, dolore, disperazione.
Passi combattere il relativismo come se fosse il male del secolo: ma fare gli assolutisti dalla mattina alla sera per poi diventare relativisti solo quando fa comodo, questo mi pare davvero un po' troppo.

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