Per come la vedo io, che sono tutto fuorché fascista, la liberazione dal fascismo è servita a far sì che tutti possano dire quello che pensano: anche se quello che pensano consiste nel rimpiangere la repubblica di Salò.
Dopodiché, se davvero credete che impedire a qualcuno di esprimere le proprie idee -per quanto aberranti esse siano- equivalga a neutralizzarle, ritengo che siate degli illusi: quelle idee non solo resteranno tutte al loro posto, ma in più diventeranno clandestine, fornendo a chi le propaganda l'alibi del martirio e facilitandogli il proselitismo.
Io rimango convinto che le cattive idee non si combattano silenziandole, ma lasciando che vengano espresse e poi confutandole: e ne sono convinto perché credo nella democrazia.
Mi pare che chi auspica la censura, invece, non ritenga la democrazia abbastanza forte da sconfiggere quelle idee nel merito: e quindi, in estrema sintesi, che nella democrazia creda molto, ma molto meno di me.
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Chi non crede nella democrazia
Zdenek, il fuoriclasse
Zdenek Zeman non mi manca soltanto perché metteva in campo la Lazio in un modo che a guardarla giocare veniva da lustrarsi gli occhi, ma soprattutto perché è un uomo che quando gli si dà del mezzo rom è capace di rispondere chiedendo se si tratti di un'offesa per lui o per i rom.
Che poi, a pensarci bene, sono due facce della stessa medaglia: perché quel modo inarrivabile di interpretare il calcio, molto più importante perfino del fatto di non aver mai vinto niente, può essere concepito solo da un fuoriclasse così.
Più unico che raro, in un mondo di mediocri.
Il concetto vi sfugge
Già che ci siamo, visto che il dibattito ha preso una piega interessante, l'occasione mi è gradita per precisare come la penso.
Finché non arreca un danno agli altri -e il danno dev'essere oggettivo, dimostrabile e misurabile, non una mera opera di fantasia o una sensazione impalpabile- ciascuno dovrebbe essere libero di fare quello che gli pare e piace: bruciarsi il cervello con la droga -per carità, non ricominciamo con la solfa che chi si droga è pericoloso perché delinque, visto che con ogni evidenza ciò è dovuto al proibizionismo, non alla tossicodipendenza-, prostituirsi, avvalersi della prostituzione, mangiare fritti e dolci fino a diventare un pachiderma, ammazzarsi di pippe davanti ai film porno e via discorrendo.
Dopodiché, discutiamo pure sulla misura in cui gli eventuali costi di questi comportamenti debbano o non debbano gravare sulla collettività: ma senza che ciò implichi un giudizio sullo stile di vita degli altri, che ciascuno è certamente libero di formulare ma che nessuno dovrebbe permettersi di innalzare a legge.
Non volete pagare le tasse per curare chi si buca? Benissimo. Allora io non voglio pagarle per operare quello che si è rotto il ginocchio giocando a calcetto con gli amici e avrebbe dovuto starsene a casa perché era fuori allenamento. Perché per me, checché ne dicano i soliti benpensanti che pretendono di avere in tasca la verità, drogarsi e giocare a pallone sono attività che riguardano entrambe l'insindacabile sfera personale degli individui, e nessuno -dico nessuno- dovrebbe avere l'autorità per metterle in classifica come piace a lui e imporre quella classifica a tutti gli altri.
Piantatela, una buona volta, di fare gli illiberali travestiti da democratici: e andate a ripassarvi, se vi avanza un po' di tempo, cosa dovrebbe significare vivere in uno stato di diritto.
Perché a quanto pare il concetto vi sfugge.
Dare a Twitter quel che è di Twitter
In estrema sintesi, mi pare che sia successo questo: Twitter ha reso noto in modo trasparente come si comporterà in relazione alle richieste di alcuni paesi di censurare messaggi che in quei paesi sono considerati illegali; il che significa, sempre per quello che sembra di capire a me, che Twitter ha annunciato di voler rispettare le leggi vigenti nei diversi paesi, anche perché presumo che in caso contrario in quei paesi la piattaforma verrebbe oscurata del tutto.
Ora, a me pare evidente che se in Arabia Saudita è considerato illegale postare su Twitter una battuta su Allah -ma anche pronunciarla in un bar, scriverla su un muro o spedirla via posta a qualche migliaio di persone- il problema sia il governo dell'Arabia Saudita, non gli amici di Twitter: i quali, nella circostanza, hanno avuto l'unica colpa di dichiarare pubblicamente quello che -credo- sarebbero stati obbligati a fare in ogni caso; ipotesi nella quale, gioverà sottolinearlo, la censura sarebbe operata lo stesso senza che in giro se ne sappia nulla.
Dopodiché, tutto si può sostenere: perfino che su Twitter -o su Facebook, o sui social network in generale- incomba il compito di risollevare le sorti dei paesi in cui la libertà d'espressione è fortemente limitata o negata del tutto; sta di fatto, però, che Twitter -o Facebook, o i social network in generale- sono delle azienda private, cui non si può attribuire come se fosse una cosa normale l'obiettivo di votarsi al martirio e capeggiare i focolai di rivolta che si accendono in giro per il pianeta.
Convengo sul fatto che non si tratti dello scenario più incoraggiante che sia dato immaginare, né di una situazione della quale ci si debba rallegrare: ma ho una gran paura che nell'immaginario collettivo a Twitter, a Facebook e a internet in generale sia stato attribuito un ruolo che in certi casi non è materialmente possibile svolgere.
Fuori orario
In Italia milioni di persone lavorano tutto il giorno. Escono di casa che i negozi sono ancora chiusi (e anche se fossero aperti non potrebbero trarne alcuna utilità, perché devono volare in ufficio) e tornano che stanno tirando giù le serrande. Se arrivano a casa e scoprono che manca qualcosa, dal detersivo per la lavatrice all'olio per condire l'insalata, sono fottuti. Nel week end gli tocca prendere su, andare al supermercato e fare la scorta per i sette giorni successivi, senza dimenticarsi niente sennò se ne riparla il sabato che viene; in più devono organizzarsi per le normali operazioni che riguardano la vita di ognuno, tipo andarsi a tagliare i capelli, fare la ceretta, comprare quello che serve per vestirsi, capire se manca qualcosa a casa, fare due o tre lavatrici e via discorrendo, il tutto cercando contestualmente di scambiare due parole due con la moglie/marito/compagna/compagno/fidanzata/fidanzato ed eventualmente con i figli e nei casi più audaci perfino con un paio di amici, tutte personcine con cui durante la settimana ci si vede giusto in tempo per darsi la buonanotte. Se non lo fanno, magari perché si concedono un paio di giorni fuori, oppure hanno un matrimonio, o magari si beccano l'influenza, restano con il frigo vuoto, i capelli lunghi, i peli sull'inguine, i pantaloni vecchi che andarci al lavoro è da vergognarsi, l'ultimo paio di calzini puliti nel cassetto e così via.
Sono milioni di persone, non due o tre.
Poi, finalmente, qualcuno consente ai negozianti di restare aperti negli orari che preferiscono, e questi milioni di persone tirano un sospiro di sollievo: hai visto mai che riuscirò a comprare un chilo di frutta alle nove di mercoledì, con un minimo di calma, mentre torno dal lavoro? Hai visto mai che il parrucchiere decide di farmi la messa in piega, dico per dire, alle ventitré, così ceno e poi ci vado e mi faccio pure un sonno sulla poltroncina? Hai visto mai che sabato prossimo, per una volta, potrò avere la sensazione di vivere in un giorno festivo, perché qualche impiccetto l'ho già sbrigato durante la settimana?
A quel punto i negozianti si incazzano. Forse, tiro a indovinare, perché hanno paura che qualcuno di loro abbia più voglia di lavorare, o magari che lavori lo stesso numero di ore ma si ingegni per cambiare l'orario in cui resta aperto, e che in questo modo porti via loro i clienti. I quali clienti, secondo il loro dio, non devono andare da loro perché li scelgono in base alla qualità del servizio che ricevono, ma semplicemente perché vi sono costretti.
Sotto casa mia c'è già, un negozio che resta aperto un pochino più degli altri. Sono là da un mese e mi ha già salvato le chiappe tre o quattro volte. Il suo titolare, guarda caso, è uno straniero: e magari, tiro ancora a indovinare, siccome è straniero non ha ancora sviluppato la curiosa convinzione che quello che incassa gli sia dovuto per grazia divina.
Io sono felice che ci sia, e sarò ancora più felice se tra qualche mese ce ne saranno degli altri: semplicemente perché mi consentirebbero di vivere un tantino meglio.
Fiancheggiatori della democrazia
Siccome mi riferiscono che il dibattito è tuttora animatamente in corso, l'occasione mi è gradita per ripetere come la penso.
Io sono convinto che in democrazia si possa dire tutto. E quando dico tutto intendo tutto, senza eccezioni di sorta.
Sono altresì convinto che sia proprio la possibilità di dire tutto, e di poterlo fare senza eccezioni, l'elemento fondamentale che contraddistingue una democrazia: e quindi, di conseguenza, reputo antidemocratico il comportamento di chiunque si provi ad impedire che chiunque altro dica qualunque cosa.
Aggiungerò che a mio modestissimo avviso non ha alcuna rilevanza, e soprattutto ha ben poco fondamento logico, la circostanza -spesso paventata con una certa disinvoltura- che la cosa detta da quel chiunque sia "antidemocratica": perché la democrazia, per quanto ne so, è semplicemente un metodo; e quindi è il modo in cui si cerca di affermare un'idea che può essere, casomai, antidemocratico, non certo l'idea in sé e per sé.
Mi corre l'obbligo di rilevare, inoltre, che se uno esprime un'idea che non ci piace, che ci risulta odiosa o che troviamo addirittura aberrante, e qualcun altro si dà da fare per lasciargliela esprimere, ciò non significa affatto che quel qualcun altro sia d'accordo con l'idea in questione: e andare a dire in giro che il secondo sarebbe un "fiancheggiatore" del primo appartiene a metodi che di democratico non hanno neppure il nome; leggasi menzogna, calunnia, maldicenza, tutta robetta che nei regimi non democratici, guarda caso, prospera e fiorisce allegramente.
Ciò detto, chiudo.
Non prima di aver aggiunto che chi vorrebbe difendere la democrazia a forza di tacitare gli altri non deve averne molta, di fiducia nella democrazia.
E senza neanche scomodare Voltaire, ché non ce n'è bisogno.
Fronti
La notizia della minorenne di Trento che i genitori vorrebbero costringere ad abortire contro la sua volontà è giusto quello che ci vuole per chiarire la posizione di quelli come me, che i nostri amici crociati si ostinano a definire membri di un fantomatico "fronte contro la vita".
La questione, in realtà, è di una semplicità disarmante: voler costringere all'aborto una che desidera proseguire la gravidanza è esattamente come voler impedire l'aborto a una che intende interromperla.
Se ne deducono, per logica elementare, due considerazioni; in primo luogo, che la posizione di cui talora mi faccio modestamente portavoce non rappresenta un "fronte contro la vita", ma casomai un "fronte per la libertà di scelta", che è una cosa molto diversa; in secondo luogo, che gli antiabortisti oltranzisti e quelli che vogliono costringere le persone all'aborto, apparentemente portatori di posizioni antitetiche, appartengono in ultima analisi al medesimo schieramento, vale a dire il "fronte contro la libertà di scelta".
Conviene stare attenti a quello che si sostiene, insomma, se si vuole evitare di ritrovarsi come compagni di viaggio individui coi quali ci si illude di non avere niente a che fare.
Che ci piaccia o no.
La libertà secondo Silvio
La novità è che l'ex premier dello stesso governo che si è fatto in quattro per proibire ai malati di decidere se curarsi o no, alle donne di abortire con meno dolore, alle coppie con problemi di fertilità di accedere alla fecondazione assistita e ai ragazzi di farsi uno spinello, appartenente alla stessa maggioranza della miriade di sindaci che hanno prodotto ordinanze a raffica per vietare di bere alcolici, sedersi sulle panchine, mettersi in costume ai giardini pubblici, tenere aperti i locale di notte, fare musica per strada e via discorrendo, adesso se ne esce che tracciare i pagamenti sopra i 300 euro "va contro la libertà".
Si vede che io e lui abbiamo due concetti di libertà piuttosto diversi.
Capricci genetici
Evidentemente avere la fibrosi cistica, la talassemia, problemi genetici o patologie cromosomiche, desiderare un figlio e voler evitare di trasmettergli la propria malattia non è altro che un capriccio: dev'essere per questo che le nuove linee guida della legge 40 impediscono a tutte le persone che si trovano in condizioni simili di accedere alla diagnosi preimpianto.
Poi dicono che i problemi urgenti di questo paese sono altri, che rischiamo il default, che si deve pensare all'economia e mettere da parte queste questioni, che secondo loro sarebbero marginali: eppure io continuo a pensare che la libertà dei cittadini, specie di quelli malati, venga prima di tutto il resto.
Perché se non c'è quella non ci può essere nient'altro.
Governo tecnico o no.
Non pensare, compra
Una volta, a un presidio per l'abrogazione della legge 40 sulla fecondazione assistita, eravamo in otto o nove.
In un'altra circostanza andò decisamente meglio, perché mentre raccoglievamo le firme per il testamento biologico si formò un capannello di una quindicina di persone.
Il massimo, tanto che ancora se ne parla coi lucciconi, fu quando ci ritrovammo in trenta, davanti a Montecitorio, per segnalare che in molte regioni l'obiezione di coscienza stava di fatto vanificando l'applicazione della legge sull'aborto.
Poi un bel giorno uno esce di casa, trova una strada chiusa al traffico e scopre che il casino era dovuto al fatto che migliaia di esseri umani si erano accalcati cercando di comprare un televisore o un telefonino in offerta: e pensa che evidentemente ci sono un sacco di persone che ritengono assai appropriato starsene a casa se si cerca di togliere loro perfino il diritto di disporre del proprio corpo, ma si riversano nelle strade se qualcuno mette in vendita una lavatrice a prezzo stracciato.
L'inaugurazione di un nuovo centro commerciale mobilità molto di più del desiderio di autodeterminarsi, si direbbe: ma temo che non sia tutto qua.
Ho una gran paura che le due cose siano correlate: ho una gran paura che spingere la gente a comprare, comprare e comprare ancora non sia che un modo come un altro, probabilmente il più raffinato, per fare in modo che non pensi ad altro.
Soprattutto, purtroppo, alla libertà che le si toglie.
Minerva comincia col riprendersi le parole (e vi invita a fare altrettanto)
Buongiorno a tutte/i!
Una delle ragioni per le quali Minerva è esasperata dai politici attualmente al potere è che l'immaginario mediocre, deprimente, disumano e patetico cui ci hanno sottoposto - e che continuano a tirare a inculcarci come modello di felicità, benessere e successo (ma per favore!) - si nutre di parole che costoro ci hanno rubato e delle quali fanno un uso perverso, ben distante dal loro significato originario.
Per quanto apparentemente questa potrebbe sembrarci cosa di poco conto, in realtà è attraverso le parole che diamo forma ai concetti e alle nostre esperienze. Ed è vero che la lingua cambia col tempo nell'uso quotidiano che ne fanno coloro che la parlano, ma quando il nuovo significato è frutto della scelta intenzionale di una corrente politica per mascherare i propri interessi e le proprie prospettive - fingendo che le cose siano come non sono - non va più tanto bene.
In un post molto agguerrito di alcuni mesi fa indicavo, ad esempio, il caso della parola 'libertà' in bocca a chi pretende di regolamentare questioni così private che investono la medesima gestione personale del nostro corpo - un evidente paradosso, nonché un abominio. E pensiamo parimenti a come è stata svalutata la dimensione di competenza, piacere, creazione e partecipazione alla costruzione del mondo e della comunità insita in tanta trattazione filosofica del concetto di 'lavoro', oggigiorno ormai percepito unicamente come un tragico soffocante distruttivo fardello - ancorché insicuro, precario, e potenzialmente
schiavistico - dopo il tempo del quale e l'alienazione che ci provoca comincia la nostra vera esistenza (se riusciamo ancora ad avere energia e fiato per viverla).
E vogliamo dire qualcosa di quel concetto meraviglioso che sarebbe contenuto nel termine 'amante' venuto invero ormai a indicare persone in ruoli affettivi precari, e comunque riprorevoli agli occhi dei più? E che dire delle parole 'vincere/vittoria', ormai inutilizzabili non tanto per via del motto, anche sottoscrivibile, erroneamente attribuito a De Coubertin, quanto per l'uso che ne fecero certi protagonisti della storia italiana al punto tale da convincere anche le generazioni a venire a provare una certa ritrosia nell'utilizzarle pure in situazione potenzialmente appropriate (con le mafie vogliamo partecipare, convivere, pareggiare o le vogliamo provare proprio a vincere?).
Benissimo. Abbiamo ora la possibilità di partecipare a un progetto collettivo per cominciare col riprenderci le parole, custodirle e difenderle: la Società Dante Alighieri, che sostiene la diffusione della lingua italiana, lancia il progetto "Adotta una parola", con il quale chiunque può candidarsi (volontariamente, ma anche senza alcuna spesa) a divenire custode per un anno di una parola a sua scelta della lingua italiana - impegnandosi a diffonderne il significato corretto e a segnalare alla società in oggetto gli usi errati (o perversi!) della medesima.
Non vi sembra questa una mirabile occasione - pur se non sta nel loro progetto, ma nel nostro di resistenza sì - per riprenderci, custodire e difendere altri immaginari e altre prospettive sulla vita, le relazioni, il mondo in cui viviamo associate al significato originario di quelle parole?
In sintesi, possiamo cominciare a cambiare le cose anche solo riappropriandoci della lingua che parliamo - imparando ad approfondire noi stessi i significati delle parole che usiamo e poi a difenderli da chi ne fa un uso distorto e cerca di mettere questi ultimi significati arbitrari e truffaldini nelle nostre teste: resistenza è anche questo.
Non vi sentite già dotati delle armi migliori - ovvero la scrittura, l'intelligenza e un po' di strategia? E, ciliegina sulla torta, lo facciamo all'interno del 'sistema', con i
suoi stessi strumenti (date un'occhiata ai credits della società...).
PS1: grazie a Giuliana per la segnalazione del progetto.
PS2: Grazie ad Ale e Giada per le utili conversazioni in merito a questo post.
PS3: il sito è sottodimensionato per le connessioni che sta ricevendo, quindi se incostraste intoppi nella scelta+adozione della parola, abbiate pazienza e riprovateci in altro momento. Sarà mica il dover ritentare più volte che può farci desistere, no? Forza! Riprendiamoci le parole! ;-)
I garantisti delle leggi speciali
Fatemi capire un po' come funziona: voi del governo, che fino a ieri vi siete atteggiati a garantisti blaterando contro le intercettazioni, le pubblicazioni di notizie sui giornali e la presunzione di innocenza fino al grado definitivo di giudizio, adesso volete approvare una legge che consentirebbe alle forze dell'ordine di mettere dentro la gente anche se non ha commesso alcun reato, semplicemente in base al sospetto che possa farlo in futuro?
Dico, vi rendete conto che da queste parti non abbiamo esattamente la sveglia al collo, sì?
Un minimo di decenza, perbacco.
Illegale quanto loro
Ogni volta che qualcuno ha l'alzata d'ingegno di evocarle, mi viene in mente che le leggi speciali da un lato comprimono le libertà di tutti, e dall'altro riescono assai raramente a fermare le intemperanze di alcuni.
Rispondere ai black block suggerendo l'approvazione di una Legge Reale bis, a mio modesto parere, significa non solo ammettere la propria incapacità di gestire in modo efficace l'ordine pubblico, ma soprattutto accettare di battersi sul terreno dei propri avversari: quello in cui lo stato di diritto è considerato alla stregua di un trascurabile dettaglio e il fronte dello scontro si sposta sul piano della forza bruta.
Personalmente rimango convinto che un paese civile degno di questo nome dovrebbe rispondere alla violenza con il diritto, non imitare quelli che sta combattendo diventando illegale quanto loro.
Lo sapevate, che potranno rettificare?
Questa è una prova generale di quello che potrà accadere se il comma 29 dell'articolo 1 del DDL di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma "ammazzablog", dovesse entrare in vigore così com'è. Buona rettifica a tutti.
Alessandro Gilioli è un giornalista milanese che lavora all'Espresso, vive a Roma e tifa per l'Inter; Giulia Innocenzi è nata a Rimini, è bionda e ha lavorato ad Annozero; Luca Sappino è il più giovane di tutti, va in giro in bici e conduce una trasmissione alla radio; Vittorio Zambardino ha un blog che si chiama "Scene digitali", tifa per il Napoli e scrive delle cose molto interessanti su Facebook; Giuseppe Civati è consigliere regionale in Lombardia, è chiamato "Pippo" dagli amici e ha un blog in cui ha sostituito la "v" del suo cognome con una "w"; Guido Scorza fa l'avvocato, è un esperto di diritto delle nuove tecnologie e prende spesso l'aereo; Fabio Chiusi ha la barba, l'ho incontrato lo scorso week end a Riva del Garda e ha un blog che si chiama "Il nichilista"; Daniele Sensi vive ad Asti, ascolta Radio Padania per monitorare quello che dice ed è successo che gli abbiano rimosso dei filmati da YouTube; Luca Nicotra è il segretario dell'associazione "Agorà digitale", fa parte del Comitato Nazionale di Radicali Italiani e usa Ubuntu; Arianna Ciccone è una donna davvero in gamba, organizza il Festival Internazionale del Giornalismo e stamattina ci ho parlato al telefono; Serena Prinza ha un blog sull'Unità, una volta è venuta a trovarmi al mare e vive a Milano; Luigi Bruschi ha i baffi, a volte mi invita a manifestazioni alle quali non riesco ad andare e ha un blog che si chiama "La città invisibile".
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Luca Nicotra mi chiede di pubblicare la seguente rettifica. Io ottempero, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia:
I Radicali Italiani non hanno nessun Comitato Nazionale. Lo sanno tutti che sono comandati dalla CIA. Ubuntu non esiste. E io non passo tutto il giorno davanti al computer! Luca Nicotra.
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Fabio Chiusi mi chiede di pubblicare la seguente rettifica. Io ottempero, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia:
Le scrivo per comunicarLe che, ai sensi dell'art. 1 comma 29 della legge "Alfano" sulle intercettazioni, ritengo Lei abbia scritto cose «lesive della mia dignità» e «contrarie alla verità». In particolare, secondo Lei io avrei «la barba». Il che è falso, dato che l'ho tagliata stamattina e che, in ogni caso, Lei non aveva alcun diritto di menzionare pubblicamente il nostro incontro a Riva del Garda in cui, effettivamente, avevo «la barba». Le impongo pertanto, ai termini della succitata legge, di procedere entro 48 ore alla rettifica di quanto scritto. Mi premuro anche di ricordarle che ciò deve avvenire con gli adeguati criteri di visibilità previsti dalla normativa. Augurandole che possa leggere questa mail entro due giorni e che dunque non sia costretto a sborsare 12.500 euro, La saluto. Cordialmente, Fabio Chiusi.
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Arianna Ciccone mi chiede di pubblicare la seguente rettifica. Io ottempero, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia:
Puoi rettificare per cortesia: non sono una donna, il festival del giornalismo di Perugia l'organizza Emilio Fede (oddio ma poi chiederà la rettifica della rettifica?) e io non ti conosco. Arianna Ciccone.
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Alessandro Gilioli mi chiede di pubblicare la seguente rettifica. Io ottempero, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia:
Gentile direttore del sito informatico "Metilparaben",
ai sensi dell'articolo 8 della Legge 8 febbraio 1948, n. 47 "Disposizioni sulla stampa e successive modifiche" La invito a pubblicare entro 48 ore dalla presente quanto segue, ricordandole che la mancata ottemperanza al presente invito importa una sanzione amministrativa fino a lire a 25.000.000.
Il Suo articolo datato 04/10/2011 e apparso sul sito informatico "Metilparaben" nel quale si scrive (testuale) «Alessandro Gilioli è un giornalista milanese che lavora a L'Espresso» contiene gravi affermazioni contrarie a verità e lesive della mia dignità.
1. Nell'articolo in questione il nome della testata è scritto «L'Espresso» mentre ormai da tempo il nome corretto è 'l'Espresso" con la "l" minuscola. L'alterazione del marchio comporta come Le è noto un grave danno d'immagine per il quale ci si riserva di adire anche in via civile qualora non venga pubblicata la presente rettifica.
2. La definizione di «giornalista» , appare come una chiara e deliberata diminutio del ruolo dello scrivente nella società dell'informazione nonché una malevola ascrizione dello scrivente a una categoria notoriamente in crisi, tanto più che lo scrivente ha più volte sottolineato la necessità di abolire proprio l'Ordine dei Giornalisti. Altrettanto lesiva della dignità professionale è l'intenzionale omissione, nel Suo articolo, delle altre attività professionali dello scrivente, in particolare in riferimento a quella convegnistica e saggistica. Appare infine come una evidente denigrazione l'omissione non solo che lo scrivente è laureato, ma anche che ha seguito un corso bimestrale di biblioteconomia nel 1984 e un corso di sub nel '93.
3. Altrettanto lesivo della mia onorabilità è evidentemente l'uso del verbo «lavorare», il cui chiaro rimando alle arti meccaniche anziché a quelle liberali risulta oltre modo ingiurioso. Va inoltre sottolineato che la scelta del verbo allude palesemente al compenso ricevuto, quindi induce ingannevolmente il lettore a ritenere che la mia attività sia il semplice frutto di un mercimonio anziché una libera espressione intellettuale.
4. Gravemente oltraggiosa nelle intenzioni e negli effetti, oltre che menzognera, è infine la definizione di «milanese» non solo in quanto lo scrivente è residente da anni a Roma, ma soprattutto perché si tratta di una surrettizia circoscrizione della mia persona e della mia attività a una dimensione soltanto locale, con un'implicita venatura di tipo razzista (il direttore del sito informatico "Metilparaben" risulta infatti romano) e probabilmente anche un'allusione implicita ma chiarissima all'attuale momento di crisi delle squadre di calcio milanesi.
Intenda pubblicare senza omissioni quanto sopra sul sito informatico "Metilparaben" entro 48 ore dalla presente, nella stessa pagina e con le stesse caratteristiche tipografiche dell'articolo rettificando. Alessandro Gilioli.
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Giulia Innocenzi mi chiede di pubblicare la seguente rettifica. Io ottempero, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia:
Gentile direttore di Metilparaben,
Le scrivo per invitarla immediatamente a rettificare il postribolo di falsità che ha appena pubblicato sulla sua testata "blog". La mia dignità va preservata da tale macchinazione propagandistica. E' ben noto a tutti, infatti, che scrivere "è nata a Rimini", seguito immediatamente da "è bionda", vuole sottendere senza troppi giri di parole "è una ragazza di facili costumi". "Ha lavorato ad Annozero", infine, come ha già fatto notare il rispettabile direttore Belpietro, è un modo come un altro per dire "velina di sinistra".
La sollecito quindi a cancellare immediatamente dichiarazioni siffatte, che macchiano indelebilmente la reputazione della sottoscritta.
In fede. Giulia Innocenzi.
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Luca Sappino mi chiede di pubblicare la seguente rettifica. Io ottempero, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia:
Caro Alessandro, essendo noi cari amici questa mia mail è scritta con il dovuto affetto, anche se non ti posso nascondere una buona dose di stupore e dispiacere. Leggo sul tuo blog che io sarei "il più giovane di tutti", come ad intendere che non sia capace, abile, abbastanza esperto. Leggo poi che andrei "in giro in bici", cosa vera ma che - come ben sai - tenevo a mantenere privata, tutelando dal gossip e dalle invidie il rapporto affettivo che mi lega a questi quattro pezzi di ferro. E leggo inoltre che condurrei, "una trasmissione alla radio", senza che tu faccia riferimento alla testata, Ribalta, alla stazione che la manda in onda, Radio Popolare Roma, agli ascolti, oltre 35 milioni di ascoltatori unici, né alla tua collaborazione. Con affetto dunque, ma con la dovuta fermezza, supportato dalla normativa in materia (per cui ti ricordo rischi una multa ben salata), ti invito a rettificate con urgenza le imprecisioni e tutto ciò che, contrario alla verità, lede la mia dignità. Sicuro della tua buonafede, a presto. Luca Sappino.
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Serena Prinza mi chiede di pubblicare la seguente rettifica. Io ottempero, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia:
Gentile Alessandro Capriccioli, le chiedo di rettificare quando segue: io non ho nessun blog, sarebbe una cosa Assurda, e soprattutto non sull'Unità, ma su l'Unità ed in ogni caso pensavo che fossero loro a tenere un blog su di me. Inoltre io non credo di vivere a Milano, ma sono convinta di vivere ancora in una città in Campania, solo che da qualche anno ha la nebbia, i leghisti, gli aperitivi, le rotaie del tram e la madonnina. Circa una visita al mare, non ne so, del resto non ho segni di tintarella, quindi credo di non esserci stata, o se c'ero dormivo. Serena Prinza.
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Guido Scorza mi chiede di pubblicare la seguente rettifica. Io ottempero, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia:
Gentile responsabile del sito informatico "Metilparaben",
nelle ultime ore numerosi colleghi ed amici mi hanno rappresentato la pubblicazione da parte Sua di un articolo datato 4 ottobre 2011 - solo il Signore sa se tale data corrisponde al vero o è anch'essa apocrifa - che contiene riferimenti non veritieri e gravemente lesivi del mio onore e della mia reputazione.
1. Nell'articolo in questione, innanzitutto, Lei riferisce che io "farei" l'avvocato con ciò lasciando, evidentemente, intendere che tale mia attività si asvolta in assenza del relativo titolo o, peggio ancora, a tempo perso. Come avrebbe potuto agevolmente verificare collegandosi al sito del locale consiglio dell'ordine degli avvocati (ammesso che avesse saputo dove svolgo la mia professione stante l'assenza di un albo centralizzato!), per contro, io SONO avvocato ed esercito tale attività in modo stabile e continuativo.
2. Nello stesso articolo, inoltre, riferisce - in modo del tutto inutile in relazione al contenuto del suo pezzo - che io prenderei spesso l'aereo. Si tratta, anche in questo caso, di un'affermazione non veritiera giacché viaggio, ormai da anni, prevalentemente in treno ed in auto ed ho paura di volare. Tale riferimento, peraltro, rischia di ledere gravemente la mia dignità e credibilità giacché ho spesso declinato inviti ricevuti da colleghi, amici e donne a raggiungerli in località amene accessibili solo via aereo, riferendo, appunto di non essere in condizione di volare.
3. Egualmente gravemente lesiva della mia reputazione è l'aver circoscritto la mia area di competenza al solo diritto delle nuove tecnologie. Come è noto e come avrebbe, anche in questo caso, agevolmente potuto verificare sfogliando il mio profilo professionale sul mio blog - ammesso che ci avesse capito qualcosa - la mia esperienza e ben più a vasta ed abbraccia ambiti diversi dello scibile del sapere. La sua affermazione, pertanto, offre una rappresentazione parziale della mia identità professionale e rischia di pregiudicarmi importanti occasioni di lavoro.
Alla luce di tali considerazioni, ai sensi dell'articolo 8 della Legge 8 febbraio 1948, n. 47 "Disposizioni sulla stampa e successive modifiche", La invito a pubblicare entro 48 ore dal ricevimento della presente (sono cacchi suoi come computare il decorso di tale termine) quanto precede nella stessa pagina e con le stesse caratteristiche tipografiche dell'articolo rettificando, ricordandole che la mancata ottemperanza al presente invito importa una sanzione amministrativa fino a lire a 25.000.000 (da versarsi in euro e, dunque, 12.500€).
Cordiali saluti, Guido Scorza.
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Giuseppe Civati mi chiede di pubblicare la seguente rettifica. Io ottempero, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia:
Non mi capacito, dott. Metilparaben, della sua nota gravemente lesiva pubblicata in data odierna.
Il fatto che Lei scriva lesivamente che il sottoscritto è consigliere regionale della Lombardia senza specificare la forza politica è gravemente lesivo della mia onorabilità e potrebbe far pensare a una mia personale iniziativa, volta a solleticare il sentimento della cosiddetta antipolitica (gravemente lesiva) e la rivolta contro le istituzioni (lese anch'esse), guidata da quel signore con le scarpe scamosciate che non cito, per paura di un'ulteriore rettifica, gravemente lesiva della mia onorabilità.
Che poi Lei noti che ho adottato la "w" al posto della "v", è una considerazione che si poteva certamente risparmiare, perché, limitandosi a notare il cambio di consonante, Lei induce a pensare che si tratti di un gioco futile, gravemente lesivo, il gioco, e anche il futile. Stavo per scrivere "lesiwo" ma ciò avrebbe dato adito ad ulteriori sue variazioni sul tema, ulteriormente lesive.
Da ultimo, non essendo lei mio amico, se non nell'accezione lesiva del termine, non capisco come possa servirsi dell'espressione "Pippo", gravemente lesiva della mia onorabilità e di quella dei miei amici, che si stanno attrezzando e la sommergeranno di rettifiche, causando un grave danno al Pil in un momento in cui il Paese è in ginocchio ed è lesivo a se stesso. Giuseppe Civati.
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Vittorio Zambardino mi chiede di pubblicare la seguente rettifica. Io ottempero, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia:
At nome mio cliente dottor Zambardino vittorio nato napoli 1-12-1951 invitiamola at norma vigenti leggi at partire da ore 12,10 del 4 ottobre 2011 et entro termine tassativo di ore 48 voler rettificare quanto segue: Zambardino Vittorio benché nato Napoli non vive più colà da anni 34 et ogni associazione del nome del mio cliente con detta lurida città rappresenta tentativo diffamatorio.
La presente per rettifica salvo ulteriore azione su piano penale et civile.
Distinti saluti.
Avvocato Piscioni Armando, Napoli.
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Daniele Sensi mi chiede di pubblicare la seguente rettifica. Io ottempero, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia:
L'attribuzione di vaneggianti residenze astigiane appare evidentemente tesa a suggerire surrettiziamente la discendenza padana del sottoscritto, alludendo a possibili prossimità etnoculturali con i corregionali Roberto Cota e Mario Borghezio, peraltro esponendolo, in particolare là dove si scrive che il sottoscritto ascolterebbe Radio Padania “per monitorare quello che dice”, a pericolose ritorsioni da parte delle temutissime camicie verdi.
Tendenziosa e destituita di fondamento appare anche l'affermazione secondo la quale il sottoscritto sarebbe incorso nella scure censoria di YouTube, affermazione calunniosa e diffamatoria il cui scopo è quello di attribuire al sottoscritto un comportamento contrario alle norme comunitarie della piattaforma, norme che tutelano "i membri di un gruppo protetto in base a razza o origine etnica", con chiaro
riferimento ai popoli padani.
Concedendole tuttavia il beneficio della buonafede, convinto che Lei intendesse in realtà riferirsi al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il sottoscritto porge i più distinti saluti. Daniele Sensi.
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Luigi Bruschi mi chiede di pubblicare la seguente rettifica. Io ottempero, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia:
Gentile Metil Paraben,
innanzitutto lasci che Le esprima una mia personale convinzione: ai tempi del buon Alessandro Capriccioli come gestore del blog, fatti incresciosi di questo tipo non sarebbero mai accaduti. Da quando Lei ha assunto la conduzione del sito, la verità di opinione –che ha giustamente sostituito la vetusta libertà di opinione- ha subìto un serio contraccolpo (prova ne è il numero di rettifiche che le piovono addosso tutti i santi giorni). Ciò premesso, La invito a rettificare entro i termini di legge previsti quanto da Lei riportato riguardo alla mia persona.
In primo luogo, dal momento che io porto fieramente non solo i baffi ma anche la mosca (non al naso, ma sotto il mento), ne consegue che la descrizione fisica da Lei fatta, oltre ad essere oggettivamente parziale, è da considerarsi a tutti gli effetti lesiva della mia immagine, perlomeno quella del volto.
In secondo luogo, il Suo dar conto di miei inviti a manifestazioni cui Lei dice di non riuscire a partecipare appare indiscutibilmente allusivo, oltre a non rendere minimamente giustizia, peraltro, al carattere di eleganza e squisita moralità che caratterizza le manifestazioni che organizzo. In ogni caso -visto che si rincorrono in tal senso voci prive di fondamento- ci tengo a precisare che non ho mai, e dico mai, invitato alcun ospite che si sia poi rifiutato di partecipare alle mie manifestazioni. A riprova di ciò, aggiungo che convivo stabilmente con un ospite fisso dei miei eventi, che può testimoniare a mio favore l'indiscusso successo di tutti i miei inviti.
Tutto ciò è l'unica verità sui fatti in questione, come ribadirò stasera da Bruno Vespa.
Suo, Luigi Bruschi.
P.S. Se cortesemente volesse indicarmi quale tra Metil e Paraben è il nome e quale il cognome (l'ho cercata sull'elenco telefonico di Roma, ma senza fortuna), gradirei inviarLe la presente notifica anche via posta ordinaria (raccomandata assicurata con ricevuta di ritorno a carico del destinatario), non riponendo alcuna fiducia nei mezzi comunicativi telematici.
Ecco cosa stanno cercando di fare
Supponiamo che un bel giorno io scriva sul blog che l'assessore Taldeitali è un corrotto, e immaginiamo che costui -com'è ragionevole ipotizzare- si senta danneggiato dalla mia affermazione: in base alla legislazione vigente l'assessore può portarmi davanti a un giudice, il quale mi chiederà in base a quali elementi ho scritto quello che ho scritto, e quindi stabilirà se ho detto la verità o se mi sono inventato tutto; nel qual caso, giustamente, verrò condannato ad un massimo di tre anni di carcere, nonché ad un cospicuo risarcimento del danno che ho procurato al malcapitato con le mie frottole.
Ora, le carceri italiane pullulano di poveri cristi che languono in cella in attesa di giudizio, e nei tribunali giacciono a prendere polvere i fascicoli di milioni di italiani che aspettano di ottenere quanto loro dovuto in conseguenza di un danno subito: però l'assessore Taldeitali è un potente, ed essendo un potente non può mica aspettare i tempi della giustizia -probabilmente determinati anche dall'incapacità o dalla malafede del partito a cui appartiene, sia detto per inciso- come fanno i comuni mortali. No, perbacco: lui, l'assessore, è un pezzo grosso, e quindi deve avere soddisfazione subito; e già che c'è l'occasione gli è assai gradita per ottenerla senza che un giudice ficchi il naso nella faccenda e decida se l'affermazione dalla quale si sente offeso è una bugia, vale a dire indipendentemente dal fatto che quella soddisfazione la meriti oppure no.
Per venire incontro a questa comprensibile esigenza, i compagnucci dell'assessore stanno cercando di introdurre una norma che gli consentirà di mandarmi una bella mail, invitandomi a rettificare quello che ho scritto, con l'avvertenza che se non provvedo entro 48 ore mi becco una una multa che può arrivare fino a 12.500 euro. Così, semplicemente perché l'assessore si è fatto girare i coglioni, mi ha invitato a pubblicare la sua rettifica e io non l'ho cagato, a prescindere dal fatto che io possa provare in modo incontrovertibile la veridicità di ciò che ho scritto.
Ebbene, siccome io non sono il titolare di una testata giornalistica, ma un semplice blogger, può darsi che i 12.500 della sanzione non li abbia: oppure che li abbia, ma che mi servano per destinarli ad altre finalità quali pagare l'affitto, fare la spesa, mettere la benzina nella macchina e via discorrendo.
Ne consegue che se una norma del genere verrà introdotta mi guarderò bene dallo scrivere che l'assessore Taldeitali è un corrotto, anche nel caso in cui sia venuto in possesso di elementi schiaccianti che lo dimostrano.
Se questo è vero per un caso così lineare e lampante, figurarsi esprimere un'opinione basata su un ragionamento, su un punto di vista, sull'interpretazione di una serie di fatti: dovrò tenermele tutte per me, quelle opinioni, onde evitare di venire subissato dalle richieste di rettifica di centinaia di assessori, parlamentari, sottosegretari e ministri indispettiti, a ciascuna delle quali potrebbe corrispondere una multa pesantissima.
Ecco, questo è quello che stanno cercando di fare: silenziare tutta l'informazione e la critica indipendente, vale a dire quella che non possono controllare, intimidendo a suon di sanzioni chi se ne occupa, indipendentemente dal fatto che sia accuratamente documentata o completamente campata in aria.
Dite la verità: vi pare un'alzata d'ingegno vagamente compatibile con l'idea astratta di un paese libero?
E voi, non rettificate?
Che poi, a ben guardare, quelli che vorrebbero imporre ai blogger l'obbligo della rettifica sono più o meno gli stessi che negli ultimi quindici anni hanno detto cose del tipo "Sono pronto a vendere le mie aziende, ad andare anche oltre il blind trust americano", o "Bossi, un disastro, una mente contorta e dissociata, un incidente della democrazia italiana, uno sfasciacarrozze con il quale non mi siederò mai più allo stesso tavolo", oppure "La Fininvest è espressione di una esasperazione dittatoriale che trova le sue matrici in Craxi e nella P2", o anche "Speriamo che il presidente Mubarak continui, come ha sempre fatto, a governare il suo paese con saggezza e con lungimiranza", o ancora "Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino", oppure "Il mio stipendio è il minimo", o anche "Adesso diranno che io offendo il Parlamento ma questa è la pura verità: le assemblee pletoriche sono assolutamente inutile e controproducenti", o infine (perché mi sono rotto, mica perché la lista è finita) "Il governo ha completamente risolto il problema dei rifiuti".
Che dite, volete darci il buon esempio e rettificare pure voi? Magari entro due giorni, con le stesse caratteristiche grafiche e la stessa visibilità della notizia originale, se possibile.
Grazie.
Bavaglio a parte, vogliono obbligarci a mentire?
Non so se ho capito bene, ma a quanto pare tra qualche giorno potrebbe accadere più o meno quanto segue:
- io scrivo una cosa che riguarda il signor X (tipo che camminando per strada l'ho visto far fare al suo cane la cacca sul marciapiede senza raccoglierla con l'apposito sacchetto);
- al signor X non piace quello che ho scritto (magari perché è un personaggio pubblico e non gli va di far sapere in giro che inzacchera impunemente i marciapiedi strafottendosene di chi ci deve passare);
- il signor X, indispettito, mi manda una mail invitandomi a rettificare quello che ho scritto;
- da quel momento, a prescindere dalla verifica della fondatezza di ciò che ho scritto (vale a dire indipendentemente dal fatto che il signor X abbia effettivamente omesso di raccogliere la cacca del suo cane, magari davanti ad altre dieci persone), io ho 48 ore di tempo per pubblicare sul blog una rettifica (cioè, supponendo che quello che ho raccontato risponda al vero, per ritrattare scrivendo una cosa falsa);
- se non opero la rettifica entro le 48 ore possono farmi pagare una multa dell'importo massimo di dodicimila euro.
Passi (si fa per dire) metterci il bavaglio: ma obbligarci a mentire, abbiate pazienza, non vi pare un tantino troppo?
Il vero scandalo si chiama regime
Sarò sincero: quello che trovo davvero scandaloso non è la circostanza che uno vada con delle escort e rivendichi il diritto di farlo perché sono affari suoi, ma il fatto che il suo governo si sia reso protagonista di una vera e propria crociata contro la prostituzione, e più in generale di una politica sistematicamente impegnata a formulare giudizi morali sugli stili di vita delle persone.
Ne consegue che a mio parere il punto non sono le orge, ma il fatto che a noi venga proibito praticamente tutto mentre costoro rivendicano per se stessi il diritto di fare quello che vogliono senza essere giudicati, comportandosi come cittadini di serie A e retrocedendo tutti gli altri al rango di servi.
Questo, a casa mia, si chiama regime.
Ed è di questo, per come la vedo io, che dovremmo preoccuparci davvero.
Non solo pur non, ma proprio perché
Immagino che questo post, così come alcuni dello stesso tenore, sarà sgradito a molti.
Nondimeno, mi corre l'obbligo di sottolineare che non sono d'accordo né con l'iniziativa dei due artisti napoletani che hanno confezionato un provocatorio maxiposter raffigurante il duce allo scopo di chiedere la chiusura della sua cripta di Predappio, né con la reazione del comune di Napoli, che ha disposto la copertura del manifesto con una striscia azzurra.
Tutto ciò, naturalmente, non solo pur non essendo fascista, ma proprio perché non sono fascista.
Chi vuole capire capisca.
Si chiama libertà
Mercoledì 10 agosto, nell'ambito del festival di Mardì Gras a Torre del Lago, sarò in grado di presentare un sondaggio, commissionato dal Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio, sull'opinione degli italiani in ordine al matrimonio fra persone dello stesso sesso. Dal sondaggio, che ha valutato anche l'orientamento religioso degli interpellati, emergono dati estremamente interessanti che vanno analizzati con attenzione. Emerge che, mentre il 65% degli italiani ritiene che una famiglia debba essere formata da un uomo e da una donna, una forte minoranza del 30% invece ritiene possibile il contrario.Sa una cosa, sottosegretario Giovanardi?
Ammesso e non concesso che i suoi dati siano esatti, vorrà dire che il 65% degli italiani secondo i quali una famiglia deve essere formata da un uomo e una donna, ferma restando la possibilità di cambiare idea, si regoleranno di conseguenza e sposeranno -magari in chiesa- un individuo dell'altro sesso. Invece il 30% che ritiene possibile il contrario potrà scegliere, se lo vorrà, di formare una famiglia con chi meglio crede, indipendentemente dal fatto che si tratti di un uomo o di una donna.
Tra l'altro, se le avanza qualche secondo, faccia caso a un particolare: il ragionamento varrebbe lo stesso, tale e quale, se le sue percentuali fossero ancora più sbilanciate.
75 contro 25. 85 contro 15. 99 contro 1. Tutto il mondo tranne due sole persone.
Sa come si chiama questa cosa, sottosegretario?
Libertà, si chiama.
Dica la verità: non è una meraviglia?
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