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Stattene a casa

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Non t'impicciare. Fatti i cazzi tuoi. Chi te lo fa fare. Non ne vale la pena. Tanto il mondo non lo puoi cambiare. Cosa ti illudi di fare. Lo vedi poi come va a finire. Pensa a te che se non ci pensi tu non ci pensa nessuno. Lascia perdere.
Questo ci dicono. A forza di botte e di morti. Da quarant'anni. Da Giorgiana Masi a Bolzaneto.
Stattene a casa. Stattene a casa. Stattene a casa.

Non sarebbe la prima volta

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Quando uccidevi,
favorendo il potere,
i soci vitalizi del potere,
ammucchiati in discesa
a difesa della loro celebrazione


(Fabrizio De André
"Sogno numero due"
da "Storia di un impiegato"
1973)


Io lascerei perdere, dandole per implicite, le ovvie formule di condanna del terrorismo, e mi concentrerei piuttosto su una riflessione di taglio diverso: quando il potere è in difficoltà perché il suo consenso diminuisce a vista d'occhio, mettersi a sparare produce quasi inevitabilmente l'effetto di terrorizzare la gente e indurla a rimettere nelle mani di quel potere la propria urgenza di sicurezza.
A meno che, naturalmente, la rivoluzione armata non acquisti una massa inerziale così imponente da capovolgere completamente la situazione e prendersi tutto il banco: cosa che negli anni '70, tanto per fare l'esempio più recente, non è accaduta, complice il fatto che il potere reagì all'attacco dell'eversione con il cinismo di chi strumentalizza la violenza altrui a proprio vantaggio.
Questo mi viene da pensare, oltre al fatto che sparare non mi appartiene come metodo politico e quindi è una pratica che disapprovo, leggendo di un ipotetico ritorno della lotta armata: che finirà per serrare i ranghi del potere, ricompattarlo e quindi rafforzarlo, anziché distruggerlo.
Credetemi, non sarebbe la prima volta.

Non avete capito niente

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Sono brutti, malmessi. Hanno addosso vestiti da quattro soldi. A occhio e croce non se la passano per niente bene.
Però vanno in giro per il quartiere mano nella mano, e più o meno una volta a settimana si concedono una dolcetto alla pasticceria qua dietro.
Dev'essere il loro momento speciale. Quello che pregustano insieme per giorni. Il massimo che possono permettersi.
Mi capita di incrociarli, mentre mangiano quella pasta in mezzo alla strada: ed è uno spettacolo da cui viene fuori tanta gioia che uno deve fare un paio di passi indietro per non esserne travolto.
Anche oggi, mentre li guardavo, erano là: brutti, poveri, malvestiti.
E felici, perché era il loro momento speciale.
Poi leggo quello che vi raccontate per telefono, voi che fate man bassa di soldi e potere e cariche e macchine e barche e vestiti e zigomi di plastica e conti all'estero.
Leggo quello che vi dite: i vostri insulti, il vostro odio, le vostre maledizioni, il vostro rancore.
Siete sempre incazzati neri.
Sapete una cosa? Non avete capito niente.

L'acqua di Via Gradoli 96

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Roma, 18 aprile 1978

Durante il sequestro ai Aldo Moro le forze dell'ordine individuano in via Gradoli 96 un appartamento usato come covo dalle Brigate Rosse: la scoperta, che ufficialmente si deve a una perdita d'acqua per cui i vicini hanno chiamato i Vigili del fuoco, è in effetti causata da una doccia che qualcuno ha casualmente lasciato aperta, appoggiato su una scopa e rivolto accuratamente verso una fessura nel muro.


Roma, 20 novembre 2009

Brenda, una delle trans coinvolte nello scandalo che ha causato le dimissioni del Governatore della Regione Lazio Piero Marrazzo a causa dei festini che si svolgevano a via Gradoli 96, viene trovata morta nel seminterrato in cui viveva in circostanze che inducono la procura ad aprire un'inchiesta per omicidio; qualcuno ha casualmente lasciato il computer di Brenda, sul quale sono probabilmente conservate prove compromettenti su altri personaggi di spicco, a mollo in un lavandino, proprio sotto il getto dell'acqua.

L'acqua, Via Gradoli 96, gli intrighi del potere: nel 1978 come nel 2009.

Le coincidenze, a volte, possono essere davvero sorprendenti.

Fate largo, passa l'onorevole!

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Non so come funzioni dalla vostre parti, ma a Roma può succedere anche più volte al giorno, specie se si bazzica nelle vicinanze del centro storico.

Uno se ne sta in macchina a sciropparsi pazientemente una bella coda, quando sente alle proprie spalle un incombente frastuono di sirene: giudiziosamente, pensando al sopraggiungere di un'ambulanza o di un'automobile delle forze dell'ordine intenta a inseguire qualche delinquente, accosta, per accorgersi subito dopo che lo stridulo suono proviene invece da una carovana di auto blu che rombano, sgommano e zigzagano in perfetto stile "Roma spara, Milano risponde" al solo scopo di scortare a destinazione qualche politico (talora persino riconoscibile dal finestrino dell'auto), risparmiandogli il fastidio di sorbirsi le file o di fermarsi ai semafori rossi.

Badate bene: non sto parlando di capi di stato esteri, né di supertestimoni coinvolti in processi per mafia; si tratta generalmente di ministri, di sottosegretari o di altri pezzi grossi della politica. I quali, per qualche misteriosa ragione, si sentono legittimati (e di fatto, evidentemente, lo sono) a sottrarsi a tutte le elementari norme di civile convivenza stradale cui i comuni mortali debbono invece sottostare a pena di gravose sanzioni.

Ora, anche senza voler scomodare l'esempio di alcuni paesi civili nei quali persino i re si spostano con i mezzi pubblici insieme a tutti gli altri (pretendere un simile livello di civiltà in un paese come il nostro sarebbe francamente eccessivo), mi corre l'obbligo di rivolgervi una domandina semplice semplice.

Esiste un motivo plausibile per cui a un ministro debba essere consentito di saltare impunemente le code e di non fermarsi ai semafori rossi come fanno tutti gli altri?

Un motivo diverso, s'intende, dalla barbarie nella quale è precipitato questo paese, in cui i potenti, anziché dare l'esempio agli altri seguendo per primi le regole, se ne strafottono allegramente e si permettono tutto quello che vogliono con la certezza che nessuno oserà aprire bocca per metterli al loro posto; e nel quale non vi sono cittadini, ma sudditi, che se ne restano sconsolati al volante mentre il rumore della sirena sfuma in lontananza, ad aspettare che il semaforo diventi verde.

A voi la risposta.

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