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Il tabù che penalizza i lavoratori

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Diciamo le cose come stanno: il fatto che in Italia esistano -specie nell'impiego pubblico- un certo numero di fannulloni fatti e finiti è circostanza arcinota; così com'è ampiamente risaputo che i sindacati, nell'ambito della loro meritoria attività volta a tutelare i diritti dei lavoratori, finiscono spesso e volentieri per difendere anche loro.
Si tratta di una di quelle cose che tutti -spesso per conoscenza personale dei diretti interessati- sanno perfettamente, ma che per qualche motivo non si può dire: cioè, in estrema sintesi, di un tabù.
Il quale tabù, tra l'altro, genera il paradossale effetto di creare una sostanziale parità di trattamento tra quelli che lavorano e quelli che si girano i pollici, a tutto svantaggio dei primi che subiscono prima il danno di farsi il culo mentre gli altri poltriscono, e poi la beffa di non vedersi riconosciuto alcun merito, perché ufficialmente -e pure nella sostanza, leggi carriera, promozioni e via discorrendo- i fannulloni sono considerati tali e quali a loro.
A me, leggendo le parole della Marcegaglia -della quale peraltro, com'è noto, non sono mai stato un fan sfegatato-, è venuto in mente soprattutto questo: alla fine della fiera gli strepiti di quelli che si stracciano le vesti, al di là delle loro intenzioni, vanno a discapito dei -tanti- lavoratori seri che operano in questo paese.
Che facciamo, iniziamo a parlarne o vogliamo continuare a far finta di niente?

Immigrazione: la strada verso l'uguaglianza

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L'immigrazione nel nostro Paese è un fenomeno strutturale, è in crescita costante da anni e non si fermerà. Le ragioni sono molteplici: il naturale migrare delle popolazioni dalle regioni povere del pianeta verso i paesi più ricchi, nei quali potrebbero migliorare le proprie condizioni di vita e coltivare la speranza di dare ai propri figli maggiori possibilità di crescita intellettuale e opportunità di lavoro, ma anche i profughi di guerra e i profughi climatici. In linea di principio, in ogni caso, dobbiamo tener conto che la gran parte di coloro che migrano appartenevano, nei paesi di origine, alla classe media e alla piccola borghesia, per la nota ragione che il viaggio verso il futuro costa loro, non solo migliaia di chilometri, ma anche migliaia di euro. Il livello medio di scolarizzazione dei nuovi arrivati è infatti mediamente più alto di quello degli Italiani. Oggi, in Italia, risiedono oltre 5,3 milioni di immigrati regolari, ma l'integrazione di italiani e stranieri e la formazione di una nuova (multi)cultura sono ancora lontani. Non basta essere, come ora, un paese multietnico. Serve che si compia il passaggio verso un paese realmente multiculturale. Integrazione, infatti, non deve significare “assimilazione” del diverso alla nostra cultura, ma mescolanza, arricchimento delle reciproche diversità e, quindi, apertura verso l’arricchimento della cultura italiana grazie ai nuovi apporti delle diverse culture oggi presenti sul territorio. Il rischio di un percorso diverso dall’integrazione porterebbe la società del futuro ad essere un arcipelago di isole separate, più facilmente portatrici di conflitti sociali: gruppi e clan uniti dall’identità di origine o dalla propria confessione religiosa. Per raggiungere, invece, l’obiettivo di una civile e armoniosa convivenza, dobbiamo iniziare - da subito - a progettare la cittadinanza coesa del futuro. E poiché questa prospettiva ci vede necessariamente “mescolati”, dobbiamo costruire questo processo insieme, Italiani e stranieri, comportandoci già oggi come se fossimo il futuro che abbiamo in mente.

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