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Inviolabilità a corrente alternata

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Silvio Berlusconi, 28 gennaio 2011:

Non è un Paese libero quello in cui quando si alza il telefono non si è sicuri della inviolabilità delle proprie conversazioni.
Davvero interessante.
Chissà se Silvio Berlusconi è al corrente del fatto che un esponente del suo partito, per giunta assessore, è stato rinviato a giudizio con l'accusa di aver perquisito arbitrariamente l'abitazione di alcuni immigrati durante una ronda.
Visto che a sentire lui è in gioco la libertà del paese, e non i propri interessi personali, e considerato -qualora le accuse fossero confermate- che voler entrare per forza nelle case delle persone è un tantino più grave che intercettarle al telefono, mi chiedo per quale motivo il premier non registri un bel videomessaggio per difendere -nel dubbio- la privacy di quegli extracomunitari.
Coraggio, sono tutt'orecchi.

Conversazioni

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Cioè, ti rendi conto che ho combinato? Sono stato a letto con la ragazza del mio migliore amico. Tra l'altro, te lo dico, una scopata incredibile. Adesso è un casino, non so che fare... Dovrei dirglielo, ma chi ce l'ha il coraggio?

Ha detto al suo avvocato: dille che le pagherò il prezzo che vuole, l'importante è che lei chiuda la bocca, che neghi tutto... Che io non ho mai visto una ragazza di 17 anni.

La prima è un'ipotetica conversazione privata che descrive una vicenda umana discutibile. Anche la seconda conversazione è privata, ma oltre a descrivere una vicenda umana discutibile contiene l'indizio di un reato.
Se qualcuno si ostina a sostenere che sono la stessa cosa significa che non capisce l'italiano, oppure che è in malafede.

Privacy di classe

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Il signore che vedete qua sopra, quest'oggi immortalato in manette da numerosissimi quotidiani in versione cartacea e telematica, si chiama El Ketaoui Dafani, è marocchino ed è stato condannato all'ergastolo per aver ucciso sua figlia Sanaa, colpevole di essersi innamorata di un italiano.
Ecco, a me piacerebbe sapere per quale motivo il Garante della privacy si senta in dovere di operare un richiamo se ad essere ripreso con i ferri ai polsi è un ex provveditore alle opera pubbliche, mentre non ritiene di fare un fiato se l'identico trattamento viene riservato a uno che non conta niente: cosa che, sia detto per inciso, capita più o meno un giorno sì e un giorno no, sia sui giornali sia in televisione.
Dobbiamo desumerne che anche il diritto alla privacy, stringi stringi, è diventato una questione di classe?

Dalla Cina con furore

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warning
Google chiarisce il mistero delle e-mail mandate dal mio indirizzo a tutta la rubrica qualche giorno fa: a quanto pare qualcuno ha avuto l'alzata d'ingegno di accedere al mio account nientepopodimeno che dalla Cina:
china
La cosa curiosa è che Google mi raccomanda di cambiare la password soltanto cinque giorni dopo che il casino è già scoppiato: ho il sospetto che se non avessi provveduto a farlo subito di mia iniziativa, entro pochi minuti l'avrebbero fatto loro. E addio casella di posta.

Mi hanno fregato la password di Google

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Ieri sera ero in macchina quando sul Blackberry sono iniziate ad arrivare in rapida sequenza decine di mail: incuriosito, ho accostato per verificare e mi sono accorto che si trattava soprattutto di notifiche di mancata consegna a svariati contatti della mia rubrica, tutte relative ad una fantomatica mail dal titolo "Sharing happiness" inviata dal mio account Gmail.
Ho subito pensato che un virus stesse mandando quella mail a tutti i miei contatti: intuizione confermata da un paio di sms di amici che mi avvertivano tempestivamente della cosa, avendo ricevuto anche loro il messaggio incriminato.
Ma un virus dove? Non sul mio computer di casa (su cui uso Ubuntu), né su quello di studio (nel quale, per motivi di software, sono inchiodato a Windows), perché in quel momento erano entrambi spenti, e anche se fossero stati accesi non avrebbero potuto mandare alcunché, visto che uso Gmail solo dal web e non ho mai inserito i dati di quell'account su un client di posta.
Evidentemente, ed era l'unica spiegazione possibile, qualcuno o qualcosa mi aveva sgamato la password e stava usando il mio account per fare i propri comodi.
Non potendo fare altro, perché non avevo un computer davanti, ho telefonato a Luca chiedendogli la cortesia di provvedere lui a cambiarmi la password al volo, ed in effetti appena portata a termine l'operazione il flusso di mail si è subito fermato; a quel punto Luca ha controllato non so quale dettaglio tecnico, confermandomi che era proprio come pensavo: tutte quelle mail erano state mandate attraverso il mio account da qualcuno che mi aveva "rubato" la password.
Oggi sembra tutto a posto: a parte il fatto che ci ho messo un paio d'ore buone a trovare il menu nel quale cambiare la password anche sul Blackberry, e che oggi pomeriggio mi sono improvvisamente ritrovato senza connessione a casa (ma questa è un'altra storia che magari vi racconto più tardi o domani).
Però non vi nascondo che la vicenda mi ha impressionato un po': è davvero così facile fottere la password di Google (badate, ho detto Google, mica Metilparaben) a qualcuno? E' così facile, oltre a mandare in giro centinaia di messaggi con il suo account, poter leggere tutte le sue mail, comprese quelle di lavoro, e impicciarsi nei suoi fatti personali?
E inoltre: gli amici di Google non hanno colpe, oppure questa gente sfrutta qualche bug del loro sistema?
Chi ne capisce mi illumini: sono un tantino preoccupato.

Che c'entra Facebook con l'anonimato?

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Era prevedibile, ahimè, che l'aggressione al premier scatenasse tutta una serie di iniziative tese a comprimere ulteriormente la libertà e i diritti dei cittadini.

Una delle più leste a cogliere la palla al balzo è stata l'Onorevole Gabriella Carlucci, che per rilanciare il suo progetto di azzerare il diritto alla privacy delle persone eliminando l'anonimato in rete ha partorito la brillante idea di prendere come spunto la prevedibile (e deprecabile, per quanto può valere la mia opinione) nascita dei gruppi Facebook inneggianti al pazzo che ha ferito Berlusconi.

Ora, passi la diffusa abitudine di parlare senza informarsi; ma sollevare la questione dell'anonimato demonizzando l'unico posto della rete nel quale il 99% delle persone si logga indicando nome e cognome mi pare un'alzata d'ingegno pressoché incomprensibile, che potrebbe spiegarsi solo in due modi: o la Carlucci, quando affronta il tema della privacy in rete, non sa di cosa parla, o utilizza in modo strumentale la vicenda di ieri per dare un'altra stretta di vite -bella forte- alla libertà dei cittadini.

Oppure, com'è tristemente ipotizzabile, entrambe le cose.

Come ti rintraccio il pedofilo

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Offender Locator è un software che in USA permette a chiunque, attingendo ad un database di più di 700mila nomi, di localizzare su di una mappa le abitazioni delle persone con precedenti e/o accuse di violenza o abuso sessuale con tanto di nominativo e foto.
Nei mesi successivi al lancio, a versione del software sviluppata per l'iPhone e fino a poco tempo fa distribuita sul sito AppStore è stata scaricata più di un milione di volte. Ultimamente la sua distribuzione era stata bloccata a causa delle leggi della California che non consentono di trarre profitto dai dati personali dei criminali.
Dalla nuova versione, infatti, è stato tolto proprio lo stato della California ed ora l’applicazione può essere di nuovo pubblicata, mentre la versione on-line continua ad essere liberamente consultabile.
Inutile dire che qualora questa tecnologia dovesse sbarcare in Europa si aprirebbero dei seri problemi, da una parte la protezione della privacy di chi, avendo commesso un reato, ha pagato per intero il suo debito con la società e dall'altra il comprensibile "diritto" ad essere informati se nella propria comunità sono presenti soggetti che in passato si sono macchiati di tali odiosi reati.
Francamente ho qualche difficoltà nel prendere una posizione così a freddo, e voi?

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