Ma quale "allora"

Al mare, parlando dei figli, i miei coetanei attaccano la solita solfa: oggi per  ragazzi ci sono mille pericoli perché si beve, girano le canne, vanno in giro da soli e chissà che fanno.
Mica come "allora", dicono, volendo alludere a quando noi avevamo la loro stessa età.
Io perlopiù ascolto, perché di discutere non ci ho voglia.
Però alla fine, dai e dai, me lo tirano fuori con le pinze che penso sia esattamente il contrario: che probabilmente siamo stati noi, da ragazzini, ad aver corso più pericoli di loro.
E mi chiedo come abbiano fatto, i miei coetanei, a dimenticare che "allora" girava l'eroina, e girava che perdere uno che conoscevi con una siringa nel braccio non era manco più un avvenimento; che "allora" poteva succederti normalmente che ti puntassero un coltello in pieno giorno per prenderti il Moncler; che "allora" interi quartieri di Roma (parlo di Roma, non di Lagos) erano off limits, nel senso che se ti azzardavi a entrarci era difficile che ne venissi fuori tale e quale a prima; che anche "allora" c'era il rischio di frequentare le cosiddette "cattive compagnie", solo che se ne parlava molto meno.
Non so come, ma l'hanno dimenticato.
Hanno preso questa parola, "allora", e ci hanno messo dentro tutta una vita immaginata, astratta, finta: come se fosse insostenibile pensare che i propri figli debbano affrontare, alla fine della fiera, gli stessi problemi che hanno dovuto affrontare loro; come se in qualche modo misterioso ricordarsene sminuisse la loro credibilità di genitori.
A me non mi convince, 'sto metodo. Lo trovo controproducente, proprio. E quindi mi ci provo, a non dimenticare.
Il giorno che dovesse succedere, per favore, qualcuno mi faccia rileggere questo post.

Questo post è stato pubblicato il 30 giugno 2013 in . Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. o se vuoi lasciare un commnento.

5 Responses to “Ma quale "allora"”

  1. Invece c'è un antropologo interessante, David Le Breton, che - analizzando i riti di passaggio (informali) all'età adulta attualmente esistenti da decenni nelle culture occidentali (il motorino, le sbronze, le scazzottate, gli atti di incoscienza in generale ecc.) - ha rilevato che negli ultimi decenni (già la nostra generazione, per dirti, Metil, ma ancora più le successive) si sperimenta sempre meno 'rischio' serio, ragion per cui non si ha confronto diretto col pericolo vero e con la potenzialità della morte quindi non ci si fa - per così dire - gli 'anticorpi', ovvero si continua in quella che sarebbe l'età adulta non solo a comportarsi da adolescenti (e quello è il meno), ma a cercare soprattutto quel brivido di rischio di perdita di sé (= brivido dello scampare la morte) che faccia sentire vivi (vedi il successo del bungee jumping, degli sport estremi, ecc. - sistemi per mettersi alla prova col rischio di perdere la propria vita). Il libro è "Passione del rischio", appunto di David Le Breton.

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  2. Non è che "allora" i nostri genitori dicessero cose molto diverse riferite ad un "allora" ancora più passato. Dev'essere qualcosa di insito nella specie umana la faccenda (dopo una certa età) di idealizzare il passato: i "laudatores temporis acti" sono sempre esistiti.

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  3. Bisogna considerare che quelli che oggi possono parlare di un "allora" non sono un campione rappresentativo dei giovani di "allora": mancano, appunto, quelli che non possono più parlarne.

    Così, tutti quelli a cui è andata non troppo male sono portati a credere che così rischioso non potesse poi essere, visto che loro ne sono usciti più o meno incolumi.

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  4. E' un errore cognitivo (BIAS) frequente, tanto da essere codificato come "Restrospettiva Rosea" http://en.wikipedia.org/wiki/Rosy_retrospection :D

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