Minerva, il tempo come ricchezza e la frugalità felice

[sottotitolo: Prendetevi il tempo - non necessariamente ora - per leggere con calma...]

Buongiorno a tutti! Minerva sta guardando con curiosità questo vento che di recente ha morbidamente accarezzato la penisola portando situazioni inattese quali quelle d'un cambiamento che potrebbe essere di ordine culturale oltre che politico – pensiamo alla (mobilitazione per la) partecipazione al referendum, responsabile del successo dei medesimi dopo anni di astensionismo, e alla danza sfrenata e dionisiaca delle campagne elettorali, che abbiamo ben visto come s'è manifestata a livello virtuale.
Ma Minerva è rimasta ancora più colpita da ciò che stava accadendo nel momento in cui a Milano, per esempio, mentre passeggiava per una via Padova protagonista a metà maggio di iniziative 'dal basso' e momenti conviviali multiculturali e intergenerazionali, ha sentito anziani milanesi riflettere commossi “quando è stata l'ultima volta che abbiamo fatto qualcosa del genere?, perché abbiamo permesso per decenni che questo non accadesse?” e ancora “noi non eravamo così sospettosi!, quanto tempo abbiamo perso!”.
Ed è questo che più le ha dato da pensare.

Così, tornata a casa, ha preso in mano un libriccino di Serge Latouche – comprato perché il sottotitolo recitante “Introduzione alla frugalità felice” la intrigava particolarmente – e vi ha ricercato possibili chiavi interpretative del momento attuale e ispirazioni per possibili future direzioni. Oh, sono risuonate in lei così tante sensazioni che aveva raccolto nel tempo semplicemente collegando – come tutti noi – informazioni di ordine culturale, economico e scientifico!
In estrema sintesi, siamo in un periodo storico (da molti decenni, ma con tendenza continua all'accelerazione) in cui, a livello mondiale, le risorse di qualsiasi tipo – energetiche, idriche, alimentari – sono in veloce diminuzione, mentre la popolazione che ne fa richiesta è in drammatico aumento: l'unica soluzione possibile per evitare il collasso del sistema è quella di attivare strategie per riequilibrare tale relazione – strategie sia a livello macroeconomico, sia a livello micro, quotidiano, che dipendono da tutti noi e che si trovano in gran parte proposte nelle varie teorie della 'decrescita'.

Minerva, purtuttavia, non è così ottimista in merito alla capacità o alla volontà di presa di coscienza dell'umanità sul problema e dell'attivazione di tali strategie su grandi numeri: ci saranno sempre predatori che distruggeranno la possibilità di vita altrui per il proprio interesse personale o persone indifferenti che non si porranno il problema delle conseguenze sugli altri delle proprie scelte. Ma come possono fare tutti gli altri a non patire la devastazione emotiva e la frustrazione esistenziale di dover convivere con i suddetti finché entrambi saranno appunto in vita e magari con la mancanza di risorse economiche adeguate a soddisfare quei bisogni (e quindi comportamenti e acquisti) che chi detiene il potere economico orienta per il tramite dell'imposizione di specifici modelli di felicità?

Dato che la mia prospettiva è sempre quella di partire da me – dalla mia microstoria – e di cercare di stare bene io tentando parimenti di non fare danni intorno, nel discorso di Latouche ho visto innanzitutto la speranza invero già concreta di essere felice (con parimenti il gradevole effetto collaterale di scoprirmi nelle mie scelte già a basso impatto sul pianeta).
In particolare, Minerva è disturbata dal pensiero che – se pur è necessario lavorare per vivere, questo è ovvio – il tempo sia stato monetarizzato ad un punto tale d'essere oggigiorno percepito/venduto/scambiato/svalutato come una 'merce' sacrificabile per un profitto (nostro, ma soprattutto altrui), prospettiva in base alla quale condanniamo le nostre esistenze a una sempre maggiore velocità e all'incremento del numero di ore impiegate in attività lavorativa al fine di ottenerne un guadagno sempre maggiore in termini economici (“il tempo è denaro”).

Ora, proviamo a incastrare questa constatazione con le 10 strategie della manipolazione mediatica di chomskiana ispirazione e in particolare con quella di "far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa” con l'effetto della sua “inibizione ad agire” e del corollario – azzardo giusto un'ipotesi, eh?, non sono una psicologa – di spendere magari il denaro così faticosamente guadagnato nell'acquisto di beni con i quali saturare per un istante carenze strutturali di altro tipo e che in gran parte gli derivano da bisogni indotti.
Brillante – nevvero? – come prendere due piccioni con una fava!

Minerva – che dalla sua ha sempre avuto la tendenza a cercare strategie che non le facessero già in passato patire la disperazione del precariato lavorativo e un'esistenza invero modesta – così come non è mai stata attratta da modelli di felicità basati sul possesso di cose, parimenti è stata difesa dal rischio di cadere in quell'immaginario dall'idea terrificante che qualcun altro controllasse oltre una certa misura il suo tempo.
Perché il tempo di cui si parla è quello della vita, del respiro, del tentativo di concretizzare un proprio immaginario, il proprio modello di felicità, le proprie passioni che danno senso alla propria esistenza – come concepire l'idea di cederne oltre quanto necessario a poco più della sopravvivenza per soddisfare quelli che in realtà potrebbero essere modelli altrui ma non reali bisogni nostri?
Decolonizzare il proprio immaginario – buttandone fuori l'invasore – significa allora attuare nel nostro piccolo una 'rivoluzione' mettendoci allo stesso tempo al riparo da quelle premesse invero frustranti che quotidianamente ci stanno uccidendo.

La vera ricchezza, per me, è sempre stata l'idea di vivere la maggior parte possibile del mio tempo come desideravo incrociando la massima qualità con il minimo dispendio di energia e denaro. Soluzioni attuali quali i prodotti a Km 0 erano il 'fare la spesa dal contadino', così come le vacanze si risolvevano con gli 'amici di penna' con i quali ci si ospitava reciprocamente (oggi perfezionati da comunità mondiali quali couchsurfing, bewelcome ecc.) – non proprio una qualità di vita così bassa, visto che ti dava l'occasione di sentire sapori diversi da quello uniforme industriale di mela-al-polistirolo e di godere come turista del punto di vista dei locali.

Le nostre vite hanno una 'scadenza', e noi non sappiamo quale sia. Ma non credo d'essere disposta a cedere oltre una certa soglia ore della mia esistenza per produrre reddito, imbottendomi di farmaci per sedare l'ansia, nutrendomi di alimenti sempre più inquinati, dedicando sempre meno attenzione alla socialità e alle vere passioni che mi fanno vivere, in cambio di qualche anno/decennio di vita (vita?) in più o qualche mazzetta di denaro.
Forse il vento ci ha risvegliato un po' tutti anche verso questa consapevolezza, e le lotte e il cambiamento che invochiamo sono in parte il riflesso di questa nostra volontà di riprenderci il tempo delle nostre vite da spendere come meglio crediamo piuttosto che seguendo modelli altrui.

Questo post è stato pubblicato il 23 giugno 2011 in ,,,,. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. o se vuoi lasciare un commnento.

11 Responses to “Minerva, il tempo come ricchezza e la frugalità felice”

  1. Latouche è il gemello spirituale di Alain de Benoist. Non c'è molto da aggiungere, purtroppo. Non è degno della penicillina.

    Matteo

    RispondiElimina
  2. Il tempo come risorsa, la più preziosa.
    Speriamo che Minerva abbia ragione!

    RispondiElimina
  3. Penso anch’io che sia in crisi il modello economico-politico-sociale occidentale, nella sua interezza; l'Uomo, tuttavia, benché da più parti si solleciti un reale cambiamento, in preda al suo incontenibile delirio di onnipotenza, non se ne rende conto; il consumismo parossistico di cui siamo attori ha prodotto comportamenti che hanno depauperato la Terra, inquinato, distrutto, amplificato le distanze tra i nord ed i sud, generato una mentalità dello sperpero, aperto la porta a nuove povertà sottaciute, anime perse; e ciascun paradigma economico porta con sè un archetipo socio-culturale: il nostro ha perso per strada gli insegnamenti dei Padri tra le viuzze della Milanodabere, le violenze consumate nella cascina del Mulino bianco, l'ignoranza sonnolenta di chi si dopa davanti alla tv, l'uso criminale, spregiudicato e mafioso della res publica; istituzioni violentate, vilipese, umiliate ed offese.
    Chissà Maslow di quanto avrebbe dovuto implementare la sua famosa piramide per rappresentare l’infinità di bisogni indotti che imprigionano questa società! Forse non sarebbe bastata l’intera Giza….
    Ed in questo bailamme, come brillantemente racconti, il tempo si è dissolto inseguendo le ombre di noi stessi.
    Sono estremamente interessanti le tue riflessioni, le accolgo e le faccio mie, sperando che finalmente si scuotano le coscienze e si producano comportamenti più in sintonia con i reali bisogni dell’uomo

    RispondiElimina
  4. "Ma non credo d'essere disposta a cedere oltre una certa soglia ore della mia esistenza per produrre reddito".
    Te lo devi poter permettere. Se puoi, fai benissimo. Il problema è se non puoi. E coi discorsi di Latouche (belle parole, per carità) in questo caso ci fai la birra.

    RispondiElimina
  5. Ciao Minerva e tutti, io Latouche non lo conosco e quindi non mi interessa. Mi interessa molto invece come Minerva ne ha sviluppato gli spunti. Credo anche io che si possa e si debba dare uno stop alla giornata lavorativa, e quando non si può (parlo da precaria professionista, dunque conosco benissimo la situazione) non perdere di vista la speranza di poterlo fare. Recuperare attimi per noi e per chi ci sta attorno e sopratutto uno stile di vita che non metta il reddito al centro è possibile. Io lo faccio da anni e ho scoperto così una dimensione molto vicina a quella cosa che chiamiamo "felicità" (ullalà).

    RispondiElimina
  6. @ Rouge: ma io non ho indicato il numero di ore che mi sono necessarie per raggiungere la soglia della mia mera sopravvivenza :-) invitavo piuttosto a riflettere su ciò che ci è necessario per sopravvivere e su ciò che invece riteniamo importante per vivere, e se queste due dimensioni si possano magari risolvere - con guadagno di qualità di vita per noi stessi - rivedendo obiettivi e strategie.

    Concordo con te che non sia per nulla facile ormai arrivare all'obiettivo della stessa mera sopravvivenza - e tu non hai idea della mia fatica malgrado quel "te lo devi poter permettere", con cui esprimi un giudizio su di me gravemente errato, per il quale posso evidentemente solo biasimare me stessa e la passione con cui scrivo queste cose :-P

    Ma davvero vorrei che le persone riuscissero a venire fuori quanto più possibile dal senso di frustrazione e inadeguatezza che ormai vedo devastante intorno a me - e che spesso mi colpisce anche in prima persona. Per questo propongo e invito a riflettere su priorità, obiettivi, strategie. Strategie sia per la sopravvivenza (citavo baratti, acquisto di prodotti locali, ma anche condivisione della spesa per beni/servizi tra più persone, la coabitazione, ecc.) per farcela meglio insieme, sia per vivere bene (ovvero come uno meglio desidera). E queste non sono affatto solo parole: sono proprio le nostre vite.

    RispondiElimina
  7. Latouche lo conosco di persona ed è straordinario in quello che dice, scrive e come vive. L'ho visto recentemente a un laboratorio sul paesaggio. QUI una delle tante foto che gli ho scattato in altra occasione.

    In una parola, bisogna riprenderci la vita. Ciao Minerva.

    RispondiElimina
  8. Minerva, mi hai frainteso. Lungi dal voler esprimere giudizi sulla tua persona, il mio commento era proprio letterale: se puoi farlo è giusto farlo (e neanch'io ho indicato il numero di ore), per quanto trovo ingiusto che se uno lavora otto ore al giorno debba essere obbligato a trovare "strategie per sopravvivere".

    RispondiElimina
  9. @ Rouge: lungi da me l'idea di 'obbligatorietà', specie se si parla di sopravvivenza! - il mio vuol essere piuttosto un 'accorato invito' - va meglio? spero di sì :-) - a sforzarci nel trovare strategie per sopravvivere: uno sforzo di riflessione e di organizzazione iniziale (per quanto faticoso) può dare esiti inattesi (sarò un'utopista, ma talvolte funziona!). E comunque sempre penso al senso del 'vivere' (la mente è fatta per l'onanismo, non per rimanere insoddisfatta...) - ché la vita non sia un fardello cui siamo condannati, quanto qualcosa da godere al massimo finché ce n'è dato il tempo. Per questo i miei post sono sempre dei grossi (enormi) "in bocca al lupo a tutti noi"! :-)

    RispondiElimina
  10. Quanto c'hai ragggione! mi dispiace scoprire solo adesso questo post..tu sai quanto mi appassiona quando butti lo sguardo sul futuro..
    infatti ho cominciato un commento che si è gonfiato troppo fino a diventato quasi un post; a questo punto si è fatto tardi ma spero di essere meno geminiana del solito e di riuscire ad arrivare in porto perchè ti voglio raccontare bene-bene che se Berlino si è fatta la fama di essere un posto fico, Serge Latouche è il suo santo patrono. Finghers in cross!

    RispondiElimina
  11. Ottimo, curiosa attendo il tuo pezzo - sempre felice di sentire racconti su questi argomenti. Ciao! :-)

    RispondiElimina

Poll

Powered by Blogger.

Popular Posts

Followers

Blog Archive

Subscribe

Labels

Random Post