Minerva, l'altro culturale e una qualche 'sensazione di famiglia'

Buongiorno a tutti! Minerva Jones non ne può più di tanta stupidità, ipocrisia, perversione e squallore nella classe politica che ci governa, così come nei media che tirano l'acqua a quel mulino in cui lei non si riconosce, anzi, dal quale fa di tutto per distinguersi. E spesso si chiede se chi ci governa sia culturalmente e politicamente preparato, ma in malafede, oppure ignorante rispetto alle questioni più banali o, infine, semplicemente incapace di elaborare una riflessione sensata.
E visto che tutti parlano, pure lei dice la sua – come persona che per vent'anni ha lavorato tra migranti (uso questo termine nel senso di 'persone in movimento', mai riuscirei ad accettare qualsiasi connotazione insita in altre generiche e spesso criminalizzanti definizioni degli individui in questione!).

Chissà quanti ne sono morti l'altra notte (perché noi abbiamo giusto una solita generica cifra tonda...)? E chi erano? Quali erano i loro nomi? Possiamo nella frenesia delle nostre vite fermarci proprio solo un istante a pensarci, non di più – non ve lo chiedo.
Mi chiedo quali esperienze di vita avessero, cosa avessero visto i loro occhi nel corso delle loro vite, quali sonorità avessero ascoltato; mi chiedo dove sarebbero voluti andare, per quali sogni, per quali progetti.
I media tali informazioni non ce le daranno mai e – anche potessero – non lo farebbero, altrimenti più che clandestini/profughi/delinquenti li vedremmo come 'persone'.

Persone come quelle con le quali condividiamo la nostra vita reale, quella delle relazioni faccia-a-faccia – parenti, amici, colleghi di lavoro.
Minerva sa che anche queste contribuiscono a orientare le nostre interpretazioni della realtà, come afferma Ulf Hannerz, il quale ha il merito di rendere chiara e plausibile la ragione per cui ciascuno di noi ha il proprio unico, inedito e continuamente rielaborato, cambiato o confermato modo di vedere le cose – la propria 'prospettiva'.
La prospettiva individuale è, infatti, secondo la sua teoria, la risultante di un processo di informazioni che si dipanano attraversa quattro 'cornici' (quella delle relazioni personali, quella dello stato, quella degli scambi economici e quella dei movimenti) e, visto che in ciascuno di noi tale flusso è – di istante in istante e per tutto il corso della nostra vita – diverso, nessuno di noi avrà mai la stessa identica visione delle cose di qualcun altro.

Già, siamo assolutamente unici perché unica è stata la nostra esperienza di vita e l'intersezione di queste traiettorie di informazioni. E questo si accompagna all'esserci resi conto che di esistenza ne abbiamo una sola e il sacrificarla per il bene della comunità (famiglia, partito, parrocchia, ecc.) per averne protezione in cambio ormai ci è inaccettabile. Per questo poi ci avviciniamo (almeno temporaneamente) a chi ci sembra avere degli elementi nella propria identità simili ai nostri.
Fateci attenzione.
Pensate a quando entrate in casa di qualcuno che non conoscete ancora bene e vi mettete a guardare con la testa inclinata i libri custoditi nella sua libreria, o scorrete fugaci i titoli e le copertine di cd e dvd impilati in bacheca, per infine, di fronte a una scrivania in disordine e piena di carte, avanzare la richiesta “ti dà fastidio se curioso un po'?”.
Cosa state cercando, ve lo siete mai chiesti?
Non è che – forse – cercate analogie che vi facciano sentire qualcosa tipo un'aria di famiglia? Analogie che vi aiutino a superare la sensazione della solitudine che si accompagna alla nostra unicità?

Un elemento singolare ricorrente nella maggioranza delle interviste che da trent'anni vengono raccolte nel contesto delle ricerche sull'immigrazione in Italia è la contraddizione nell'intervistato tra la percezione del 'fenomeno immigrazione' nel suo complesso (orientata dai mezzi di comunicazione di massa) e la percezione dei casi specifici di immigrazione con i quali egli è in contatto quotidianamente di persona, così che il risultato si sintetizza spesso nell'affermazione “gli immigrati sono clandestini, delinquenti, spacciatori e non rispettano le nostre leggi, ma il mio vicino di casa no: lui è uno onesto, bravo, paga le tasse, ed è mio amico”.

I nostri vicini di casa a volte parlano altre lingue, mangiano altri cibi, professano altre religioni, hanno pure un altro colore della pelle. Ma da quando il fenomeno dell'immigrazione è cominciato noi stiamo già cercando 'aria di famiglia' anche con chi viene da lontano. Lo stiamo facendo da trent'anni.
E se ora queste persone usano per informarsi e resistere blog e social network, indossano abbigliamento di marca (di ultima mano o contraffatto, c'è davvero bisogno di sottolinearlo?) e fanno riprese (guardatevi il video...) con telefonini scrausi, beh... sono molto più 'famiglia', per me, di chi sta in TV o in parlamento, indossa vestiti firmati, gadget di marca, gira in auto di lusso circondato da una corte di sudditi e guadagna stipendi fantasmagorici per gestire situazioni che poi concretamente risolviamo sempre noi – società civile – sul piano della realtà quotidiana con un'infinita dose di pazienza, senso pratico e anche pura e semplice intelligenza.

Perché abbiamo già capito che costruire relazioni di amicizia, solidarietà e senso di comunità, esaltando le analogie e cercando di minimizzare le differenze e i potenziali conflitti, significa creare il sistema di protezione migliore (e più economico) verso una qualsivoglia futura ragione di paura o pericolo.
Ed è proprio solo buon senso arrivare alla conclusione che non ci sia molto da guadagnare nell'avere il 'nemico' sul proprio pianerottolo di casa, reciprocamente impegnati in una guerra quotidiana della quale noi contendenti – questo è poco ma sicuro – non saremo certo i beneficiari di alcun potenziale guadagno o profitto.

Questo post è stato pubblicato il 07 aprile 2011 in ,,,. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. o se vuoi lasciare un commnento.

12 Responses to “Minerva, l'altro culturale e una qualche 'sensazione di famiglia'”

  1. Sono assolutamente d'accordo e vorrei condividere, ma non posso, perché mi compare questa scritta assurda:

    In questo messaggio sono presenti dei contenuti bloccati che sono già stati contrassegnati come offensivi o spam Facci sapere se ritieni che si tratti di un errore.

    voglio sperare che non sia censura ma solo un problema tecnico (?)

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  2. George Carlin - Le cose che abbiamo in comune (sub ITA)

    http://www.youtube.com/watch?v=AGen6m9m_9U

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  3. Ciao Elena,

    spero anche io che sia solo una questione tecnica.

    Prova a condividere il post direttamente da qui, magari si risolve il problema :-)

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  4. Immagino nel caso che chiedere di boicottare facebook sia troppo anche per i più facinorosi :-)

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  5. Copia-e-incolla su Facebook del link di questo post - se trovaste problemi a condividere direttamente da Metilparaben su Facebook o con il pulsante blu di condivisione qui - sappiate che funziona.

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  6. Condivido appieno con ciò che affermi e descrivi in maniera così dettagliata.
    Mi è venuto un colpo allo stomaco quando ho appreso la notizia!!...sono povere vittime di una belligeranza assurda e di sistema perverso che sta diventando sempre più incontrollabile.
    Che tristezza!!

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  7. Io penso che l'unica paura sia quella che possano far meglio di noi... in tutti i campi, su tutti i campi! :/

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  8. Oggi ho visto al TG3 le immagini del cimitero di Lampedusa in cui ci sono tante tombe con lapidi improvvisate, recanti la scritta "Extracomunitario" e la data di morte. Terribile dal mio punto di vista. Una delle cose più allucinanti che abbia mai visto.

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  9. @ minerva jones Non so se sei reale o frutto della coscienza di A.C.(già nelle iniziali tracotante)
    Però scrivi proprio dei bei post.

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  10. Come ha detto qualcuno, come non essere concorde.
    Ho avuto modo di constatare che il fatto di avere considerazioni razzistiche o di ghettizazione nulla hanno a che fare con componenti logiche, sono dettate da preconcetti che non sono scalfibili da alcun ragionamento, con il solo risultato che parlare con il muro è più produttivo.
    L'unico mezzo per ottenere che l'altro diventi il nostro vissuto è educare i giovani alla diversità, mi spiace dirlo ma è una battaglia già persa in partenza, non perché siano cattivi o meno pronti delle generazioni precedenti, semplicemente da coloro che sono più adulti spesso non vengono dati i mezzi per capire.
    Se nel loro desiderio di omologazione si insinua il migrante come mezzo per riconoscersi si fa leva sbagliata sul loro desiderio di sentirsi gruppo.
    Facciamo un esempio, se nessuno dice che la decisione di chiudere le frontiere dei politici francesi è iniquia, non solo rispetto ad un partner europeo, ma perché i soggetti in questione sono esseri umani bisognosi di dell'aiuto di tutti, si lascia il discorso a metà, cosa si percepisce alla fine?Che coloro che dobbiamo aiutare sono solo un peso, un problema di cui bisogna liberarsi, che gli altri devono aiutare il nostro Paese perché non possono essere un fastidio solo nostro.
    Cosa possono comprendere i giovani fa tutto questo?
    Che lo straniero ci lede, sempre e comunque, non si distingue.
    Certe esacerbazioni hanno portato nel mondo moderno sempre a conflitti, guerre fredde o calde che siano, non la vedo bene, non sono affatto ottimista per il nostro futuro.

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  11. A parte i refusi spero di essere stato chiaro XD

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  12. @ Cavalier Amaranto: Si viene educati dagli adulti così come nel cosiddetto 'gruppo dei pari'. Hai tutte le ragioni per non essere ottimista, perché ciò che sperimentiamo è l'incapacità, spesso da parte degli adulti e sicuramente da parte del mondo della politica, di rapportarsi alla diversità culturale in primis un pericolo per le nostre abitudini e le nostre vite. Questo a me inquieta, che come adulti non ci sia una visione pacificata del fenomeno migratorio (che non è un'emergenza del momento ma è strutturale) e quindi non si abbiano gli strumenti da passere ai figli per rapportarsi con la diversità in modo pacificato. Ammesso che i figli ne abbiano bisogno perché sono convinta che senza genitori razzisti, neanche loro lo sarebbero, anzi, vedrebbero nel compagno dalla diversa origine culturale un mondo da scoprire - avete idea di quanto si diventi 'ricchi' ad ascoltare storie uniche di persone con teste diverse dalle nostre?

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