Visualizzazione post con etichetta Debora Serracchiani. Mostra tutti i post

Belpietro, Giulia, Pavlov e la Serracchiani

12 Commenti »

La sequenza è più o meno questa: Giulia dice che la prostituzione esiste anche tra i giornalisti, Belpietro si incazza pavlovianamente, ignora stoicamente l'incendio divampato nella propria coda di paglia, aziona al volo la macchina del fango e le dà della velina, Giulia cerca di replicare, Belpietro le urla sopra impedendole di parlare in modo davvero liberale, Castelli cerca di buttarla in vacca con un paio di battute da colonnelli di fanteria in pensione al circolo della caccia, Paragone abbozza il minimo sindacale di difesa dell'ospite, timbra il cartellino e cambia argomento, Telese invece ci ritorna invitando Belpietro a chiedere scusa, Belpietro sente nuovamente il campanellino di Pavlov e ripete parola per parola quello che aveva detto prima, Giulia riprova a parlare nuovamente sovrastata dalle urla viepiù liberali di Belpietro e alla fine si riesce finalmente a parlare d'altro; la Serracchiani, nel frattempo, è come se non ci fosse.
Però domani va alla manifestazione in difesa della dignità delle donne, ché lei ci tiene parecchio.

Quegli scriteriati dell'Unità...

3 Commenti »

...non avendo evidentemente capito con che razza di individuo hanno a che fare, hanno avuto l'alzata d'ingegno di pubblicare un mio dialogo semiserio con Debora Serracchiani.
Se volete potete dargli una letta cliccando qua.
Buon divertimento.

Una rimonta miracolosa

12 Commenti »

"Chi sarà tra cinque anni il leader del PD" è il titolo del sondaggio iniziato alle 00:00 del 13-5-2010 e tuttora in corso sul sito de L'Espresso. Chi ha avuto modo di bazzicare da quelle parti nel pomeriggio di oggi ha potuto assistere ad una rimonta che ha del miracoloso. Ieri sera, a quasi 24 ore dall'apertura del voto, i risultati davano in testa Nichi Vendola seguito da Matteo Renzi, Debora Serracchiani e Pippo Civati: il risultato di Matteo Orfini si aggirava invece intorno ai 50 voti malcontati. Intorno a mezzogiorno di oggi, mentre tutti gli altri continuavano a seguire una progressione di crescita in linea con i voti del giorno precedente, si è potuto assistere ad una esplosione del dato riguardante Matteo Orfini, il quale in poche ore ha superato la Serracchiani, Renzi, Civati e Vendola. Sono certo che la spiegazione sia la più semplice: tutti i simpatizzanti di Orfini si sono accorti contemporaneamente e solo nel primo pomeriggio di oggi dell'esistenza del sondaggio.

Ah, vero, vi starete chiedendo chi sia Matteo Orfini: il nuovo (mi suggeriscono "si fa per dire") pupillo di D'Alema.


Update: mi accorgo ora di non essere l'unico ad aver notato il prodigio.
Update 2: A Sofri questo post non piace, a Sofri non piacciono molte cose. Pazienza.

No al ricambio "generazionale"

11 Commenti »

Dopo le elezioni, ci si dà un gran da fare per capire quello che non è andato (centrosinistra) e quello che è andato molto bene (Lega). Anche Debora Serracchiani si butta in questa analisi dal suo blog:

Ho sentito con le mie orecchie autorevoli dirigenti sostenere che il problema del ricambio generazionale è sopravvalutato, oppure che “non è il problema”. Non sono d’accordo. Dobbiamo metterci in testa che al Partito democratico la gente chiede prima di tutto il coraggio di rinnovarsi, di darsi delle regole di comportamento, dei modelli di selezione e di formazione. Di darsi obiettivi chiari e di comunicarli con parole chiare. Insomma, di darsi un compito.
Insomma, in poche parole si chiede al Partito democratico di fare il partito. Su questo tutti d'accordo. Sarebbe già un bel passo in avanti.
Chi può farsi interprete, dentro il PD, di questa esigenza vitale? C’è stato un momento in cui si è parlato dei famosi quarantenni del PD, c’è stata la stagione dei “piombini”, dei “lingottini”.
Il Pd ha una capacità innegabile: di rendere negativo anche ciò che c'è di positivo, attraverso denominazioni respingenti. Andando oltre e lasciando in secondo piano, quindi, le varie terminologie, fra i ragazzi presenti a Piombino, c'erano sicuramente persone di talento e su cui riversare speranze per il futuro (e anche il presente). Il primo che mi viene in mente è Civati. Ma come fare per fare emergere queste persone, per costruire quel di più che serve per non essere solo i "piombini" o -ini vari?
E, se posso, c’è anche una certa Serracchiani, e ogni tanto qualcuno le chiede che fine abbia fatto. Beh, sono qua, e quello che succede intorno a me, dentro e fuori il partito, mi preoccupa. Stavolta non dobbiamo stare a guardare.
Chi parla di sé in terza persona lascia sempre un po' il tempo che trova.
Comunque, siamo in molti a essere preoccupati, e non bisognerebbe mai stare a guardare, questa come le altre volte.
Ma siccome serve a poco guardare e commentare pensosamente questo scenario, penso che se quella generazione ha proposte per il Partito democratico, ora è il momento di tirarle fuori. A intervalli, i riflettori si accendono su qualche giovane di belle speranze che sembra destinato a rianimare il partito; i media lo chiamano “astro nascente” e dopo una breve ribalta, puntualmente le luci si spengono e tutto rimane come prima.
E questo dovrebbe far riflettere. Perché gli italiani si lasciano sempre trasportare da una figura profetica, da un salvatore che dovrebbe trascinarli verso un mondo (o un partito) migliore? Un modo di pensare simile è ingenuo quanto deleterio. E finché non capiremo che ciò che va cambiato è un sistema nel suo complesso e le regole che lo caratterizzano, non potremo mai "essere salvati".
Dovremmo aver imparato la lezione: i leader di domani, ma soprattutto la politica di domani, non nascerà se non sarà frutto di uno sforzo generazionale collettivo. Occorre che ci ritroviamo e che ci parliamo, pubblicamente e schiettamente, per capire come aiutare il Partito democratico a uscire da un’impasse.
Sforzo generazionale collettivo? Non sono d'accordo. I generazionalisti sono coloro che ritengono che i problemi della politica si possano risolvere attraverso un "ricambio generazionale". Senza fare nomi, ma da chi vi sentite più rassicurati: da un Bersani o un Fassino di oggi, o da quelli che sono sotto di loro e che aspettano soltanto che arrivi il loro turno, seduti su una poltrona e dicendo: ci vuole un ricambio generazionale? Leggo da molte parti: finalmente una "faccia nuova", ci vogliono "persone nuove", abbiamo bisogno di "ricambio generazionale". Ci sono poche cose che mi spaventano di più di affermazioni di questo tipo.
Perché fanno presagire ormai che la politica sia arrivata a un punto talmente basso, che davanti a personaggi che comunque portano con sé una storia e un'esperienza, si sia talmente disperati da preferire comunque una faccia o una novità.
E' vero, è ora di rimboccarsi le maniche.
Ma questo appello non è rivolto a chi è nato lo stesso anno, o è dello stesso segno zodiacale.
L'appello di un impegno in prima persona è rivolto a tutti coloro che non si accontentano di scendere in piazza se chiamati a presenziare, o di schierarsi per questo o quell'individuo, che imbarazza soltanto ad ascoltarlo (mi capita spesso, soprattutto davanti ad alcuni ospiti di Ballarò).
A chi sente un'esigenza di cambiamento, che non è di facciata, ma di visione politica, di regole, di sistema, di risposta alle esigenze reali. Una risposta che deve provenire da persone preparate e volenterose.
La politica deve tornare a essere una cosa di tutti, in cui tutti si sentano chiamati in causa.
Ecco, spero che siamo in tanti a sentire questa esigenza.
E spero pure che siamo di qualunque età.

Note a margine dell'ultima puntata di Annozero

11 Commenti »


La prossima volta che gli chiedono qualcuno da mandare in studio, invece che la Serracchiani al PD converrebbe scegliere Cicchitto.

Mi punge vaghezza che sarebbe meno controproducente.

Sole cuore amore..

Nessun commento »

Intendiamoci, Debora mi è davvero simpatica, uno scricciolo dotato di un'incontenibile energia.

Sarebbe tuttavia auspicabile che smettesse di inserire la frase "..voglio troppo bene a questo partito.." in ogni dove, da lì ai cuoricini glitterati il passo è breve..

Così, tanto per dire..

17 Commenti »

Bazzicando sul sito di Debora Serracchiani mi sono imbattuto nel seguente commento:

Ciao Debora a dire la verità mi stai proprio simpatica tu non che ti trovo una bella donna che à fascino,cervello e grinta .Ma perche non ti sei candidata???Cosi la smettevamo di attaccarci a Grillo,e sapevamo per chi votare booo il nonsense della politica ha colpito anche te ??Mi dispiace ma se ce c'era la serrachiani candidata questa cosa non credo sarebbe successa ,e penso che Grillo si sarebbe risparmiato questa cosa e ti avrebbe anche appoggiato dato che nei tuoi confronti a espresso stima a quanto mi sembra di aver capito,e penso avresti anche potuto vincere, magari con l'appoggio di tutti noi giovani delusi dal vecchio establishment. Forse fai ancora in tempo viva la serrachiani!!!
Cosa? No, non volevo sottintendere alcunché..

MetilparaNobel /5

3 Commenti »

Quest'oggi, amici, debbo darvi conto di due risultati, anche se voi avete votato una volta sola: se da un lato, infatti, Noemi Letizia si è sbarazzata abbastanza agevolmente di Marcello Lippi, dall'altro Silvio Berlusconi, senza bisogno di consultarvi, ha prevalso su se stesso (ve l'avevo detto, no? Bisognerà pur dargli qualche vantaggio, a un uomo perseguitato dalla magistratura, dalla stampa estera e dai blogger).

Il confronto che vi propongo oggi, ne sono certo, susciterà qualche polemica: giacché immagino che se pochi di voi avranno da ridire sulla candidatura di Sandro Bondi (ormai, più che di un politico si tratta di un poeta, e più che di un poeta di un vero e proprio mistico, liturgicamente intento a celebrare il suo messia di Arcore e nel tempo libero impegnato a divorziare dopo essere andato al Family Day), qualcuno storcerà il naso riscontrando che a questo gioco ho deciso di far partecipare anche Debora Serracchiani.
Ebbene, gente, mi scuserete ma io la vedo così: se la nostra amica, ai tempi delle europee, avesse rilanciato rifiutando la candidatura, proprio perché riconducibile allo stesso metodo di cooptazione che lei stessa aveva aspramente criticato, mi sarei levato tanto di cappello; siccome, invece, mi pare che la Debora abbia afferato al volo l'opportunità verticisticamente offertale, cogliendo contestualmente l'occasione di sperticarsi in complimenti nei confronti di coloro che fino al giorno prima aveva pubblicamente infamato, ho personalmente concluso che -a mio modo di vedere- trattasi della tipica contestatrice di regime, come tale funzionale ad ogni oligarchia in quanto la legittima mimando una critica tutta guscio e priva di contenuto concreto.
Ciò detto, vi saluto col solito invito: votate, votate, votate!
Avete tempo fino alla mezzanotte di domenica.

La Serracchiani, e il significato dell'amore

14 Commenti »

Innumerevoli autori si sono cimentati nell'operazione di mettere nero su bianco le frasi che l'amore dovrebbe impedire di pronunciare: parlo di quegli aforismi che iniziano immancabilmente con le parole "Amare significa non dirsi mai...", e che spesso e volentieri (talora in modo irriverente, giacché partoriti da grandi scrittori e quindi meritevoli di ben altra collocazione) vengono stampati negli incarti dei Baci Perugina o nei foglietti dentro i biscotti della felicità dei ristoranti cinesi. "Embe', che c'entrano gli aforismi sull'amore con la Serracchiani?", direte voi avendo letto il titolo del post, animati da una curiosità un po' perplessa per la quale, finché non vi spiego, non posso certo biasimarvi. Il fatto, amici, è che quelle frasi c'entrano eccome, specialmente se l'amore viene inteso nel senso largo che dovrebbe essergli proprio, e cioè come l'amore non solo verso la propria donna o il proprio uomo, ma anche nei confronti di tutte le altre persone che ci sono vicine, e che a vario titolo (talora un titolo tutt'altro che facile da sviscerare, ma proprio per questo ancora più forte e più solido) ci sono care: tutte le persone che amiamo, per dirla con una parola. C'entrano a maggior ragione, quelle frasi sull'amore, se siete uno come me, che rimase convinto poco e niente quando questa Serracchiani fece irruzione nella vita politica del paese, e che in ragione di quello scetticismo fu costretto a una fastidiosa serie di discussioni, talora persino accese, con alcune delle suddette persone care, le quali invece erano rimaste folgorate dalle sue esternazioni viralmente diffuse nella rete e la indicavano quindi come emblema del cambiamento, messia dalla resurrezione, incarnazione della svolta di quello che viene comunemente denominato Partito Democratico.

E c'entrano ancora di più, quegli aforismi, allorché la suddetta Serracchiani, dopo essersi accuratamente assicurata un posto a Strasburgo grazie alla notorietà scaturente da una sovversione tanto chirurgicamente mimata quanto sostanzialmente priva di contenuto, si è altrettanto accuratamente ritirata in buon ordine a godersi lo status acquisito e a rivendicare quei quattro spiccioli di celebrità facilmente estorti a persone troppo deluse per essere lucide, legittimando i vertici del partito che tanto aspramente aveva criticato e rivelandosi per quello che avevo sospettato che fosse: la solita contestatrice di regime, che in quanto tale, per ogni regime che si rispetti, risulta non soltanto funzionale, ma persino indispensabile.
Ebbene, gente, sarà che sono un sentimentale: però quelle frasi sull'amore, per quanto inflazionate dallo spicciolo uso commerciale che se ne fa negli ultimi tempi, sul mio cuore tenero come il burro hanno sempre avuto una certa presa; tendo a seguirle, insomma, talora anche in modo non del tutto consapevole, perché in fondo in fondo, evidentemente, devo essere convinto che la cosiddetta saggezza popolare qualche fondamento debba pur averlo.
Secondo uno di quegli aforismi, uno dei più noti, amare significa non dire mai "te l'avevo detto".
Allora, amici miei, stante il fatto che vi voglio un mondo di bene, e siccome sono ligio alle frasi dei Baci Perugina sull'amore, quelle parole le terrò per me.
Ma avrei una voglia di dirvele che mi si porta via.

Dal Lingotto ai Nuovi Democratici: “quelli che nessuno stava aspettando”

5 Commenti »

Non capita tutti i giorni che centinaia di persone sentano l’esigenza di riunirsi, partendo da 50 diverse province italiane, per sentirsi “unico corpo” ed esprimere medesimi appelli. Chi è stato al Lingotto sabato 27 giugno, ha potuto percepire l’energia viva e travolgente di una sala congressuale piena sino a scoppiare: giovani e vecchi democratici che si sono spellati le mani a forza di applausi per coloro che, saliti sul palco, ne hanno rappresentato le istanze comuni. A Torino, infatti, questo “corpo” ha assunto identità, ha manifestato un senso di comunanza e, credo, recuperato l’orgoglio politico nella dimensione collettiva. Moltissimi sono coloro che hanno seguito l’evento in diretta streaming ed hanno lasciato i propri commenti sui blog, su FaceBook, in rete. I media tradizionali hanno dato ampio spazio al Lingotto e numerosi sono stati i politici di primo piano che si sono mescolati silenziosamente ai Nuovi Democratici. Mi è come sembrato che, sia i media sia i dirigenti di prima e seconda linea, abbiano “dovuto” prendere atto della forza propulsiva di questo movimento e, per questo, siano venuti a vedere. Qualcuno ha anche aggiunto, forse non a torto: “legittimandolo”. I Nuovi Democratici non sono una corrente, l’abbiamo detto e ripetuto sino alla noia, sono un unico corpo che si è riconosciuto in identiche esigenze di rinnovamento, che si è formato spontaneamente e poi si è allargato nella convinzione che il Partito Democratico possa finalmente davvero nascere (e crescere) nella legittimazione – soprattutto politica, necessariamente concreta – di alcune prime importanti esigenze. In primo luogo la democrazia interna: è necessario ripensare i meccanismi di selezione dei dirigenti, le regole di voto – sia sulle scelte che sulle candidature, dai circoli fino al luogo congressuale – e conferire spazio autonomo ai territori, perché l’autosufficienza di Roma ha già dimostrato sul campo la propria inadeguatezza. In questa direzione, moltissimi hanno contribuito ai lavori torinesi con propri documenti propositivi e programmatici (la sottoscritta ha avuto la fortuna di leggerli tutti) ed il risultato è stato, salvo poche ingombranti eccezioni poco applaudite e a tratti perfino fischiate, uno spettacolo di “bella politica”. Sana e costruttiva. Alcuni hanno lamentato la mancanza di una (terza) candidatura espressa dal Lingotto o, quantomeno, di un portavoce del movimento. Io non ho avvertito questa esigenza, almeno per ora: Torino era il luogo dove trovarsi, ascoltarsi, prendere forma sui temi e sulle idee per poi recuperare identità e voglia di partecipare (quella che è fumata via alle ultime elezioni). Il leader, se serve, verrà. Mi pare sia sotto gli occhi di tutti un senso di forte insoddisfazione: il Partito è evidentemente oligarchico, spesso tristemente autoreferenziale, perennemente ridotto (in senso strettamente quantitativo) dai distinguo mediatici: nell’attuale forma organizzativa la sopravvivenza politica cammina attraverso strade che devono distinguersi per essere riconoscibili. Il danno maggiore, per molti, va ravvisato nella spirale viziosa che questo modo di procedere crea: i nuovi dirigenti hanno accesso solo se cooptati dai vecchi, spesso non per qualità o meriti sul campo, ma in virtù della provata fedeltà al capo(bastone), le candidature piovono “dall’alto” e sono in molti casi inadatte (a volte persino impresentabili, se ne sono molto lamentati, in particolare, gli amici romani), i territori e le persone restano inascoltati perché non possano scardinare l’impenetrabilità del sistema e mai avere accesso al controllo. Quest’ultimo punto si configura, sul piano oggettivo, come un clamoroso falso: quando si arriva alle elezioni, gli elettori democratici si fanno sentire eccome! E ci dicono che non sono affatto soddisfatti degli attuali metodi, della linea politica (magari fosse una sola), e del perpetuo “non scegliere”. Alle ultime europee, possiamo forse dire di aver conservato lo zoccolo duro dei nostri elettori, quelli che difficilmente abbandoneranno il Pd qualunque sia la sua apparenza. Non possiamo dire di aver fermato la destra, come incautamente è stato affermato, né di aver “tenuto” (cosa poi? A me è sembrata un’emorragia e il pensiero di essere ancora vivi non mi consola, vorrei sapere che stiamo bene). Il popolo del Lingotto, i Nuovi Democratici hanno chiaramente indicato la strada della guarigione e l’hanno accompagnata dall’avvertimento che, in mancanza, avrebbero smesso di premiare l’immobilismo oligarchico a mezzo del proprio voto. Sommariamente, si è chiesto coraggio, capacità di assumere decisioni coraggiose a tutti i livelli, si è chiesta trasparenza (anche della gestione economica) e nuovo rigore etico e politico, si è parlato di lavoro (vorrei citare Chiamparino è suo il coraggioso invito a liberare risorse dai settori protetti verso quelli non garantiti), di diritti civili, di laicità. E di tante altre cose… Il prossimo che sento dire che al Lingotto non ci sono stati contenuti lo faccio a strisce! E poi gli levo i tappi dalle orecchie. Vorrei soffermarmi su due dei punti trattati. 1. Democrazia interna Il Pd deve essere veramente aperto ed in continuo ascolto della sua gente. Ascoltare è, purtroppo, diventata un’abitudine dimenticata, aumentando la lontananza tra partito e elettorato, e così non va bene. Dobbiamo invece saper elaborare le istanze della nostra gente, troppo a lungo relegata in un ruolo di “ricevente” delle iniziative politiche e delle candidature, senza alcuna possibilità di interlocuzione e interazione, senza accesso alle scelte. Il Pd deve cominciare a fare sintesi della propria ricchezza culturale attraverso la discussione continua (a livello di massa, nei circoli o anche a mezzo della Rete) che deve caratterizzare, attraverso il voto, il processo decisionale e diventare il momento di assunzione di responsabilità dell’elettorato. Strumento principe dovrebbe esserne la consultazione attraverso le primarie (o doparie) che realizzerebbero la scelta collettiva e il necessario momento della valutazione, oltre che del controllo. Questa è la Partecipazione con la “p” maiuscola che hanno chiesto i Nuovi Democratici, partecipazione non solo a parole: discussione, decisione, assunzione di responsabilità, scelta, valutazione e controllo. Questa è la sola forma di partecipazione che può riavvicinare al Pd coloro che al momento del voto sono rimasti a guardare, perché non si sono riconosciuti nelle tante “piccole” linee espresse dalla grande ed unica bocca centrale. Questa Partecipazione, al contrario, non può che avvenire dai territori, consegnando al Partito una sembianza federale, come scrive oggi Sofri (quello vecchio) su Repubblica. 2. Laicità Ahimé, al Lingotto si è stati costretti a mettere nei punti in discussione la laicità. Un po’ come mettere all’ordine del giorno il concetto di democrazia. Questa è già un’umiliazione: lo Stato è già laico, lo sancisce la nostra Costituzione, la nostra “bibbia civile”, per dirla con le perfette parole di Ciampi, che è “grande” e “madre” dell’imparzialità dello Stato. Il Pd deve essere compattamente a-confessionale, laico, dove laicità significa “vedere le cose per quello che sono” (come dice Pippo Civati), non cercare di far aderire quello che osserviamo e, peggio, le leggi di tutti, alle convinzioni di alcuni. La disastrosa rincorsa delle volontà confessionali da parte di pochi Teodem, infatti, ha prodotto e produce l’astensione dal voto di molti democratici e, ancora una volta, la lontananza del partito dalla sua gente, la nostra gente, noi. E’ necessario, invece, creare le condizioni, valevoli per tutti, nelle quali ciascuno possa espandere le proprie personali attitudini, nel rispetto gli uni degli altri, tutelando tutti nella loro diversità attraverso il riconoscimento più ampio dei diritti civili. L’intervento di Ignazio Marino, a testimonianza di queste espresse ambizioni, ha quasi fatto venir giù la sala del Lingotto. Il nuovo segretario che verrà. A Torino erano presenti vecchi segretari (Fassino), candidati segretari (Franceschini e Bersani), augurati segretari (Chiamparino, Civati, Serracchiani). Fatta eccezione per Fassino, che gesticolava contrariato e inviava preoccupati sms, gli altri sono tutti intervenuti (alcuni invitati a farlo, altri un po’ meno, ma tant’è). Franceschini: mi è sembrato in difficoltà. La sua candidatura in opposizione a chi c’era prima di lui (ma lui dov’era?) deve avergli portato un bel po’ di grane e tanto risentimento. Al Lingotto ha ammorbidito il suo messaggio iniziale ed ha affermato: “nella mia squadra c’è posto per voi”. Credo sia giusto e necessario andare a vedere le sue carte, ma temo che non vada oltre la coppia vestita (lui e la Serracchiani). Bersani: il suo discorso è stato piatto, amorfo, inutile. Ha prodotto gli unici pochi minuti di assoluto silenzio della rumorosa e vivace platea. Ha raccolto timidi applausi educati finali. Temo non abbia ascoltato e – peggio – temo non l’abbia fatto perché non ne ha bisogno, forte com’è del sostegno dell’apparato e della macchina da guerra mossa da D’Alema. Peccato. Chiamparino: breve, puntuale, efficace, diretto. In una parola: autorevole. Io sono tra quelli che auspicano la sua candidatura alla segreteria nazionale. Mentre vi scrivo, però, leggo che ha rinunciato. E mi dispiace. Serracchiani: ha iniziato a parlare di sé in terza persona, come Maradona e Berlusconi. Temo che il successo delle ultime settimane le abbia tolto lucidità (il suo discorso molto deludente) e umiltà. Tra le righe, ma neanche troppo, ha detto di essersi già schierata. Con Franceschini. Il nuovo è giàprecocemente invecchiato? Spero di no, staremo a vedere. Civati: discorso di respiro ampio, nonostante sia stato “accorciato” a causa dei ritardi iniziali (i big in ritardo, che tristezza, mentre la platea era puntuale alle porte d’ingresso). In molti lo vorrebbero giovane candidato segretario, lui tace e fa bene. Gli va riconosciuta la visione e, soprattutto, la costruzione e l’organizzazione del movimento, cui ha lavorato tenacemente per settimane. Purtroppo non ho potuto ascoltare le conclusioni di Ivan Scalfarotto, perché ero fuori dalla sala a fare la questua per i contributi alle spese del lingotto (!). Mi hanno detto tutti che sia stato perfetto, forse il migliore, e muoio dalla voglia di ascoltarlo, appena avrò un momento, dal web. Meritano menzione, infine, i discorsi di Oleg Curci e Cristiana Alicata, l’uno caldo, appassionato e concreto, l’altra diretta ed emozionante: cercateli in rete, ne vale davvero la pena. Sono convinta che i Nuovi Democratici, ora che si sono (ri)appropriati della propria forte identità, sapranno dare vita ad una spirale virtuosa. Il Congresso è alle porte, è necessario tesserarsi e dare voce, col voto congressuale, alle proprie idee. I nomi, in quest’ottica, vengono dopo. Bisogna sbrigarsi, mettere in moto il rinnovamento richiesto a gran voce, attuare la linea indicata e farla valere. Perché come dice un signore fichissimo dal nome antico, che al Lingotto era seduto in seconda fila, “Abbiamo poco tempo ma è importante usarlo. Già la strada è corta. Buono sarebbe che invece di discutere di cosa sia meglio per quei pochi, ragionare di cosa è meglio per tutti.” Ci vediamo il 4 luglio a L’Aquila, in tanti, prima dei grandi.

Poll

Powered by Blogger.

Popular Posts

Followers

Blog Archive

Subscribe

Labels

Sponsor

Random Post