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La celtica nel commissariato e il post rimosso

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Verso le undici di ieri Francesca Terzoni, che scrive su questo blog, ha pubblicato questa foto del commissariato di Via Cadamosto a Milano, che le era stata inviata via mail, in un post intitolato "Fascismi polizieschi".
Io, letto il post, l'ho chiamata chiedendole se conoscesse direttamente chi aveva scattato la foto e se fosse certa che non si trattasse di un fotomontaggio: siccome la fonte sembrava genericamente affidabile, ma non direttamente verificabile, e stante il fatto che nessun giornale aveva riportato la notizia, ho preso la decisione di rimuovere il post e di lasciarlo salvato in bozza, chiedendole contestualmente se avesse la possibilità di recarsi di persona sotto la finestra del commissariato per verificare se la cosa fosse autentica o se si trattasse di una "bufala".
Naturalmente, siccome né io né Francesca facciamo i giornalisti di professione, non è stato possibile procedere immediatamente al controllo sul posto: nel frattempo la notizia è uscita sul Corriere e su Repubblica, che presumo abbiano provveduto a verificarla, e quelli del commissariato hanno pure fatto partire un'indagine interna.
Insomma, a quanto pare la foto era autentica: ma nel momento in cui non potevo essere sicuro che lo fosse ho preferito rimuoverla e provare, per quanto possibile, a verificarne l'autenticità, piuttosto che rischiare di dare un'informazione inesatta.
Questo è tutto, anche a beneficio di chi mi ha scritto chiedendomi spiegazioni.

sTATO DI dIRITTO

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Nella solita e reiterata arroganza di un civile e democratico "stato di diritto", l'unico mezzo per diffondere la verità e azionare le menti è la memoria storica.
Se questo paese avesse un briciolo di memoria storica certe cose non potrebbero continuare a succedere. In uno "stato di diritto" non ti dicono che Cucchi era un tossico. In uno "stato di diritto" non ti dicono che è stato uno sparo deviato. In uno "stato di diritto" non ti dicono che Aldrovandi era troppo ubriaco. In uno "stato di diritto" non ti dicono che Spoletini è inciampato, che Giuliani tirava una bomba, che Paolo Di Brescia era troppo agitato, che Rasman... che Bianzino... avanti il prossimo, che potrebbe essere ognuno di noi in questo "stato di diritto".
Un anno fa moriva Stefano Cucchi; in questi giorni leggo di un dolore che continua ad essere calpestato e umiliato da chi strumentalizza la lotta disperata per la ricerca di verità e giustizia di un fratello, di un figlio; è repressione, violenta, di corpi prima, di ciò che lasciano dopo.
La famiglia Aldrovandi riceve due milioni di euro come risarcimento, in cambio lo stato chiede alla famiglia di non costituirsi parte civile nei procedimenti ancora aperti: quanto vale la vita di un figlio?
Non ho una risposta, non ho una risposta a una domanda che mai avremmo dovuto porci.
La sentenza di primo grado condanna Luigi Spaccarotella a sei anni di carcere per omicidio colposo: ha allargato le gambe, ha sparato a braccia distese, ha mirato verso l'auto in cui viaggiava Gabriele e ha fatto fuoco; da li a poco Gabriele moriva, sotto gli occhi inermi e disperati dei suoi amici, di un mio amico che gli era seduto accanto; il sangue di Gabriele schizzatogli addosso dopo lo sparo è ancora sul suo corpo, lo vede tutte le volte che si guarda allo specchio, lo sente, tutte le volte che si tocca.
Non è per vendetta, è per giustizia, G I U S T I Z I A, che senso ha la parola giustizia nel nostro "stato di diritto"? Che valore ha? Ne ha? Come fa ad averne mentre i pastori vengono caricati e manganellati in sardegna, gli studenti a Milano, gli aquilani a Roma?
A Terzigno gente perbene che protesta per difendere la propria salute, il proprio territorio, il futuro dei propri figli è assediata e caricata; è la verità che si manifesta con ferocia, è la violenza la modalità per controllare il dissenso, violenza che non risparmia nessuno, cieca e incontrollata contro tutti, contro una donna incinta, anche, e giornalisti.
Ho paura di chi indossa una divisa e rappresenta lo "stato", l'istituzione. Ho paura di questo "stato", di queste istituzioni.
Agenti hanno ucciso, altri continuano a farlo e questo "stato di diritto" glielo consente con una sconcertante impunità; violenza incontrollata da chi la aziona ma controllata, decisa, stabilita, ordinata.

E Torquemada, le è passato di mente?

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Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Vaticano, commenta così le perquisizioni e gli interrogatori della polizia belga nei confronti dei vescovi di Bruxelles:

È un fatto inaudito. Non ci sono precedenti, nemmeno nei regimi comunisti.
Per la verità non sarei in grado di operare un confronto tra i metodi di indagine della polizia comunista e quelli degli inquirenti belgi, anche se a lume di naso sarei propenso a considerare i primi assai più invasivi dei secondi: quello che so per certo, però, è che i sistemi usati dall'Inquisizione erano assai più cruenti di entrambi.
Sapete com'è, a volte mettersi a citare i "precedenti" può risultare decisamente controproducente.

Guardi che chiamo i vigili

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di Benedetta Jasmine Guetta
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Il venerdì a Milano, in piazza Quinto Alpini, c'è il mercato: da brava foodblogger, vado sempre lì in bicicletta a rifornirmi di frutta e verdura.
Ogni venerdì mi scandalizzo per la situazione del parcheggio in zona: macchine parcheggiate in doppia/tripla fila, sulla sede stradale, sui passi carrabili, sulla pista ciclabile, sulle discesine per portatori di handicap... non c'è striscia pedonale, gialla o di altro colore che tenga.
Così tutti i venerdì, da cittadina insopportabile quale certamente sono, chiamo i vigili perchè venga fatta giustizia, e una pronta vendetta si abbatta sui suv delle milanesi annoiate che frequentano la zona.
Oggi però ero seriamente in dubbio: che fare in una situazione come quella che vedete nella foto qua sopra?
E' tutto così meta-reale (mi si passi il neologismo)! Insomma, dovevo chiamare i vigili per dire che un'automobile della... polizia(!) parcheggiata contromano mi impediva il passaggio sulla pista ciclabile?
Alla fine, ho risolto di non telefonare, e proseguire sul mio insidioso percorso tra automobili, pavè e rotaie del tram. Tuttavia, a voi dovevo proprio raccontarla, questa storia!

P.S. se avete simili avventure da raccontare sarei felice di leggerle nei commenti: si sa che "mal comune mezzo gaudio"...

Il destino di Stefano e l'attenuante di stato

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Scarcerato Stefano Gullotta, il ragazzo massacrato di botte da un poliziotto e sbattuto in carcere dopo Roma-Inter. Elio Vito:

[Risultano a suo carico] denunce e segnalazioni per rapina, lesioni personali e guida in stato di alterazione psicofisca per sostanze stupefacenti.
Ucciso Stefano Cucchi dopo un pestaggio in carcere e abbandono in ospedale. Carlo Giovanardi:
Era in carcere perché era uno spacciatore abituale. La verità verrà fuori, e si capirà che è morto soprattutto perché era di 42 chili.
Ecco a voi due esempi di attenuanti di stato: se uno ha la fedina penale da lucidare, si merita pure le botte.
Badate bene: dalle stesse istituzioni che dovrebbero proteggerne l'incolumità, si intende.

Confidenza, familiarità e ironia

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Supponete che una coppia di poliziotti sia stata filmata mentre si dedicava alle seguenti attività:

  • irridere un tizio che era stato portato in questura per essere identificato facendolo sdraiare per terra seminudo, interrogandolo con insolenza e promettendogli in regalo "uno sfollagente con manico zigrinato nella parte posteriore";
  • prendere per i fondelli un disabile facendogli "scherzi di cattivo gusto" e "ledendo la sua dignità di persona”;
  • importunare una ragazza ubriaca e irridendola mostrando manette, facendo battute pesanti, chiamandola "bestiaccia" e "mongola" e offrendole denaro per filmarla.
Supponete che il questore, messo al corrente di questi episodi, abbia deciso di "deplorare" gli agenti, cioè di infliggere loro una misura disciplinare un po' meno grave rispetto alla sospensione e alla destituzione.
Ebbene, sapete che iniziativa hanno intrapreso i due poliziotti? Quella di proporre ricorso al TAR, ritenendo la deplorazione un provvedimento "eccessivo" perché il disabile e la ragazza del parcheggio erano loro conoscenti e amici, e perché tutto si era svolto in un clima "giocoso, di confidenza, familiarità e ironia".
Il Tar, per fortuna, ha respinto il ricorso, ma a me rimane un dubbio: prescindendo dal disabile e dalla ragazza, sui quali ci sarebbe da discutere anche nel caso in cui fossero davvero due amici degli agenti, non trovo giustificazioni sulla vicenda del tizio maltrattato in questura. Anche quello era un loro amico? Direi proprio di no. Anche in quel caso il clima era "giocoso" e nell'aria si respiravano "confidenza", "familiarità" e "ironia"? Non mi pare proprio.
Ci vuole un bel coraggio, a parlare di un provvedimento "eccessivo", non trovate?

Antagonismo di regime

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Mentre Brunetta chiarisce che i centri sociali sono figli del degrado, e che gli atteggiamenti antagonisti non debbono ricevere alcun avallo da parte dalle istituzioni, a Napoli condannano i dieci poliziotti che nove anni fa sequestrarono in caserma 85 ragazzi, minacciandoli e insultandoli per ore.

Chissà se il ministro Brunetta considera antagonisti anche questi poliziotti: perché per essere antagonisti lo sono certamente, rispetto allo stato di diritto, alla libertà di espressione, alla democrazia. Chissà se ritiene che siano figli del degrado, del declino o di chissà che altro; chissà se reputa che meritino l'avallo delle istituzioni: quell'avallo che lo Stato assicurò loro senza colpo ferire nove anni fa, quando i fatti vennero fuori, promuovendo in blocco i vertici dell'ordine pubblico.

Sono davvero quelli dei centri sociali, i corpi estranei di cui parla il ministro?

Vu verbalizza'?

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Succede anche questo, in Italia: tre poliziotti requisiscono a un senegalese circa 900 euro di merce contraffatta, poi non verbalizzano il sequestro e se la tengono, sicuri che il tizio non si azzarderà a lamentarsi perché è irregolare, e se ci si prova finisce che lo espellono.

Invece il poveraccio si fa coraggio, prende e li denuncia, mandandone in carcere due e ai domiciliari un altro, e di conseguenza si becca l'inevitabile decreto di espulsione.

Ecco, non so come la vediate voi: però a me pare che quest'uomo, il quale pure stava vendendo merce contraffatta e per giunta era anche un clandestino, abbia dato una bella lezione di legalità, e non solo di coraggio, ai tre fenomeni che pensavano di spadroneggiare (e chissà quante altre volte lo avevano già fatto) contando sulla divisa che avevano addosso e sulla posizione di debolezza della loro vittima.

Fosse stato per me, sarebbe bastato questo a dargli il permesso di soggiorno.

Le colpe dei padri

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Supponete che un tizio venga condannato a dodici anni di carcere per detenzione di stupefacenti e concorso in omicidio, che sconti integralmente la pena e che gli manchi da pagare la sola sanzione pecuniaria, pari a 36mila euro.

Supponete poi che quel tizio non abbia il denaro richiesto, anche perché l'unica possibilità che gli viene concessa per saldare il suo debito è quella di pagarlo in 3 rate da 12mila euro ciascuna.

Supponete, infine, che alla figlia di quel tizio, in ragione delle vicissitudini di suo padre, venga negata la possibilità di partecipare al concorso per entrare in Polizia, nonostante sia in possesso di tutti i requisiti per farlo.

Se qualcuno venisse a raccontarvi una storia del genere non la trovereste raccapricciante?

Ebbene, sappiate che il fatto è accaduto davvero (a Rimini, come potete riscontrare cliccando sull'articolo in alto per ingrandirlo e leggerlo), e che vicende simili hanno luogo quotidianamente su tutto il territorio italiano, giacché è impossibile, per il figlio di chi ha commesso certi reati, l'ingresso nelle forze di Polizia: anche qualora, come nel caso di specie, il candidato sia del tutto estraneo ai fatti, magari perché quando sono accaduti era un marmocchio alto un barattolo e mezzo.

Una sola domanda: vi pare giusto?

Oppure, una volta di più, siamo di fronte alla solita ipocrisia giustizialista che dalle nostre parti sembra andare tanto di moda?

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