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Fate largo, passa l'onorevole!

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Non so come funzioni dalla vostre parti, ma a Roma può succedere anche più volte al giorno, specie se si bazzica nelle vicinanze del centro storico.

Uno se ne sta in macchina a sciropparsi pazientemente una bella coda, quando sente alle proprie spalle un incombente frastuono di sirene: giudiziosamente, pensando al sopraggiungere di un'ambulanza o di un'automobile delle forze dell'ordine intenta a inseguire qualche delinquente, accosta, per accorgersi subito dopo che lo stridulo suono proviene invece da una carovana di auto blu che rombano, sgommano e zigzagano in perfetto stile "Roma spara, Milano risponde" al solo scopo di scortare a destinazione qualche politico (talora persino riconoscibile dal finestrino dell'auto), risparmiandogli il fastidio di sorbirsi le file o di fermarsi ai semafori rossi.

Badate bene: non sto parlando di capi di stato esteri, né di supertestimoni coinvolti in processi per mafia; si tratta generalmente di ministri, di sottosegretari o di altri pezzi grossi della politica. I quali, per qualche misteriosa ragione, si sentono legittimati (e di fatto, evidentemente, lo sono) a sottrarsi a tutte le elementari norme di civile convivenza stradale cui i comuni mortali debbono invece sottostare a pena di gravose sanzioni.

Ora, anche senza voler scomodare l'esempio di alcuni paesi civili nei quali persino i re si spostano con i mezzi pubblici insieme a tutti gli altri (pretendere un simile livello di civiltà in un paese come il nostro sarebbe francamente eccessivo), mi corre l'obbligo di rivolgervi una domandina semplice semplice.

Esiste un motivo plausibile per cui a un ministro debba essere consentito di saltare impunemente le code e di non fermarsi ai semafori rossi come fanno tutti gli altri?

Un motivo diverso, s'intende, dalla barbarie nella quale è precipitato questo paese, in cui i potenti, anziché dare l'esempio agli altri seguendo per primi le regole, se ne strafottono allegramente e si permettono tutto quello che vogliono con la certezza che nessuno oserà aprire bocca per metterli al loro posto; e nel quale non vi sono cittadini, ma sudditi, che se ne restano sconsolati al volante mentre il rumore della sirena sfuma in lontananza, ad aspettare che il semaforo diventi verde.

A voi la risposta.

Barbarie capitale

39 Commenti »



Detta così sembra quasi una cosa da niente.

Però, sapete com'è, quelle diciotto persone avevano dei nomi. Per l'esattezza, si chiamavano Curtis Moore, Frank Moore, Reginald Perkins, Virgil Martinez, Ricardo Ortiz, David Martinez, Dale Scheanette, Johnny Johnson, Willie Pondexter, Kenneth Morris, James Edward Martinez, Luis Salazar, Michael Rosales, Derrick Johnson, Michael Lynn Riley, Terry Hankins, Stephen Moody e, per l'appunto, Cristopher Coleman.

E per giunta, come se non bastasse, avevano pure delle facce:


Soltanto nel 2009, oltre alle diciotto del Texas, negli Stati Uniti d'America sono state effettuate altre ventuno esecuzioni capitali.

A me non pare, sinceramente, che grazie a questo sistema i delitti in America siano diminuiti, né che la morte di questi criminali abbia restituito alle famiglie le loro vittime.

Si tratta di una barbarie fine a se stessa, che aggiunge morte alla morte, dolore al dolore, disperazione alla disperazione.
Sapete cosa penso? La pena di morte è evidentemente inutile, oltre ad essere una misura indegna di una nazione civile, e nessun paese può dirsi uno stato di diritto finché non l'abbia abrogata.

La vendetta, quella, è un'altra cosa.

Buona per i paesi fondamentalisti, per i film con Charles Bronson, e poco di più.

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