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La metafora della casta è troppo facile

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C'è qualcosa di troppo facile, nella metafora della casta che da qualche tempo occupa ogni angolo del web.
C'è qualcosa di troppo facile e di poco responsabile, per quanto le lamentazioni che leggo siano più che giustificate dagli imbarazzanti comportamenti adottati da gran parte della nostra classe politica.
Ma il punto è: chi li ha consentiti, quei comportamenti? Quanti di quelli che postano a rullo banner e figurine e motti e slogan e fotomontaggi e resoconti sui privilegi dei politici hanno effettivamente provato, nel loro piccolo, a iscriversi a un partito e scalzarli dalle loro posizioni? Chi di loro si è preso la briga di presentarsi nelle sezioni del PD, nei circoli del PdL, nelle divisioni territoriali degli altri partiti, e di portarci dentro un atteggiamento diverso con ostinazione, senza mollare, insistendo finché qualcuno non gli desse retta?
Pochi, presumo. E lo presumo perché se fossero tanti si darebbero man forte l'uno con l'altro e la loro voce si sentirebbe per forza: metterebbero in scacco le loro dirigenze, proporrebbero iniziative, si candiderebbero ad assumere incarichi, e avrebbero successo perché sarebbero più degli altri, e più motivati, e più determinati, e più veri.
Pochi ci provano sul serio, purtroppo. Perché mettersi davvero a rompere i coglioni, ve lo assicuro, costa fatica e sacrificio e gastrite e quel boccone di tempo libero che ci rimane in una vita che spesso è già impossibile di suo.
Eppure non c'è altra strada. Non servono le denunce, i banner, le cascate infinite di like su Facebook e l'indignazione spammata su Twitter: si tratta solo di rimboccarsi le maniche e provarci, perché nessuna rendita di posizione, per quanto blindata essa sia, è in grado di sostenere a lungo l'urto dei numeri.
Finché questo non avverrà, la metafora della casta continuerà a sembrarmi troppo facile e poco responsabile: un urlo inutile che serve soltanto a tirare fuori la propria rabbia, a sparpagliarla in giro e a darsi una bella lavata alla coscienza prendendosela con gli altri.

Irresponsabilità

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Io non lo so, se andare al voto sia un'ipotesi irresponsabile: al di là delle motivazioni che hanno spinto Berlusconi a dire una cosa del genere, si tratta di uno di quegli argomenti sui quali potremmo discutere fino a domani mattina senza arrivare a un punto.
Però è certamente irresponsabile, e parecchio, il fatto che nel giro di poche settimane due autorevoli esponenti delle istituzioni abbiano avuto l'alzata d'ingegno di rispondere alle istanze della società civile, non importa quanto animatamente espresse, evocando il morto: cosa che dovrebbe notoriamente essere evitata come la peste da chi ha la responsabilità di governare i fenomeni, a maggior ragione se va contestualmente cianciando di voler abbassare i toni, e che risulta assai difficile non interpretare come una sorta di indistinta e terrificante minaccia.
Il morto, sarebbe il caso di ricordarlo, c'è già scappato più di una volta, senza alcuna necessità che gli uomini dello stato lo agitassero come uno spauracchio, e spesso e volentieri a causa della loro incapacità di tenere il timone (badate, ho detto tenere il timone, non elargire manganellate a destra e a manca come se fossero bruscolini) nei momenti in cui tutti gli altri perdevano la testa.
La vera responsabilità di questa gente è quella di governare le cose: e contribuire a farle precipitare in merda sbandierando il fantasma del morto significa semplicemente disattenderla.
Questo, presidente Berlusconi, è davvero irresponsabile: altro che andare a votare.

Sobrietà, responsabilità e niente personalismi

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Dalla nota che Silvio Berlusconi ha diffuso questo pomeriggio:

Invito tutti al senso di responsabilità (1), alla sobrietà (2), al rispetto dei nostri militanti (3) e dei nostri elettori che non approvano certo personalismi (4) ed esibizionismi (5).
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(1) «Andremo avanti a governare con una fiducia che ci verrà data al Senato che penso ci verrà data anche alla Camera, e se ci dovesse essere una fiducia che non c'è alla Camera benissimo, si andrà a votare per la Camera stessa dei deputati ».
(2) «Stamani in albergo volevo farmi una ciulatina con una cameriera. Ma la ragazza mi ha detto: "presidente, ma se lo abbiamo fatto un'ora fa...". Vedete che scherzi che fa l'età?»
(3) «Se negli ultimi due mesi la nostra parte politica ha dato, a volte, un’immagine che non ha entusiasmato, lo si deve ad alcuni errori del partito e non del governo».
(4) «Applicando l'insegnamento della mia zia Marina le dico di essere stato e di essere di gran lunga il migliore presidente del Consiglio che l'Italia abbia potuto avere nei suoi 150 anni di storia».
(5) «Giuro sulla testa dei miei figli».

Indagavo sui trans

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Cosimo Mele (ve lo ricordate?) sostenne di non sapere che la donna con cui si stava intrattenendo fosse una prostituta ("metodo Scajola"); Piero Marrazzo ebbe l'alzata d'ingegno di cavarsela chiedendo scusa al Papa ("metodo penitente"); questo qua, bisogna ammetterlo, ha tirato fuori dal cilindro un coniglio a suo modo geniale, inaugurando quello che potremmo definire il "metodo tenente Colombo":

Indagavo sui trans.
Se ne trovo uno capace di assumersi in modo adulto la responsabilità di ciò che ha fatto, giuro che lo voto.

Punirne cento per educarne uno

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Siamo alle solite: per colpa di quattro imbecilli che si prendono a coltellate, a tutti gli altri verrà impedito di andarsene in giro al fresco e bersi una birra con gli amici alle tre di notte; è esattamente lo stesso meccanismo dello stadio, nel quale a decine di migliaia di persone viene proibito di portarsi dietro un succo di frutta nel brick perché tre scemi potrebbero avere l'alzata d'ingegno di lanciarlo sulla testa del guardalinee.
Si tratta, nei fatti, di un curioso principio di responsabilità collettiva, in base al quale un numero indefinito di persone viene chiamato a pagare per gli sbagli di pochi idioti: un po' come succede a scuola, quando la maestra non ha la minima voglia di star lì ad indagare su chi siano i responsabili del casino che si sente da fuori e allora mette in castigo tutta la classe, così risolve il problema alla radice e non ci pensa più.
Io, che non mi sono mai sognato di accoltellare nessuno, continuo a pensare che starmene fino all'alba a chiacchierare in mezzo alla strada con una birra in mano sia un mio diritto, nella misura in cui qualcuno abbia voglia di tenere aperto il bar fino a quell'ora per vendermela: e che punire tutti per educare quattro scemi sia davvero troppo facile.
Metteteli dentro, e lasciate in pace chi si gode la città senza rompere i coglioni a nessuno.

Gli italiani che vogliono il Duce

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Non c'è altra spiegazione: a gran parte degli italiani piace essere dominati. Li eccita, proprio. Gli viene duro -oppure si bagnano, a seconda del sesso- al solo pensiero di essere guidati con l'autorità, la forza, l'arbitrio. Li rassicura, credo. Così possono smettere di pensare, ché pensare significa necessariamente dover diventare individui liberi, cioè responsabili, e voi capirete che essere responsabili non è per niente una passeggiata, perché impegna, comporta sacrificio e può pure andare a finire che non ci dormi di notte. E invece vogliono dormire tranquilli, loro. Certo, hanno delle necessità e dei bisogni, desiderano delle cose: ma preferiscono prendersele furtivamente quando qualcuno gliele dà, come quando si butta l'avanzo della cena nella ciotola di un cane, piuttosto che rivendicarle come diritti. Perché i diritti comportano degli obblighi. E quegli obblighi, diciamocelo, chi cazzo te lo fa fare di prenderteli? Meglio schiavi, si fa meno fatica e tutto sommato si campa lo stesso. Per non dire meglio.

Non è che quegli italiani non le vedano, non le riconoscano o non le capiscano, tutte le nefandezze che stanno succedendo.

Il guaio, quello vero, è che le vogliono.

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