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Dove siete, difensori della vita?

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Poi, con calma, se qualcuno mi spiegasse come mai i nostri partiti sono pieni zeppi di crociati che fanno fuoco e fiamme contro l'aborto e la contraccezione per proteggere i feti, gli embrioni e perfino quelli che embrioni ancora non sono, e poi non alzano un dito per salvare bambini in carne ed ossa dalle disumane condizioni nelle quali sono costretti a vivere senza avere alcuna colpa, gliene sarei davvero grato.

Sarà che sto invecchiando

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Sarà che sto invecchiando, e come tutti quelli che invecchiano tendo a intravedere nei giovanissimi chissà quali speranze per il futuro.
Però, francamente, fino ad oggi non mi era mai successo di scrivere due post così ottimisti a distanza di un solo giorno l'uno dall'altro.
Ieri i ragazzini della terza media che disertano la gita scolastica perché il loro compagno con la sindrome Down non può parteciparvi; oggi il bambino palermitano che è l'unico italiano in un asilo frequentato da soli immigrati e si trova da dio.
Sarà che sto invecchiando, non mi illudo.
Però, per oggi, mi piace accarezzare l'idea che i nostri figli saranno capaci di sogni migliori dei nostri.
Lasciate che me la goda.

Grazie a Valeria per la segnalazione

Dar voce ai bambini con cognome straniero

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Mi scrive Arcangela, insegnante e amica mia: "Ho provato a contrastare in un elenco i peggiori luoghi comuni che ho registrato in anni di esperienza come insegnante di italiano L2. Siete invitati ad aggiungere punti alla lista, che spero comunque non cresca troppo perchè vorrebbe dire che non c'è fine ai pregiudizi. Aspetto i vostri suggerimenti".

  • Io non sono un immigrato, sono figlio di persone coraggiose che hanno deciso di lasciare il loro Paese in cerca di un futuro migliore.
  • Io sono un bambino, non sono l'interprete della scuola, dell'ospedale, dell'ufficio vaccinazioni. Voglio giocare e non perdermi la ricreazione.
  • Io sono stato istruito in un'altra scuola, non sono ignorante se non conosco la storia degli antichi romani e quanto è lungo il Po.
  • Io sono nato in Italia, sono italiano, non sono nato nel Paese dei miei genitori e non ci sono neanche mai andato perché costa troppo.
  • Io sono amato, non sono stato abbandonato dai miei genitori che per alcuni anni non hanno potuto tenermi con loro e con molto dispiacere mi hanno affidato ai nonni.
  • Io sono trilingue, parlo italiano, filippino e ilocano. Tu, quante lingue parli?
  • Io non sono un cinesino, sono un bambino cinese.
  • Io non sono integralista, sono di religione musulmana.
  • Io sono un cittadino non comunitario, come gli americani, gli svizzeri, i giapponesi, non sono un extracomunitario e neanche un extraterrestre.
  • Io non sono né adattabile, né smemorato. Penso spesso ai miei cugini, ai miei amici e ai miei parenti e ho molta nostalgia di tutto quello che ho lasciato.
  • Io sbaglio le doppie, non sono sbagliato.
  • Io non sono nomade , sono nato e cresciuto al campo di via Triboniano. È brutto, ma è la mia casa.
  • Io sono un lettore veloce, leggo 3000 caratteri, non sono un analfabeta da alfabetizzare.
  • Io non sono clandestino, sono nel permesso di soggiorno scaduto di mio padre che lavora in nero e fa il panettiere di notte.
  • Io sono un nuovo cittadino dell'Italia, ma la Padania dov’è?
  • Io non sono figlio di coppia mista, sono figlio di mio padre e di mia madre.
  • Io non ho la musica nel sangue, sono stonato e non sono veloce come una gazzella.
  • Io sono un bambino che ama due cose, il cous cous e la cotoletta.
Che ne dite di darle una mano? Se avete suggerimenti, lasciateli nei commenti.

Lieto fine (faidate)

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All'atto indegno del sindaco di Adro, in provincia di Brescia, che aveva disposto dei pulmini per prelevare i bambini delle famiglie che non riuscivano a pagare la mensa scolastica (non avrebbe fatto prima, con gli stessi soldi, a sfamare quegli stessi bambini insieme ai loro compagni?), ha dovuto provvedere un semplice cittadino. Un imprenditore, che ha versato 10.000€, in forma anonima, per appianare il debito. L'imprenditore, però, non si è fatto scappare l'occasione di scrivere una lettera ai suoi compaesani, e insieme a loro ai sacerdoti:

Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo.
Alla maggioranza di governo:
Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare “partito dell’amore”. Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia.
Ai consiglieri e assessori di Adro:
Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) Venga dalle tasse del papa di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1200 euro mese (regolari).
E un monito finale:
Il sonno della ragione genera mostri.
Per quanto ancora i cittadini avranno la forza di sopperire ai politici?

Anch'io talvolta li ho picchiati

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George Ratzinger, fratello del Papa:

Io ero felice a ogni prova del Coro, ma devo ammettere che spesso diventavo depresso, perché non raggiungevamo i risultati che volevo. E all'inizio io ho spesso distribuito schiaffi, anche se poi mi rimordeva la coscienza per averlo fatto. (...) Fui molto felice, mi sentii sollevato quando nel 1980 furono vietate le punizioni corporali.
Aiutatemi a capire: costoro blaterano dalla mattina alla sera che esiste una legge divina assoluta e superiore alla quale attenersi indipendentemente dagli andazzi del mondo, in ragione della quale si sentono autorizzati a sputare sequele di insulti sui relativisti, sui gay, sulle donne che abortiscono, sui malati che vogliono l'eutanasia e via discorrendo, e poi c'è bisogno di scrivere una norma apposta per fargli smettere di picchiare i bambini?

Non so voi, ma io ho la nitida sensazione che ci sia qualcosina che non va.

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Grazie a CoB per la segnalazione.

L'ipocrisia delle speranze

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Joseph Ratzinger a a Praga:

Nel Santo bambino di Praga contempliamo la bellezza dell'infanzia e la predilezione che Gesù Cristo ha sempre manifestato verso i piccoli. Quanti bambini invece non sono amati, né accolti, né rispettati. Quanti sono vittime della violenza e di ogni forma di sfruttamento da parte di persone senza scrupoli! Possano essere riservati ai minori quel rispetto e quell'attenzione loro dovuti: i bambini sono il futuro e la speranza dell'umanità.
Io, francamente, condivido la stessa speranza.
Solo, mi pare singolare che essa venga espressa da un tizio che nel 2005, quando era ancora cardinale, venne citato in giudizio da un tribunale del Texas con l'accusa di aver coperto e protetto i preti pedofili, e che come tutta risposta pensò bene, anziché presentarsi davanti a quel tribunale e chiarire la sua posizione, di aspettare che lo facessero papa per sottrarsi al processo invocando l'immunità per la sua qualifica capo di stato estero.
Ancora più singolare, se possibile, è la circostanza che lo stesso individuo sia a capo di un'organizzazione che si è sempre distinta per una tendenza agli abusi sessuali sui minori tanto spiccata da indurre i governi, nei casi più eclatanti, a deliberare addirittura la costruzione di un monumento nazionale in ricordo delle vittime, e da costringere i suoi vertici a trasferire in massa i colpevoli nelle zone più fredde e oscure del pianeta, onde consentire loro di proseguire quelle attività lontani da occhi indiscreti, salvo poi dover sborsare milioni di dollari per risarcire i destinatari delle loro attenzioni.
Per cui, come vi dicevo, condivido pienamente la speranza che ai minori vengano riservati rispetto e attenzione; ma allo stesso tempo mi corre l'obbligo di ricordare che per realizzare un auspicio non è sufficiente limitarsi ad enunciarlo: occorre cercare di trasformarlo in realtà concreta, operando con coraggio, lealtà e determinazione.
O perlomeno astenendosi dal perseguire, nei fatti, il suo esatto contrario.

Ospedali milanesi

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Il bambino che vedete è mio figlio, si chiama Lorenzo ed ha 15 mesi. Domenica a Milano faceva un caldo atroce, ero in canottiera, jeans e infradito. Lorenzo aveva la febbre e non mangiava, per il terzo giorno consecutivo. Sta mettendo i dentini e, come tutti i genitori sanno, inappetenza e febbre sono tipici sintomi di imminente dentizione. Alle 13.30, come ogni giorno, l’ho messo a dormire. Mezz’ora dopo l’ho sentito piangere, sono andata nella sua stanza e l’ho trovato in un lago di vomito e diarrea. L’ho preso in braccio e sono volata al pronto soccorso più vicino, quello della Macedonio Melloni. Appena arrivati, Lorenzo ha di nuovo rigettato. Un lago di vomito liquido. Mi si sono avvicinate due infermiere e, mentre mio figlio continuava a contorcersi e a dare di stomaco, mi hanno urlato: “Non può farlo rimettere così, dica al bambino di farlo in un catino!”. Intorno a me, neanche l’ombra di un cestino. Ho risposto, evidentemente alterata, di provar loro a suggerire ad un bambino di un anno e tre mesi dove doveva vomitare. Mi hanno portato uno scatolone di cartone: “Lo faccia vomitare qui!”. Ho risposto: “Se il vostro problema è che non avete voglia di pulire, portatemi uno straccio, non rompetemi più i coglioni e andate a vergognarvi lontano da me, ché non vi voglio più vedere”. Il pediatra lo visita, ordina esami del sangue, flebo di fisiologica per idratarlo (c’erano 37 gradi), ovviamente non può bere, perché rimetterebbe ancora di più. E’ disidratato, le piccole labbra sono tutte secche. Sta male. Mio figlio è su una barella, piange, due infermiere hanno il compito di inserirgli un catetere in vena. Conoscete tutti lo strumento: un lungo e sottile tubicino di plastica, con dentro un ago metallico sfilabile. Le infermiere gli mettono il laccio emostatico e bucano l’interno del suo piccolo gomito destro. Una volta bucata la pelle, iniziano a muovere avanti e indietro (alla cieca) il lungo ago rivestito di plastica, ruotando un po’ a destra un po’ a sinistra. Lorenzo grida di dolore, mi chiedono di montargli sopra per farlo star fermo, eseguo. Dopo ripetuti inutili tentativi una delle due afferma: “Ho rotto la vena, questo braccio non va più bene, chiama Tizio”. Un ematoma nero intanto si allarga nell’incavo del suo braccino. Arriva Tizio (e aggiungo per fortuna), che evidentemente è l’unico infermiere di turno in grado di eseguire la manovra, altre grida, ago in vena. Prelievo e flebo inserita. Lorenzo, che è un bimbo molto coraggioso, si calma tra le mie carezze. Arrivano i risultati delle analisi: gastroenterite virale acuta da Rotavirus di tipo II. Il pediatra spiega. Si tratta di un’infezione che porta infiammazione di stomaco e intestino (vomito e diarrea), non c’è cura, si può solo seguire il decorso e bisogna idratare per via endovenosa (flebo). Ricovero obbligatorio. Peccato che alla Macedonio Melloni non ci sia posto. Il pediatra di turno: “Cercherò un posto in un altro ospedale. Sono le 18.30. Alle 20: “Ho trovato posto alla De Marchi”. La De Marchi è una clinica pediatrica con ottima nomea. Mi sento sollevata. Sta arrivando l’ambulanza per il trasporto del mio e di un altro bimbo nelle medesime condizioni. I due volontari in ambulanza sono angelici (volontari, appunto). Arriviamo al nuovo ospedale, scendiamo dall’ambulanza con i bambini in braccio e i due volontari con la flebo in mano e il braccio alzato per far fluire il contenuto nei tubicini infilati nelle piccole braccia. Ci dirigiamo al pronto Soccorso, dove troviamo una decina tra infermiere e medici in tranquilla conversazione. I volontari: “Al telefono ci hanno detto di portarli qui”. Qualcuno dal gruppetto: “Non è di nostra competenza (sic!), dovete andare in reparto”. I volontari (sempre braccio alzato con flebo in mano accanto a due mamme con bambini, a questo punto piangenti, tra le braccia): “Sareste così gentili da chiamare il reparto, tanto per non farci girare ancora a vuoto…”. Telefonata e: “Andate al terzo piano”. Torniamo indietro, tutti stretti stretti tra noi, perché obbligati dai tubicini che ci collegano. Ascensore, terzo piano, porta chiusa e citofono. Citofoniamo. Niente. Citofoniamo ancora, niente. Dal vetro vediamo passare una puerpera, le facciamo segno, ci apre la porta. Dentro il deserto. Andiamo a destra, tutto il corridoio: nessuno. In fondo a sinistra, nessuno. In fondo a destra, nessuno. Torniamo indietro, i bambini sempre in braccio, sempre più disperati. A metà corridoio emergono una dottoressa e un’infermiera che ridono: “Ha ha, ci avete fatto ridere, girate alla cieca senza sapere dove andare”. Io: “ Ci fa piacere di avervi fatto ridere”. La dottoressa: “Ridere amichevolmente, s’intende”. Io, superandola: “Amichevolmente un par di palle, stronza”. Spunta un’altra infermiera: “Andate nelle due camere in fondo”. Occupiamo le stanze libere, un po’ come si fa all’università, autonomamente. Oramai anche al cinema ci sono i posti numerati e spesso qualcuno che, a luci spente, ti accompagna. Qui no. Poggio Lori sul letto, alzo le sbarre laterali. Sono inutili, a misura di adulto, un bimbo ci passa orizzontalmente solo girandosi nel sonno. E meno male che era la clinica pediatrica. Il materasso è composto da tre cuscini quadrati, di diverse altezze, il più erto genialmente piazzato al centro. Chiedo come mai non c’è il materasso, mi risponde che così, quando si sporca un pezzo, sostituiscono solo quello. Una cerata no? In bagno non c’è sapone, non ci sono asciugamani, mio figlio ha continue scariche diarroiche e io sono sempre in jeans, canottiera e infradito. Non lo posso neanche lavare col sapone. Arriva l’infermiera che attacca il turno di notte, dice che verrà per cambiare la flebo finita. Mi dice di farmi il letto (una specie di poltrona allungabile). Seee…. A Lorenzo cola il naso, le chiedo fazzoletti: “Non ne abbiamo”. Gli pulisco il nasino con le garze. Sono le 21.30. A Mezzanotte, Lorenzo riattacca a gridare, di nuovo vomito e scariche diarroiche. Si è strappato la flebo, il letto è sporco di sangue, feci liquide e vomito. Chiamo l’infermiera, mi dice di portarlo nella saletta infermeria, dove in due (ancora) tentano di inserire un nuovo catetere. Ricomincia quel bel lavoretto di ago, avanti e indietro, destra e sinistra, in ordine: nell’incavo del gomito destro, nell’incavo del gomito sinistro, polso destro, polso sinistro, caviglia destra, caviglia sinistra. Lorenzo ora urla come un matto, gli hanno fatto molto male, gli hanno frantumato tutte le vene possibili. E tappezzato di cerotti che coprono brutti ematomi neri. Memore di Tizio alla Melloni, mi permetto di chiedere se c’è qualcun altro che abbia più confidenza con i cateteri endovenosi. Le infermiere cominciano ad urlare, mi dicono che non riescono ad inserire l’ago perché il bambino (con me sopra di lui per tenerlo fermo) “si sarebbe agitato”. Alzo molto il tono della voce: “Mi sta dicendo che ci sono bambini di un anno che non si agitano mentre gli ravanate dentro la carne con gli aghi? Mi sta dicendo che sapete infilare i cateteri SOLO ai bambini sedati?”. Interviene la dottoressa del turno di notte: “L’unica soluzione è il sondino naso-gastrico”, quello di Eluana, per intenderci. Ma come? Non può bere perché altrimenti vomiterebbe ancor di più e questa gli vuol mandare il liquido direttamente nello stomaco col sondino che passa per il naso? Forse ha bevuto prima di attaccare il turno. Le rispondo: “Deve passare sul mio cadavere”. E’ l’una e mezza di notte, Lori piange, ha perso un chilo dei suoi undici totali, è sfinito. Mi si stringe il cuore come un nocciolino: il mio cucciolo sta male e tutte le persone che ho incontrato sino ad ora in ospedale hanno solo peggiorato la sua situazione. Mi danno un contenitore con 250 ml di un liquido “energetico” e mi ordinano: “Non più di un cucchiaino ogni 3 minuti”. Lorenzo è mortalmente assetato. Ci impiegherò delle ore… Rientro in camera, lo lavo con la sola acqua per tutta la notte, lo asciugo con le lenzuola. Gli somministro cucchiaini e cucchiaini di liquido zuccheroso sino alle 7 del mattino. Poi lo lascio addormentare, è sfinito, è piccolo, ha solo un anno e poco più. Ma dura poco. Alle 7.30 entra sbattendo la porta un’altra infermiera, Lorenzo si sveglia di soprassalto terrorizzato e ricomincia ad urlare. Lei: “Devo pulire la stanza” (ossia passare un mocho per terra). Le chiedo un asciugamani e del sapone: “Eh no! Quelli se li deve portare da casa!”, Io: “Sì, ha ragione, vado sempre al pronto soccorso con sapone e asciugamani”. Lei: “Io me li porto sempre dietro”. Non ho più la forza per dirle vaffanculo. L’aria condizionata è rotta e la notte a 35 gradi ha sfinito anche me. Io pago le tasse sino all’ultimo e questo è il “servizio” che due tra i meglio considerati ospedali milanesi, della regione che fa un vanto della propria sanità (“la migliore d’Italia”), mi restituisce. Ora Lori dorme. Non sono più lucida, devo riposarmi un po’ anche io: comincio a pensare che abbia ragione Berlusconi, che devo evadere il fisco. Coi soldi risparmiati potrei andare in una clinica privata……… Vi chiedo scusa per quest'ultimo brutto pensiero.

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P. S. Allegra è ancora in ospedale, in attesa che dimmettano Lori. Non può collegarsi, ma mi ha pregato di scrivere, visto che nei commenti lo chiedevate, che Federico, il papà del piccolo, è stato sempre accanto a lei insieme all'altro figlio di tre anni. Pare Che Lorenzo stia meglio.
Metilparaben

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