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Esquilino

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Ci sono cresciuto, in questo posto.
Ho camminato su questi marciapiedi, poco più che che bambino, andando a giocare a pallone; ho bighellonato sotto i portici nelle domeniche di luglio, quando l'asfalto si attacca alle suole delle scarpe e a quindici anni non c'è granché da fare se non andarsene in giro con un amico a fumare qualche sigaretta di nascosto; ho visto i ragazzi del quartiere sparire uno alla volta, chi per cercare altrove qualcosa di meglio, chi per il peggio che aveva trovato e da cui non era più riuscito a venire fuori.
Ci torno spesso, in questo posto, e lo trovo cambiato.
Ci torno a piedi, all'ora di pranzo. Appoggio il cellulare sulla scrivania, scendo le scale, mi incammino verso Piazza Vittorio, mi lascio riempire dai profumi che allora non c'erano, guardo le facce lontane che lo popolano, sbircio negli androni dei palazzi, mi fermo davanti alle porte dei negozi, mi riempio le orecchie delle lingue sconosciute che mi risuonano intorno.
Ci sono cresciuto, in questo posto, e adesso mi godo la soddisfazione di camminarci da straniero.
Alla faccia vostra, difensori dell'identità, è bellissimo.

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