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La caccia alle streghe che non serve a nessuno

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Premesso che con Luca Laurenti non ho niente a che spartire, che non seguo i suoi programmi e che tra l'altro non lo trovo neppure particolarmente divertente, mi corre l'obbligo di spendere due paroline da commercialista su quello che gli è capitato negli ultimi tempi.
Quella dell'IRAP che -per espressa previsione normativa, non per qualche astrusa alchimia fiscale- non deve essere pagata da chi lavora senza avvalersi di una struttura organizzata è una questione piuttosto banale, di cui mi sono occupato per molti clienti e che segue, in linea di massima, la solita trafila: un atto dell'Agenzia delle Entrate che richiede il pagamento del tributo, l'iscrizione a ruolo del medesimo presso Equitalia -con eventuali ipoteche sui beni immobili se l'importo richiesto supera certe soglie- nelle more della controversia, e il rimborso di quanto eventualmente pagato dal contribuente dopo la sentenza della commissione tributaria che accerta la situazione e stabilisce che nel caso di specie l'imposta non andava versata.
Ecco, scrivere a caratteri cubitali che uno è un evasore fiscale -com'è stato fatto nel caso di Luca Laurenti all'inizio di quest'anno- solo perché si è trovato ad affrontare una vicenda del genere -ripeto, del tutto ordinaria, al punto che io stesso mi sono occupato di qualche decina di pratiche del tutto analoghe- non è il massimo della vita: perché nella migliore delle ipotesi denota l'abitudine di aprire bocca e dare fiato senza documentarsi su quello che si dice, e nella peggiore si inquadra in un clima da caccia alle streghe nei confronti di chi ha la ventura di guadagnare qualche soldo in più degli altri che -in quanto tale- trovo tutt'altro che rassicurante.
Perché voi sapete meglio di me come vanno le cose in questi casi: anche dopo la notizia di oggi qualcuno continuerà a considerare l'individuo in questione un evasore fiscale che se l'è cavata con chissà quale artificio.
E questo, che il tizio si chiami Luca Laurenti, Pinco Palla o Napo Orso Capo, non serve a nessuno.

Fare le nozze con i fichi e le tre aliquote

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Detto da un commercialista, ridurre la riforma fiscale all'individuazione di tre aliquote è una semplificazione gigantesca.
Qua si tratterebbe mano a una selva di norme che rendono il fisco un ginepraio inestricabile, nel quale anche gli operatori del settore rischiano di sbagliare ogni volta che alzano un dito; di rendere il rapporto tra i contribuenti e gli enti impositori davvero paritario, evitando che per discutere una richiesta di pagamento sbagliata si debba stare in fila una mattinata, o peggio che si debbano pagare di tasca propria i professionisti come me per portare avanti un contenzioso anche quando si ha ragione da vendere; di rivedere il rapporto tra la tassazione delle imprese e quella delle grandi rendite finanziarie, che penalizza chi investe i propri soldi creando ricchezza e posti di lavoro per tanti e favorisce chi se ne sta a casa a speculare sui titoli e al massimo paga un paio di consulenti; di fare in modo che per presentare una semplice dichiarazione dei redditi sia sufficiente una telefonata di dieci minuti a un numero verde, come avviene in altri paesi; di combattere l'evasione sia sui livelli bassi, creando un conflitto di interessi vero tra chi deve fare lo scontrino e chi lo deve chiedere, sia su quelli alti, andando a pescare chi produce ricchezza con la pala ed è ignoto al fisco come mio figlio piccolo che ha nove anni.
Potrei continuare, evidentemente, perché ho scritto le prime cinque o sei cose che mi sono venute in mente, ma la lista sarebbe infinita.
Questi pochi esempi, tuttavia, dovrebbero bastare a spiegarvi perché quando sento parlare delle tre aliquote (e di un paventato aumento dell'IVA, by the way, che andrebbe puntualmente in culo ai soliti disgraziati) come il perno della riforma fiscale berlusconiana mi viene da scompisciarmi per non piangere.
Qua si tratta di darsi da fare sul serio, ammesso e non concesso che si abbia la voglia e la capacità per farlo.
Il resto sono chiacchiere, e il vento se le porta.

Cosa si deve fare in Italia per ottenere un rimborso delle tasse

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Nel 1994 una società, mal interpretando una norma di legge, paga un'imposta che non avrebbe dovuto pagare per un importo di circa 2 milioni di lire; accortosi tempestivamente dell'errore, l'amministratore presenta entro i termini di legge una dichiarazione rettificativa chiedendo a rimborso la somma indebitamente versata.
Il tempo trascorre senza che l'ufficio delle imposte si degni di dare corso alla richiesta: quando si accorge che si sta avvicinando la scadenza del termine di dieci anni che farebbe scattare la prescrizione, la società produce -a proprie spese- un'ulteriore istanza, alla quale l'ufficio continua a non dare riscontro, ed è quindi costretta a proporre ricorso -a proprie spese- per fare valere i propri diritti.
Dopo due o tre anni la commissione tributaria discute il ricorso e riconosce alla società il diritto alla restituzione dell'imposta pagata, stabilendo contestualmente che le spese del contenzioso si intendono compensate, cioè che tutti i costi sostenuti per la causa restano a carico del contribuente.
La società, a questo punto, deve notificare -a proprie spese- la sentenza all'ufficio delle entrate, affinché quest'ultimo prenda atto di avere torto e provveda a restituirle quanto le deve: dovrà attendere altri sei mesi -il tempo teoricamente a disposizione dell'ufficio per proporre appello contro la decisione della commissione tributaria- e poi -a proprie spese- produrre un'ulteriore istanza per ottenere, trascorso ancora qualche mese, il rimborso di quanto aveva erroneamente pagato.
A quel punto, a meno di altri contrattempi, saranno trascorsi quindici anni dall'errato versamento.
La vicenda è realmente accaduta (la documentazione è presso il mio studio e non la pubblico per evidenti ragioni di privacy): non rappresenta, purtroppo, un'eccezione, ma la regola.
Fate un po' voi.

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