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Manca solo il coprifuoco

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A Roma, negli ultimi anni, è andata così: invece di limitarsi a reprimere la sparuta minoranza di cittadini che compiva dei reati dopo aver consumato sostanze alcoliche, hanno iniziato a vietare a tutti -e quindi anche alla stragrande maggioranza dei cittadini, che com'è noto non sono soliti delinquere- di bere dopo una certa ora di notte; con ciò sottraendo alle persone perbene qualsiasi motivo valido per uscire di casa -a che pro andare a farsi un giro se non ci si può neanche fare una birra al fresco?- e perciò consegnando la città nelle mani dei criminali -se uno non si fa scrupoli a stuprare una donna, figurarsi a violare un’ordinanza comunale-, i quali hanno continuato a sbizzarrirsi nelle loro imprese senza avere tra i coglioni neppure l’intralcio dei cittadini normali; il tutto, tanto per mettere la ciliegina sulla torta, causando un notevole danno economico agli operatori del settore e quindi alla crescita del PIL, di cui in un periodo di crisi come questo ci si riempie la bocca un giorno sì e l’altro pure. Insomma, negli ultimi anni, in questa città, è mancato solo il coprifuoco. Occhio a chi votate, gente. Avanti di questo passo, finiranno per dichiararlo davvero.

La città in cui è tutto vietato

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Che ne dite, volete aspettare che Alemanno vi proibisca perfino di respirare, oppure preferite votare chi può restituirvi un po' d'aria?


Il proibizionismo è un tema "locale"

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Dopo il mio post di ieri qualcuno ha eccepito, non senza qualche (apparente) ragione, che il proibizionismo sulle droghe non è un tema di competenza comunale: e che quindi sarebbe improprio, come hanno fatto i sette radicali candidati nella Lista Civica per Marino, farlo entrare nel dibattito delle elezioni amministrative.
Perdonatemi, ma io la vedo diversamente.
Il punto, secondo me, è che l'atteggiamento proibizionista che caratterizza il tema (nazionale, e su questo avete ragione) delle droghe è esattamente lo stesso col quale Alemanno e i suoi hanno governato Roma negli ultimi anni, sparando una dietro l'altra decine di ordinanze con le quali veniva vietato praticamente tutto: a partire dalla possibilità di bersi una birra fresca all'aperto, per finire con le grottesche alzate d'ingegno "anti-bivacco" che impediscono perfino di farsi un panino in mezzo alla strada.
Si tratta dell'atteggiamento che pretende di rendere la nostra città migliore impedendo ai cittadini perbene (che sono la stragrande maggioranza) di popolarla e viverla, e quindi, di fatto, la svuotano e la lasciano nella mani di quei pochi facinorosi che delle ordinanze se ne infischiano comunque, e che avendo campo libero anche rispetto al naturale "controllo sociale" che deriverebbe dalla presenza di tutti gli altri imperversano come e più di prima.
Ecco perché sono convinto che il proibizionismo sia, nella sua accezione più larga, un tema molto più "locale" di quanto si pensi: e che sia centrale soprattutto in una città come Roma, che è stata trasformata da capitale europea a provincia periferica, a deserto spopolato del tutto invivibile sia per i residenti che per i turisti.
Bisogna che la gente se la riprenda, Roma, che torni a viverla: è necessario per la sua sopravvivenza, prima ancora che per il suo rilancio.
Noi ci proveremo, se saremo eletti, a scardinare quelle ordinanze. A cancellarle. A riaprire a tutti le strade di questa città.
Contateci.
Perché essere antiproibizionisti, come siamo noi, non significa parlare soltanto di droghe.

Un esamino di coscienza

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In estrema sintesi succede questo: i 7 radicali candidati nella Lista Civica di Ignazio Marino (tra cui lo scrivente)  aderiscono alla Million Marijuana March di Roma 2013, sottolineando a chiare lettere che "il proibizionismo è una delle facce con cui il totalitarismo sta già rivivendo nelle nostre istituzioni producendo morte, dolore e disperazione nelle carceri, nelle strade, nelle famiglie, calpestando i diritti e la vita degli individui a beneficio delle mafie", e l'Assessore De Palo commenta dicendo che la politica "dovrebbe rimanere al di fuori del dibattito sulla legalizzazione delle sostanze stupefacenti" (sic) e che "è urgente rinsaldare l’alleanza tra Istituzioni, famiglie e giovani per combattere il dramma dell’utilizzo di stupefacenti".
Il che, per la verità, è davvero curioso: perché è proprio l'atteggiamento di chi si ostina a mentire spudoratamente sulla cannabis, sostenendo che si tratta di una droga pericolosa alla stregua degli stupefacenti pesanti, a danneggiare i nostri giovani, violando ogni principio di verità, tradendo la loro fiducia e consegnandoli dritti dritti nelle mani dello spaccio illegale e della criminalità.
Dicono che noi, aderendo alla Million Marijuana March, danneggiamo i giovani?
Chiacchiere.
La verità, quella che conosciamo tutti, è che sono loro a fargli davvero del male. A consentire, con le loro proibizioni insensate, che abbiano a che fare con chi in una tasca ha la marijuana e nell'altra l'eroina. A spedirli, senza passare per il via, dentro la bocca del lupo.
La smettano, una buona volta, di criminalizzare chi dice ai ragazzi la verità.
E si facciano, piuttosto, un esamino di coscienza.

Vi piace, 'sta roba?

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Vi piace, 'sta roba? No?
Invece mi sa di sì. Mi sa che vi piace un sacco.
Perché siccome è fin troppo facile capire che 'sta roba è la conseguenza diretta del proibizionismo che continuate a brandire come un fucile a canne mozze, se non vi piacesse fareste retromarcia e vi dareste da fare per sottrarre il monopolio della droga ai delinquenti.
Invece no. Invece voi ipotizzate. Immaginate. Supponete.
Vi baloccate dalla mattina alla sera coi vostri ragionamenti di lana caprina: giocando a indovinare che se le droghe fossero legali i tossicodipendenti aumenterebbero, gingillandovi con l'idea che uno Stato che lucra sugli stupefacenti non è "etico", desumendo dalle vostre premesse malferme conseguenze conclusive, sistematicamente smentite dalla prova dei fatti.
E così facendo 'sta roba, che vi piaccia o no, la perpetuate.

Devo rendere una confessione

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-E' permesso?
Il tizio apparso sulla porta era piuttosto elegante: gessato, scarpe lucide, ventiquattrore in mano. Sui quaranta, pensò il sovrintentendente Gessetti. Probabilmente un avvocato, o qualcosa del genere.
-Prego, si accomodi. Deve sporgere una denuncia?
-Sì.
Il sovrintendente fece un cenno di assenso con la testa, avviò la videoscrittura sul vecchio pc e cliccò un paio di volte sul mouse.
-Allora, di che si tratta?
L'uomo sorrise, aprì la ventiquattrore, ne tirò fuori un pacchetto confezionato col cellofan e tenuto chiuso da un pezzo di scotch, lo porse al poliziotto.
-Si tratta di questo.
Gessetti prese in mano il pacchetto e sentì che conteneva qualcosa di morbido.
-Apra, apra pure.
Il poliziotto era perplesso. Prese lo scotch tra le unghie del pollice e del medio, iniziò a tirarlo via e percepì distrattamente uno strano vociare nella sala d'attesa. Poi il pacchetto gli si aprì sulla scrivania, lasciando cadere alcune foglioline secche.
-Abbia pazienza, ma questa...
-...è marijuana.
L'uomo sorrideva ancora. Il sovrintendente lo guardò con aria interdetta.
-Sa che adesso...
-...mi deve arrestare? Certo. Sono qua apposta.
Il brusio nella sala d'attesa si era fatto più forte. Il sovrintendente distolse lo sguardo dall'uomo che gli era seduto davanti e vide passare la sua collega davanti alla porta.
-Che succede là fuori?
La donna aveva uno sguardo strano. Disse qualcosa di incomprensibile e poi sparì nel corridoio. Il poliziotto tornò a guardare l'uomo e notò che era ancora più sorridente di prima.
-Insomma, le si sta...
-...costituendo. Si dice così, no?
Gessetti sospirò. Ce n'erano di matti, in giro.
-Dovrò chiamare l'ispettore.
Prese il telefono e compose il numero dell'interno. Il brusio nella sala d'attesa era diventato così forte che per sentire la voce dall'altra parte del telefono dovette tapparsi l'orecchio libero con due dita.
-Ispettore, qua c'è uno che... Come dice? Centinaia di persone? Dove, qua fuori? Ma come... Certo, un'emergenza, senza dubbio... Va bene, va bene... Ok, intanto questo però... Sì, chiamo casa e dico che non torno...
Posò la cornetta, si alzò in piedi e cacciò un urlo.
-Bitossi, Grandi, venite qua!
I due colleghi apparvero sulla soglia della porta. Avevano l'aria stravolta.
-Guarda Gesse' che qua...
-...so tutto, so tutto. Intanto portatevi il signore, identificatelo e arrestatelo. Io vado avanti con gli altri.
-Ma poi...
-...poi niente. Forza, sennò qua non si finisce più.
I due poliziotti fecero cenno all'uomo di alzarsi e di seguirli. Appena furono usciti Gessetti ricominciò ad armeggiare col computer: gli si era accesa in testa una lampadina inquietante. Si collegò a internet, aprì la homepage delle notizie e restò a bocca spalancata: si stavano costituendo tutti insieme, in tutto il paese. Code chilometriche davanti ai commissariati e alle caserme dei carabinieri. Protezione civile allertata. Già sequestrati quintali di marijuana. Ed erano solo le nove e mezza del mattino.
-Gessetti? Ehi, Gessetti!
Era la collega di prima che si era affacciata dalla porta.
-Dimmi...
-Hai visto che...
-... ho visto.
-Ne faccio passare un altro?
-Sì, ma dammi due minuti prima, ok?
Il sovrintendente restò seduto alla scrivania, immobile. Provò a fare un paio di calcoli mentali. Migliaia di persone. Centinaia di migliaia. Forse milioni. Medici, operai, avvocati, ferrovieri, impiegati pubblici, insegnanti. Ebbe una vertigine. Il paese paralizzato. Centri di raccolta e smistamento. Treni speciali. Stato d'emergenza nazionale,
-Gesse', qua c'è una bolgia, faccio entrare il prossimo o no?
Il sovrintendente non rispose. Guardava dritto davanti a sé. Poi si scosse, deglutì, prese in mano il telefono, compose di nuovo l'interno di prima.
-Ispettore? Sì, Gessetti. Posso passare un secondo da lei? Devo rendere una confessione.

Una domanda sull'alcolismo giovanile

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Una domanda non retorica: voi non trovate perlomeno sospetto che il consumo di alcolici da parte degli adolescenti sia aumentato vertiginosamente proprio negli anni in cui anche nel nostro paese sono state introdotte norme di legge che stabiliscono un'età minima per bere?
Non ritenete, in altri termini, che reprimere un comportamento -specie se i destinatari della repressione sono giovanissimi- da un lato diminuisca la conoscenza e quindi la responsabilità di chi lo adotta, e dall'altro tenda a rendere quel comportamento più desiderabile in quanto proibito?
Una volta, neanche troppi anni fa, l'Italia non conosceva la piaga dell'alcolismo giovanile, che invece dilagava in altri paesi europei nei quali, guarda caso, non si potevano servire alcolici ai minori di diciotto anni: oggi, che quei divieti sono stati introdotti anche dalle nostre parti, gli adolescenti hanno puntualmente preso ad affogarsi di cocktail e superalcolici come se piovesse.
Siamo sicuri che tra le due cose non esista correlazione? E quindi: siamo sicuri che proibire il consumo di alcolici ai giovani non finisca per diventare controproducente?
Vale la pena di rifletterci, credo: perché sono convinto che il proibizionismo abbia già fatto abbastanza danni, e che forse sarebbe il caso di non aggiungervene degli altri.

Meno sicuri, e pure meno liberi

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Vediamo se ho capito bene: a Roma abbiamo un sindaco che ha impostato tutta la campagna elettorale sul tema della sicurezza, e che una volta eletto ha iniziato a snocciolare a raffica ordinanze proibizioniste che a momenti ci vietano pure di farci una pisciatina nel cesso di casa con la finestra socchiusa.
Poi uno apre il giornale e si accorge che questa città è diventata tale e quale a quelle immortalate nei celeberrimi film degli anni '70 recanti titoli del tipo "Roma spara, Milano incapretta, la polizia s'incazza".
Allora, capirete, la domanda sorge spontanea: non è che tutta 'sta smania di sicurezza, alla fine della fiera, è servita solo a scassare la minchia alle persone perbene che vogliono prendersi una birra in mezzo alla strada, mentre i problemi veri aumentano a dismisura e nessuno sa come fronteggiarli?
Io, leggendo quello che succede per le strade e riflettendo sulle iniziative che si continuano a prendere in Campidoglio, non solo mi sento meno sicuro, ma sono pure meno libero.
E' davvero un capolavoro di risultato, o sbaglio?

L'etica differenziata dello stato italiano

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Poi uno va a comprarsi le sigarette e si accorge che è diventato normale mettersi in coda alla cassa perchè davanti a lui ci sono quattro o cinque persone che grattano compulsivamente dei bigliettini di carta nell'illusione di portarsi a casa il gruzzolo che consentirebbe loro di cambiare vita.
E allora riflette, quello che era andato a comprarsi le sigarette, sul fatto che lo stato prima lucra allegramente sul fumo e sul gioco d'azzardo, e poi vorrebbe darci a bere che non sarebbe etico guadagnare sulla prostituzione e sulla droga: ragion per cui, in modo molto etico, delega la gestione di tali attività alla malavita organizzata.
Poi, curiosamente, c'è chi si lamenta del fatto che qualcuno, ad uno stato del genere, finisce per non credere più.

I cervelloni che si bloccano sulla marijuana

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Voi che ne direste se oltre a reperire una certa quantità di fondi da destinare alla scuola aumentando la tassazione sulle lotterie se ne trovassero altrettanti alzando le imposte sulle droghe leggere?
Certo, prima bisognerebbe legalizzarle, le droghe leggere: con ciò rinunciando a considerare i loro consumatori una massa di delinquenti -perché con ogni evidenza non lo sono-, ammettendo che il loro effetto sulla salute non è più nocivo di quello prodotto da altre sostanze perfettamente legali, prendendo atto che lo stato tollera di guadagnare su forme di dipendenza -vedasi gioco d'azzardo, tanto per restare in tema- assai più drammatiche, sottraendo il monopolio del loro commercio alla malavita e incrementando considerevolmente il gettito fiscale.
Basterebbe, insomma, un minimo -ma proprio un minimo- di ragionevolezza e il gioco sarebbe fatto.
Che ne dite, governo di cervelloni: siete in grado di fare un ragionamento facile come questo, oppure quando si parla di marijuana vi si bloccano le sinapsi?

L'Italia è una scuola di delinquenza

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Se c'è una cosa che i nostri governanti sanno fare bene è insegnare alle persone a diventare delinquenti.
Sono scuole di delinquenza le carceri, nella quali si entra per un reato piccolo così e invece di essere rieducati alla vita civile si esce pronti per il crimine in grande stile.
E' una scuola di delinquenza il proibizionismo sulle droghe, che conferisce lo status di fuorilegge a individui che non avrebbero alcuna ragione per esserlo.
E'una scuola di delinquenza l'atteggiamento ipocrita sulla prostituzione, che impacchetta le donne e le consegna dritte dritte nelle mani degli sfruttatori.
E' una scuola di delinquenza la normativa sull'immigrazione, che appiccica addosso a migliaia di esseri umani la qualifica di furfanti in ragione del semplice fatto che sono stranieri.
Sono scuole di delinquenza le ordinanze che i nostri sindaci hanno sparpagliato in giro per il paese, a norma delle quali vengono trasformati in banditi perfino quelli che osano bere una birra all'aperto, che si azzardano a sedersi in troppi su una panchina, che si permettono di fare due chiacchiere in un parco formando un capannello.
Finirà che a forza di sfornare divieti a manetta tutto sarà proibito, lo status di criminale coinciderà perfettamente con il concetto di esistenza in vita e sarà possibile mettere dentro chiunque alla semplice condizione che riesca ancora a respirare: saremo tutti delinquenti, finalmente, e una volta usciti di prigione avremo le nozioni e i contatti giusti per dedicarci a una vasta gamma di attività redditizie, gratificanti e ricche di stimoli.
Dite la verità: non è fantastico vivere in un paese nel quale lo stato si prende la briga di insegnarti un mestiere?

Siamo al limite della frutta, anzi oltre

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Poi, una sera, succede che uno si va a bere un bicchiere all'aperto (a proposito, auguri, Matteo!) e si imbatte in un divieto come questo: "Vista l'ordinanza del sindaco (Gianni Alemanno, ndr), dalle ore 23:00 è vietato il consumo di bevande oltre i limiti del locale".
Bevande? In che senso, bevande? Tipo, anche un'aranciata? Una gazzosa? Un chinotto? Anche un bicchiere d'acqua? Chissà.
Ma soprattutto: quali sarebbero, 'sti limiti del locale? Ah, eccolo! Trattasi di catenella in plastica sorretta da colonnina in materiale analogo: Storia complicata, però, questo divieto, perché dà luogo a un sacco di dubbi. Per esempio, i giovani che vedete qua sotto, con entrambi i piedi dentro i limiti ma con il tronco evidentemente oltre i medesimi, stanno commettendo un'infrazione? E l'individuo nella foto che segue, che consuma la bevanda proprio a cavallo della catenella, è passibile di multa? Si tratta, ne converrete, di problemi interpretativi complessi. Ma ve ne sono di ancora più ardui.
Come giudicare, ad esempio, il comportamento del giovane qua sotto, che poggia i piedi al di fuori dei limiti ma beve chiaramente all'interno degli stessi? E come regolarsi nel caso in cui il medesimo giovane, pur stazionando dentro il perimetro della catenella, dia da bere ad una ragazza che si trova al di fuori? E in che modo valutare il caso opposto, cioè quello in cui sia la ragazza oltre i limiti a fornire l'insidiosa bevanda al giovane che vi si mantiene rigorosamente dentro? E ancora, come relazionarsi con lo spinoso caso del diabolico individuo che si mantiene esattamente sul confine e dà da bere a due persone, l'una in regola col divieto e l'altra in situazione di illegalità? Un ginepraio, non c'è che dire. Nella foto che segue, ad esempio, il bicchiere è fuori dai limiti, ma la mano che cerca di carpirlo è ancora dentro: l'infrazione si è già compiuta oppure no? E che dire dell'ipotesi in cui sia la bevanda ed essere regolarmente nel recinto, ma una mano birichina cerchi di indurla ad uscirne? Tutto ciò senza voler parlare del fatto che queste ordinanze sono concepite per evitare problemi di violenza. Ebbene, nel caso in cui un ligio bevitore sorbisca un cocktail dentro i limiti stabiliti, ma picchi un avventore che staziona al di fuori di essi, la finalità del provvedimento s'intende realizzata? E che dire del caso in cui sia il malintenzionato col bicchiere bivaccante fuori dai limiti a picchiare il giovane che si mantiene accuratamente dentro la catenella? In attesa di cospicua giurisprudenza che chiarisca a fondo i casi testè illustrati, e tutti gli altri che date le premesse sarà possibile riscontrare, credo che mi rilasserò facendomi un bel bicchiere di vino a casa.
Entro il confine delimitato dal tavolo del salone e dalla tazza del cesso, naturalmente.
Visti i tempi che corrono, non si sa mai.

L'allevamento intensivo e il proibizionismo

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Siccome il post di ieri ha suscitato un acceso -e interessante- dibattito, l'occasione mi è gradita per precisare come la vedo -al di là del tema specifico dell'allevamento intensivo- su un paio di concetti.
Essere antiproibizionisti, per come la vedo io, non significa necessariamente ritenere che nulla vada vietato; così come essere libertari, sempre secondo me, non vuol dire pensare che ciascuno sia libero sempre e comunque di fare il cazzo che gli pare.
Mi pare chiaro che il limite, banalmente, consista nella necessità che gli altri non debbano subire un danno -oggettivo e documentabile- in ragione dell'esercizio della libertà individuale.
Io, ad esempio, sostengo l'antiproibizionismo sulle droghe, perché sono convinto che in un regime di legalizzazione i tossicodipendenti sarebbero messi nelle condizioni di nuocere solo a se stessi, e non agli altri; così come ritengo che gli omosessuali dovrebbero essere liberi di sposarsi come tutti gli altri, giacché il danno invocato da chi si sente "offeso" alla vista di due gay che si tengono per mano attiene alla sfera dei loro personali precetti, e quindi mi pare tutt'altro che oggettivo.
Viceversa, tanto per fare due esempi facili facili, sono favorevole a che si impedisca alla gente di passare col semaforo rosso, poiché l'obbligo di fermarsi, ancorché obiettivamente lesivo della libertà personale di chi vorrebbe tirare dritto, è posto a tutela dei disgraziati che attraversano con il verde; e allo stesso modo, mentre ritengo che ciascuno sia libero di fumare quanto gli pare e piace a casa sua, concordo col divieto di farlo in luoghi chiusi in cui ci sono altre persone, in ragione dell'esigenza di tutelare la loro salute.
Approvare quei divieti, a mio modesto modo di vedere, non significa affatto essere un proibizionista: altrimenti si dovrebbe concludere che per essere autenticamente antiproibizionisti sarebbe necessario approvare incondizionatamente qualsiasi comportamento sostenuto dalla volontà individuale, ivi compresi il furto, lo stupro e l'omicidio.
Ciò detto, ripeto quello che ho scritto ieri: siccome l'allevamento intensivo, oltre a comportare una brutalità indicibile nei confronti degli animali, produce effetti catastrofici non soltanto su coloro che ne beneficiano mangiando la carne, ma anche su tutti gli altri (generazioni future comprese), credo che andrebbe vietato; e se ciò implica necessariamente la riduzione del consumo di carne cui alcuni individui sono abituati, occorrerà che quegli individui vi si rassegnino, giacché non trovo ragionevole che per consentire a Tizio e a Caio di mangiare una bistecca al giorno ci vada a rimettere Sempronio, che la carne non la mangia.
Se qualcuno ritiene che questo significhi essere proibizionisti, temo sia necessario metterci d'accordo sul significato delle parole.

Legalizzare la droga, proibire gli allevamenti intensivi

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Non mangio carne da qualche mese, se si eccettuano le pochissime occasioni in cui mi capita a tiro qualcosa di allevato in modo tradizionale.
Non lo faccio perché l'allevamento intensivo, oltre ad essere mostruoso in relazione al trattamento che subiscono gli animali, non è minimamente sostenibile sul piano ambientale; e in più perché migliaia di studi scientifici dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che consumare carne -e a maggior ragione quel tipo di carne- due o tre volte la settimana non solo non serve, ma è addirittura nocivo.
Così, invece di spendere cento euro al mese di carne comprandola tutti i giorni al supermercato, me li gioco in un colpo solo quando mi capita, mangiando carne biologica una volta ogni cinque o sei settimane.
Chi si comporta diversamente, ostinandosi a foraggiare gli allevamenti intensivi per ingozzarsi di fettine pressoché tutti i giorni, non danneggia solo se stesso, ma anche gli altri: perché contribuisce a distruggere l'ambiente in cui vivono, alimenta uno spreco insensato di risorse alimentari ed energetiche, favorisce la diffusione di malattie influenzali che finiscono per diffondersi e colpire indiscriminatamente tutta la popolazione.
Eppure, ad oggi, è assolutamente libero di farlo.
Sapete cosa? E' davvero curioso che i paesi occidentali se ne strafottano di tutelare la salute di questi divoratori di carne e -soprattutto- quella di chi li circonda e poi insistano a proibire la droga, che in un regime antiproibizionista farebbe del male solo a chi la consuma: è curioso, ridicolo e insensato.
Tanto da mettere in luce in che razza di sistema ipocrita ci tocchi campare e quante fregnacce ci vengano somministrate tutti i giorni.
Fosse per me, giacché la logica non è un'opinione, legalizzerei la droga e proibirei gli allevamenti intensivi.
Ne guadagnerebbe il concetto di onestà intellettuale, oltre che la salute di tutti.

Il concetto vi sfugge

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Già che ci siamo, visto che il dibattito ha preso una piega interessante, l'occasione mi è gradita per precisare come la penso.
Finché non arreca un danno agli altri -e il danno dev'essere oggettivo, dimostrabile e misurabile, non una mera opera di fantasia o una sensazione impalpabile- ciascuno dovrebbe essere libero di fare quello che gli pare e piace: bruciarsi il cervello con la droga -per carità, non ricominciamo con la solfa che chi si droga è pericoloso perché delinque, visto che con ogni evidenza ciò è dovuto al proibizionismo, non alla tossicodipendenza-, prostituirsi, avvalersi della prostituzione, mangiare fritti e dolci fino a diventare un pachiderma, ammazzarsi di pippe davanti ai film porno e via discorrendo.
Dopodiché, discutiamo pure sulla misura in cui gli eventuali costi di questi comportamenti debbano o non debbano gravare sulla collettività: ma senza che ciò implichi un giudizio sullo stile di vita degli altri, che ciascuno è certamente libero di formulare ma che nessuno dovrebbe permettersi di innalzare a legge.
Non volete pagare le tasse per curare chi si buca? Benissimo. Allora io non voglio pagarle per operare quello che si è rotto il ginocchio giocando a calcetto con gli amici e avrebbe dovuto starsene a casa perché era fuori allenamento. Perché per me, checché ne dicano i soliti benpensanti che pretendono di avere in tasca la verità, drogarsi e giocare a pallone sono attività che riguardano entrambe l'insindacabile sfera personale degli individui, e nessuno -dico nessuno- dovrebbe avere l'autorità per metterle in classifica come piace a lui e imporre quella classifica a tutti gli altri.
Piantatela, una buona volta, di fare gli illiberali travestiti da democratici: e andate a ripassarvi, se vi avanza un po' di tempo, cosa dovrebbe significare vivere in uno stato di diritto.
Perché a quanto pare il concetto vi sfugge.

Quando i numeri contano più delle chiacchiere

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I numeri, grosso modo, sono questi: ogni anno in Italia muoiono una cosa come quasi centomila persone a causa del fumo, qualche decina di migliaia per ragioni riconducibili all'obesità, più o meno ventimila per colpa dell'alcool e alcune centinaia per droga.
La droga è proibita. I cibi grassi, le sigarette e gli alcolici no.
Prima di enunciare disinvoltamente teorie e ricette per il governo del paese bisognerebbe informarsi sui dati.
Il resto sono chiacchiere, e il vento se le porta.

Legalizzazione della droga for dummies

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La questione, prima o poi, dovrà essere affrontata anche dalla politica: nel frattempo non mi pare inutile avvantaggiarsi, mettendo a fuoco un paio di punti sui quali si gioca troppo spesso a pescare nel torbido. Buona lettura.

La droga fa male, e quindi non deve essere liberalizzata.
Di fatto la droga è già libera, tant'è che chiunque, volendo, sa dove trovarla. Però è illegale. Il problema, casomai, non è liberalizzare le droghe, ma legalizzarle.

D'accordo, ma non è comunque etico che lo stato permetta la vendita di sostanze nocive alla salute.
Sarà, ma se il principio fosse davvero questo lo stato non dovrebbe permettere che vengano venduti l'alcool e le sigarette, che ogni anno mietono entrambi molte più vittime delle droghe: invece non solo lo consente, ma ci guadagna anche sopra.

Però legalizzare le droghe incoraggerebbe il loro consumo, e quindi i tossicodipendenti aumenterebbero.
Tanto per iniziare, questa è un'ipotesi non dimostrata: quello che è certo è che decenni di politiche proibizioniste non hanno fatto diminuire il numero dei consumatori di droga, il che vorrà pur dire qualcosa. Anche perché l'effetto della legalizzazione potrebbe addirittura essere quello di sottrarre al consumo di droga quell'alone di "proibito" da cui molti potrebbero essere attirati.

Va bene, ma come la mettiamo col fatto che i tossicodipendenti delinquono e sono un pericolo per la collettività?
La mettiamo che i tossicodipendenti non delinquono a causa della droga in sé, ma per colpa dell'illegalità in cui vivono: in un regime di legalità gli individui potrebbero comprare la droga a prezzi ragionevoli e senza venire in contatto con i delinquenti che la vendono clandestinamente. Ergo, non avrebbero alcuna ragione di diventare criminali.

Magari criminali no, ma inaffidabili sì.
Questo è un problema loro. Ciascuno, a prescindere dalla droga, è libero di essere più o meno affidabile, sopportando le relative conseguenze.

Ok, però la droga dà dipendenza.
Anche la nicotina, se è per questo. Anche l'alcool. Anche alcuni farmaci. Anche le slot machine che sono nei bar. Anche il lotto. Anche il sesso e il lavoro possono dare dipendenza. E' una buona ragione per vietarli?

Ma che c'entra, la droga è legata al mondo della criminalità...
Certo che lo è: perché lo stato gliel'ha regalata. Ha regalato alle mafie il business più redditizio che esista, lasciando che lo gestiscano come meglio credono, che fissino i prezzi in modo arbitrario che vendano merda alla gente senza colpo ferire. Legalizzare la droga, tra le altre cose, darebbe un colpo mortale alla criminalità organizzata, porterebbe un sacco di soldi nelle casse dello stato e garantirebbe a tutti uno standard di qualità del prodotto che adesso non esiste neanche nel mondo dei sogni.

Vabbe', ma legalizzare la droga sarebbe comunque un salto nel buio.
La verità è che le politiche proibizioniste vanno avanti da una vita e non hanno dato alcun risultato, se si eccettuano la di moltiplicazione dei delinquenti, il riempimento delle carceri e l'arricchimento delle mafie. Non è che il vero salto nel buio è ostinarsi a perseguirle?

A forza di criminalizzare la "movida"

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Sarà, ma a me pare che a forza di criminalizzare la cosiddetta "movida" Roma stia diventando una città fantasma, nella quale è diventato praticamente impossibile mangiare un piatto di pasta dopo la mezzanotte o bersi una birra dopo le due: il che, se da un lato soddisfa la voglia di riposo degli ormai proverbiali "residenti" (by the way, quanti di loro sono là da sempre e quindi la "movida" se la sono ritrovata loro malgrado, e quanti invece sono consapevolmente andati ad abitare nelle zone più "in" del centro sapendo a cosa andavano incontro, e solo dopo hanno iniziato a blaterare che vogliono dormire?), dall'altro genera enormi problemi di sicurezza, giacché è noto a tutti che una strada vuota è più pericolosa di un'altra che è piena zeppa di gente.
Avanti di questo passo andrà a finire che Roma, la capitale di questo bizzarro paese, diventerà una specie di deserto, che dover andare da qualche parte la sera significherà ritrovarsi soli in balia dei delinquenti (gli unici che avranno qualche motivo ragionevole per uscire di casa), e che tutti dormiremo sonni beati in uno splendido silenzio che ricorderà assai da vicino quello di un grande cimitero.
A me, che pure alle "movide" non partecipo quasi mai, e che di notte ho bisogno di dormire come gli altri perché di giorno lavoro, pare una prospettiva agghiacciante.

Prossima mossa: vietare i supplì

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Mentre a Roma ci si ammazza in un modo che manco nei film degli anni '70, Alemanno continua a governare la sicurezza a forza di ordinanze anti-alcool: così, come capirebbe perfino un bambino delle elementari, la città si svuota e diventa sempre più pericolosa.
A questo punto si tratta di scegliere: o il sindaco si fa un esame di coscienza, lascia bere un paio di birre in pace alle persone perbene e si occupa dei problemi seri, oppure andiamo avanti così e facciamo finta di niente.
In tal caso, la prossima mossa geniale potrebbe essere quella di proibire i supplì.
Il fritto, si sa, può esacerbare gli animi.

Neanche col dito mignolo

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Ed ecco che come d'incanto gli amici proibizionisti hanno l'alzata d'ingegno di proporre alla comunità europea la definizione di "trash drug": con ciò ammettendo implicitamente, se la logica non è un'opinione, che esistono anche "drugs" che non sono "trash", vale a dire che le droghe non sono affatto tutte uguali, circostanza della quale essi stessi hanno provato a convircerci per decenni a supporto delle loro pirotecniche imprese.
Ma questo sarebbe ancora niente.
La cosa divertente è che sono stati proprio loro, gli amici proibizionisti che adesso fanno fuoco e fiamme contro i distributori automatici, a provocarne la diffusione: vietando la coltivazione domestica della cannabis, mettendo in carcere i ragazzi pescati con venti euro di fumo in tasca, ripetendo ossessivamente la solita puttanata dello spinello che porterebbe dritti dritti nelle braccia dell'eroina.
E' colpa loro, che si ostinano a non voler vedere la realtà e si dilettano nei processi sommari allo stile di vita degli altri, se adesso quelle macchinette sparpagliano merda nelle tasche della gente: così come era colpa dei proibizionisti degli anni '30 se gli americani si ingozzavano di acquaviti maldestramente distillate e mandavano giù improbabili intrugli al metanolo.
Se in giro ci fosse ancora un briciolo di ragionevolezza cui appellarsi, questa sarebbe un'ottima occasione -l'ennesima- per fermarsi a riflettere e fare un paio di passi indietro: perché è fin troppo facile proibire e rifiutarsi di capire occupando le postazioni di comando del paese, e poi pretendere che a distinguere siano quattro ragazzini.
Siete voi, amici proibizionisti "senza se e senza ma", che avete insegnato loro a fare di tutta l'erba un fascio: fosse stato per noi, forse si sarebbero fatti una cannetta in più grazie alla piantina nel balcone; ma la robaccia dei distributori, credetemi, non l'avrebbero sfiorata neanche col dito mignolo.

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