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La stangata sulla plastica

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Visto che siamo in clima di ossessiva invenzione di nuove tasse per finanziare l'infinanziabile, l'occasione mi è gradita per proporre al nostro governo di chiedere qualche soldino in più alle aziende che abusano della plastica per impacchettare i loro prodotti: con particolare attenzione per le situazioni -e ce ne sono- in cui il peso dell'involucro è palesemente sproporzionato rispetto a quello del contenuto.
Chissà, magari si riuscirebbe a diminuire un po' la monnezza non biodegradabile, e nello stesso tempo a recuperare qualche quattrino in più senza chiederlo sempre agli stessi poveri cristi.
Si tratta soltanto di uno spunto, ovviamente, che potrebbe rivelarsi non facilissimo da raccogliere e formalizzare a livello tecnico: però sono convinto questo sarebbe il momento giusto per dare finalmente un segnale chiaro che fino ad oggi non c'è mai stato.
Perché credo sia giusto che chi inquina di più sia chiamato a contribuire in misura maggiore rispetto agli altri: specialmente quando gli altri, loro malgrado, si ritrovano a dover tirare la cinghia.

Quando il disastro sarà compiuto

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C'è qualcosa di raggelante, nella crisi economica che sta investendo il pianeta come un uragano infinito: ed è qualcosa di più della semplice consapevolezza di potersi permettere meno di prima, di fare sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese, perfino di scendere con tutte le scarpe sotto la soglia di povertà.
Quello che toglie il fiato per quanto fa paura è accorgersi, a poco a poco, che il sistema di cui ci si è fidati per decenni sembra iniziare davvero a non funzionare più; che il benessere e la prosperità che quel sistema sembrava destinato ad assicurarci per sempre svaniscono giorno dopo giorno, inesorabilmente, e quelli che dovrebbero avere in tasca le soluzioni per raddrizzare la situazione non sanno che pesci prendere; che non esiste un'alternativa pronta a sostituirlo, quel sistema, quando dovesse sibilare l'ultimo rantolo e venire giù come un castello di carte.
Credo sia questo a terrorizzarci, più che la povertà: la sensazione di ritrovarci soli in mezzo a un gigantesco corto circuito, il sospetto di dover mettere da parte tutto quello che credevamo di sapere, la prospettiva di non avere più nessuna certezza non tanto su quello che metteremo nel piatto domani sera, ma soprattutto sulla credibilità dell'unico modo di farlo che abbiamo mai conosciuto.
Non può succedere, hanno continuato a ripeterci per tutti questi anni, perché questa è la strada giusta e deve portare per forza da qualche parte: e oggi il dubbio che quelle parole non siano altro che un mantra vuoto ci attanaglia come una morsa, ci spalanca gli occhi nel cuore della notte, ci toglie il fiato quando pensiamo a cosa succederà dopodomani.
Formiche impazzite, andiamo avanti a ripetere finché possiamo gli unici riti che conosciamo perché non siamo capaci di immaginare altro: ma da qualche parte, dentro di noi, si fa strada il pensiero che quei riti non servano più a niente, e anzi che siano solo un modo come un altro per accelerare la fine.
Quando il disastro sarà compiuto, allora forse ricominceremo a respirare, a farci qualche domanda, a riflettere tutti insieme.
Senza avere più niente da perdere, perché alla fine avremo perso tutto quanto.

Il paese in cui i diritti si comprano

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In Italia l'eutanasia è vietata: quindi chi se lo può permettere se ne va in Svizzera a fare il suicidio assistito.
In Italia la fecondazione artificiale è consentita solo entro certi limiti, e comunque mai alle coppie omosessuali o ai single: quindi chi se lo può permettere si reca in Belgio, in Olanda o in Slovenia e aggira il problema.
In Italia le carceri sono delle vere e proprie bolge infernali: quindi chi se lo può permettere paga un buon avvocato e riesce quasi sempre a farsi dare i domiciliari o a godere di rinvii e prescrizioni.
In Italia le coppie omosessuali non possono contrarre matrimonio: quindi chi se lo può permettere si sposa in Spagna, o in Islanda, e poi incarica un legale di fare casino alla Corte di Giustizia Europea per chiedere che il matrimonio venga riconosciuto anche qua.
In Italia funziona così: i diritti non spettano, si comprano.
Senza nemmeno il periodo dei saldi.

Illusioni fiscali

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Da commercialista: ridurre l'acconto dell'IRPEF dal 99% all'82% significa semplicemente far pagare qualche euro in meno alle persone oggi, e poi farglielo ripagare in più, tale e quale, a giugno, quando dovranno versare il saldo delle imposte.
Siccome conosco i miei polli, e so che certi meccanismi tendono a non essere affatto chiari, ho il sospetto che una considerevole quota di contribuenti si limiterà a prendere atto del fatto che a dicembre gli sarà rimasto in tasca qualche soldo che non prevedeva di avere e lo spenderà per i regali di natale: poi, a giugno, quando si renderà conto concretamente che quei soldi non li ha più ma deve comunque pagarli, piangerà lacrime di coccodrillo.
Mi pare, insomma, che si tratti di una misura che ha l'unico scopo di illudere le persone per favorire un aumento dei consumi nell'immediato: e poi tra sei mesi, tanto per cambiare, si vedrà.
Non so, da un governo di soloni come questo mi aspetterei qualcosina in più.

Disfattisti

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A settembre del 2009 il peggio era passato.
A dicembre del 2009 i disfattisti che parlavano della crisi dovevano piantarla.
A febbraio 2010 ce la stavamo cavando meglio di tutti gli altri.
A giugno del 2010 la crisi era alle spalle.
A settembre del 2010 il governo aveva superato la crisi tenendo i conti in ordine.
A marzo del 2011 il governo era uscito dalla crisi compiendo una missione impossibile.
Oggi non ci sono i soldi per sostenere le imprese.
Come la mettiamo, adesso che il disfattista è diventato lui?

Chi si ingozza e chi ruba cibo nei supermercati

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Non so, avete presente quando sfogliando un giornale trovate due notizie che messe l'una accanto all'altra vi fanno venire un'amarezza che non finisce più? Ecco.

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