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Allevamento intensivo for dummies

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Essere vegetariani è una scelta etica che rispetto, ma che non condivido.
Sbagliato. Essere vegetariani non è necessariamente -o non è soltanto- una scelta di tipo "etico", ma anche -e talora soprattutto- una scelta legata a ragioni ambientali, a concreti rischi sanitari e a un più efficiente utilizzo delle risorse.

In che senso?
Nel senso che la stragrande maggioranza della carne che consumiamo proviene da allevamenti industriali intensivi: il che provoca una serie di conseguenze catastrofiche.

Eh, addirittura! Ad esempio?
Ad esempio, per ottenere un chilo di carne di manzo attraverso l'allevamento intensivo sono necessari circa 15 chili di cereali e soia e 15.000 litri d'acqua. Voglio dire: in un mondo in cui miliardi di persone crepano di fame e di sete...

Va bene, ma la carne dà le proteine animali, che sono diverse da quelle vegetali.
Certo, ma anche in questo caso c'è una sproporzione abissale: tanto per dirne un'altra, i bovini hanno un'efficienza di conversione delle proteine vegetali del 6%, cioè producono 50 chili di proteine consumandone circa 800. Pur tenendo conto delle differenze tra i due tipi di proteine, mi pare un po' pochino.

Ok, ma questo è tutto, no?
No che non è tutto: c'è anche la questione dell'efficienza con cui vengono sfruttati i terreni. Su mille metri quadrati di terreno possono essere prodotti circa 2.000 chili di patate; sulla stessa superficie possono essere prodotti circa 20 chili di carne bovina.

Questo per quanto riguarda le risorse: e i rischi sanitari?
Negli allevamenti intensivi, per gli spazi ridotti e le condizioni igieniche in cui vivono, gli animali contraggono facilmente moltissime infezioni: per prevenire le quali vengono normalmente somministrati loro degli antibiotici insieme al mangime.

Normalmente? Cioè, non solo quando si ammalano?
No, sempre. Per produrre un chilo di carne sono impiegati mediamente 100 milligrammi di antibiotici, che spesso rimangono nei tessuti degli animali. Ciò significa che un consumatore medio finisce per ingerire circa 10 grammi di antibiotico l'anno.

Che sono pari a...
...quattro o cinque terapie antibiotiche complete. Il che non solo può provocare disturbi intestinali, ma soprattutto può creare batteri più forti, perché resistenti agli antibiotici, con potenziali conseguenze pandemiche difficilmente controllabili. Conseguenze per tutti, quindi, non solo per chi mangia carne.

Ok. Però le ragioni legate all'ambiente sono un po' dei luoghi comuni, dai.
Direi proprio di no: prendiamo le deiezioni, ad esempio...

Cioè la cacca degli animali? Suvvia, lo sanno tutti che quella è un fertilizzante.
Certo che lo è, ma solo in condizioni di allevamento "normale". Negli allevamenti intensivi "senza terra", invece, l'enorme quantità degli escrementi prodotti non riesce ad essere assorbita dal terreno, e quindi finisce per creare condizioni di insalubrità che si diffondono nell'ambiente.

Insalubrità? Ma che dici, la merda è merda...
Sbagliato anche questo. Le deiezioni degli allevamenti intensivi, a causa dei mangimi e dei farmaci somministrati agli animali, provocano un grave problema di inquinamento da sostanze azotate nelle falde acquifere, nei corsi d'acqua e nei mari. Poi ci sono le conseguenze sul clima.

Ah, sì, quella fandonia che le scuregge delle mucche riscaldano il pianeta... Maddai, chi vuoi che ci creda?
Fandonia? E' stato calcolato che produrre un solo chilo di carne provoca l'emissione di circa 35 chili di anidride carbonica, cioè lo stesso impatto ambientale di un'automobile che percorre 250 chilometri.

E quindi?
E quindi l'allevamento intensivo è responsabile di una buona parte del riscaldamento globale del pianeta. Ma non è tutto: c'è anche il problema dell'elevato contenuto di ammoniaca degli escrementi, che potrebbe essere alla base del fenomeno delle piogge acide, e la questione del disboscamento operato per far posto agli allevamenti di bovini, che in pochi anni ha raso al suolo milioni di ettari di foresta pluviale.

C'è altro?
C'è molto altro. A cominciare dal fatto che negli allevamenti intensivi gli animali non si limitano a nascere, essere allevati e morire, ma vengono praticamente torturati: e che l'orrore di questi metodi potrebbe di per sé essere sufficiente a decidere di non consumare carne proveniente da quegli allevamenti. C'è che molte razze animali sono state geneticamente modificate dall'allevamento intensivo, e quindi non sarebbero in grado di sopravvivere normalmente neanche se fossero riportare allo stato naturale domani mattina. C'è che qualcuno potrebbe decidere che c'è un limite alla quantità di sofferenza che è lecito infliggere ad esseri senzienti in ragione del desiderio di mangiarli.

Vabbe', ma questi sono motivi etici.
Certo, questi sì. E quelli sopra?

Onnivoro selettivo

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Anche se spesso e volentieri -più che altro per brevità- tendo a definirmi vegetariano, in realtà sono un onnivoro selettivo: con ciò intendendosi chi si nutre in prevalenza di verdure e consuma la carne, il pesce e i loro derivati soltanto se soddisfano determinate condizioni.
Nel mio caso, al momento, il principale criterio di scelta consiste nel sistema con cui gli animali vengono allevati: non mangio carne e pesce che provengono da allevamenti industriali intensivi, perché quei metodi di allevamento sono incredibilmente nocivi per l'ambiente in cui viviamo e implicano trattamenti di indicibile crudeltà nei confronti degli animali.
Non escludo di escludere (ops) dalla mia dieta, nel prossimo futuro e non prima di essermi informato un tantino di più, altre tipologie di carne: a cominciare dal pesce non allevato, ma pescato con metodi non rispettosi dell'habitat marino e delle specie che ci vivono, e proseguendo con i derivati come latte, uova e formaggio, sui quali per il momento sono un tantino (ma solo un po') meno attento di quanto dovrei.
Si tratta, naturalmente, di una scelta che ha dei risvolti economici: il pesce pescato costa tre volte il prezzo del pesce di allevamento, e la carne biologica può costare cinque o sei volte il prezzo di quella industriale; ma il problema si aggira facilmente mangiando il pesce e la carne con una frequenza rispettivamente tre volte e sei volte inferiore a prima, arricchendo la dieta con più legumi e rassegnandosi al fatto che perlopiù ci si abbuffa troppo, e quindi mangiare un po' di meno non può che far bene alla salute.
Tutto ciò, per essere chiari, pur non essendo un antispecista radicale: personalmente, l'idea di mangiare altre specie animali non mi provoca disagio di per sé, se non nella misura in cui non lo ritengo sostenibile o comporta un prezzo troppo alto in termini di sofferenza degli animali che consumo.
Non è stata una scelta indolore: fino a qualche mese fa tendevo ad essere scettico sul comportamento dei vegetariani, e spesso e volentieri assumevo nei loro confronti un atteggiamento tra il beffardo e lo sprezzante; comportamenti che in realtà, come spesso accade, erano degli inconsci meccanismi difensivi nei confronti di una questione che percepivo come importante ma che facevo fatica ad affrontare.
Adesso, quando qualcuno cerca di mettermi alle strette come io facevo con gli altri (avete presenti quei giochini dialettici del tipo: "Se ci tieni tanto all'ambiente perché non te stai in una grotta a fare i segnali di fumo, invece di consumare energia elettrica usando il computer?") non mi incazzo neanche un po', ma mi viene un gran senso di tenerezza perché ci rivedo l'Alessandro di qualche -non molto- tempo fa, tutto proteso a giustificare la sua inerzia con qualche motivazione vagamente plausibile.
E poi, dopo essermi ripreso dalla commozione, tiro fuori la solita risposta, che detto per inciso è quella vera: faccio quello che posso, anche se so che potrei fare di più, e non è detto che prima o poi quel di più non decida di farlo.
Forse non è molto, ma è incomparabilmente meglio che fare finta di niente.

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