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Tutto quello che non voglio essere

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Google+ e le sue "cerchie" stanno cercando di farmi fare una cosa che non mi è mai riuscita in quarantadue (quasi quarantatré) anni di vita: distinguere tra gli amici, gli amici degli amici, i conoscenti, quelli che ho incontrato tre o quattro volte e quindi non sono semplici conoscenti ma neanche si può dire che siano amici, quelli che mi stanno simpatici, quelli che dicono cose interessanti, e magari quelle che un giorno o l'altro varrebbe la pena di invitarle a bere un aperitivo perché non si può mai dire.
Io le cerchie non le ho mai sapute fare, manco nella vita "normale": mi è successo di raccontare i cazzi miei a persone che avevo incontrato sì e no una volta, perché per qualche oscura ragione mi ispiravano fiducia; mi è capitato di essere riservato con gente che conoscevo da trent'anni, perché non mi pareva il momento giusto per vuotare il sacco; ho diviso il pane con dei quasi sconosciuti, ho passato giornate ad ascoltare le confidenze di qualcuno che avevo visto la prima volta mezz'ora prima, mi sono nascosto per mesi agli occhi di chi mi stava accanto da quando ero alto così.
Odio le caselle, detesto le definizioni, sono terrorizzato dai ruoli.
Le cerchie di Google+ sono una metafora straordinaria di tutto quello che non voglio essere.

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