Dal Lingotto ai Nuovi Democratici: “quelli che nessuno stava aspettando”

Non capita tutti i giorni che centinaia di persone sentano l’esigenza di riunirsi, partendo da 50 diverse province italiane, per sentirsi “unico corpo” ed esprimere medesimi appelli. Chi è stato al Lingotto sabato 27 giugno, ha potuto percepire l’energia viva e travolgente di una sala congressuale piena sino a scoppiare: giovani e vecchi democratici che si sono spellati le mani a forza di applausi per coloro che, saliti sul palco, ne hanno rappresentato le istanze comuni. A Torino, infatti, questo “corpo” ha assunto identità, ha manifestato un senso di comunanza e, credo, recuperato l’orgoglio politico nella dimensione collettiva. Moltissimi sono coloro che hanno seguito l’evento in diretta streaming ed hanno lasciato i propri commenti sui blog, su FaceBook, in rete. I media tradizionali hanno dato ampio spazio al Lingotto e numerosi sono stati i politici di primo piano che si sono mescolati silenziosamente ai Nuovi Democratici. Mi è come sembrato che, sia i media sia i dirigenti di prima e seconda linea, abbiano “dovuto” prendere atto della forza propulsiva di questo movimento e, per questo, siano venuti a vedere. Qualcuno ha anche aggiunto, forse non a torto: “legittimandolo”. I Nuovi Democratici non sono una corrente, l’abbiamo detto e ripetuto sino alla noia, sono un unico corpo che si è riconosciuto in identiche esigenze di rinnovamento, che si è formato spontaneamente e poi si è allargato nella convinzione che il Partito Democratico possa finalmente davvero nascere (e crescere) nella legittimazione – soprattutto politica, necessariamente concreta – di alcune prime importanti esigenze. In primo luogo la democrazia interna: è necessario ripensare i meccanismi di selezione dei dirigenti, le regole di voto – sia sulle scelte che sulle candidature, dai circoli fino al luogo congressuale – e conferire spazio autonomo ai territori, perché l’autosufficienza di Roma ha già dimostrato sul campo la propria inadeguatezza. In questa direzione, moltissimi hanno contribuito ai lavori torinesi con propri documenti propositivi e programmatici (la sottoscritta ha avuto la fortuna di leggerli tutti) ed il risultato è stato, salvo poche ingombranti eccezioni poco applaudite e a tratti perfino fischiate, uno spettacolo di “bella politica”. Sana e costruttiva. Alcuni hanno lamentato la mancanza di una (terza) candidatura espressa dal Lingotto o, quantomeno, di un portavoce del movimento. Io non ho avvertito questa esigenza, almeno per ora: Torino era il luogo dove trovarsi, ascoltarsi, prendere forma sui temi e sulle idee per poi recuperare identità e voglia di partecipare (quella che è fumata via alle ultime elezioni). Il leader, se serve, verrà. Mi pare sia sotto gli occhi di tutti un senso di forte insoddisfazione: il Partito è evidentemente oligarchico, spesso tristemente autoreferenziale, perennemente ridotto (in senso strettamente quantitativo) dai distinguo mediatici: nell’attuale forma organizzativa la sopravvivenza politica cammina attraverso strade che devono distinguersi per essere riconoscibili. Il danno maggiore, per molti, va ravvisato nella spirale viziosa che questo modo di procedere crea: i nuovi dirigenti hanno accesso solo se cooptati dai vecchi, spesso non per qualità o meriti sul campo, ma in virtù della provata fedeltà al capo(bastone), le candidature piovono “dall’alto” e sono in molti casi inadatte (a volte persino impresentabili, se ne sono molto lamentati, in particolare, gli amici romani), i territori e le persone restano inascoltati perché non possano scardinare l’impenetrabilità del sistema e mai avere accesso al controllo. Quest’ultimo punto si configura, sul piano oggettivo, come un clamoroso falso: quando si arriva alle elezioni, gli elettori democratici si fanno sentire eccome! E ci dicono che non sono affatto soddisfatti degli attuali metodi, della linea politica (magari fosse una sola), e del perpetuo “non scegliere”. Alle ultime europee, possiamo forse dire di aver conservato lo zoccolo duro dei nostri elettori, quelli che difficilmente abbandoneranno il Pd qualunque sia la sua apparenza. Non possiamo dire di aver fermato la destra, come incautamente è stato affermato, né di aver “tenuto” (cosa poi? A me è sembrata un’emorragia e il pensiero di essere ancora vivi non mi consola, vorrei sapere che stiamo bene). Il popolo del Lingotto, i Nuovi Democratici hanno chiaramente indicato la strada della guarigione e l’hanno accompagnata dall’avvertimento che, in mancanza, avrebbero smesso di premiare l’immobilismo oligarchico a mezzo del proprio voto. Sommariamente, si è chiesto coraggio, capacità di assumere decisioni coraggiose a tutti i livelli, si è chiesta trasparenza (anche della gestione economica) e nuovo rigore etico e politico, si è parlato di lavoro (vorrei citare Chiamparino è suo il coraggioso invito a liberare risorse dai settori protetti verso quelli non garantiti), di diritti civili, di laicità. E di tante altre cose… Il prossimo che sento dire che al Lingotto non ci sono stati contenuti lo faccio a strisce! E poi gli levo i tappi dalle orecchie. Vorrei soffermarmi su due dei punti trattati. 1. Democrazia interna Il Pd deve essere veramente aperto ed in continuo ascolto della sua gente. Ascoltare è, purtroppo, diventata un’abitudine dimenticata, aumentando la lontananza tra partito e elettorato, e così non va bene. Dobbiamo invece saper elaborare le istanze della nostra gente, troppo a lungo relegata in un ruolo di “ricevente” delle iniziative politiche e delle candidature, senza alcuna possibilità di interlocuzione e interazione, senza accesso alle scelte. Il Pd deve cominciare a fare sintesi della propria ricchezza culturale attraverso la discussione continua (a livello di massa, nei circoli o anche a mezzo della Rete) che deve caratterizzare, attraverso il voto, il processo decisionale e diventare il momento di assunzione di responsabilità dell’elettorato. Strumento principe dovrebbe esserne la consultazione attraverso le primarie (o doparie) che realizzerebbero la scelta collettiva e il necessario momento della valutazione, oltre che del controllo. Questa è la Partecipazione con la “p” maiuscola che hanno chiesto i Nuovi Democratici, partecipazione non solo a parole: discussione, decisione, assunzione di responsabilità, scelta, valutazione e controllo. Questa è la sola forma di partecipazione che può riavvicinare al Pd coloro che al momento del voto sono rimasti a guardare, perché non si sono riconosciuti nelle tante “piccole” linee espresse dalla grande ed unica bocca centrale. Questa Partecipazione, al contrario, non può che avvenire dai territori, consegnando al Partito una sembianza federale, come scrive oggi Sofri (quello vecchio) su Repubblica. 2. Laicità Ahimé, al Lingotto si è stati costretti a mettere nei punti in discussione la laicità. Un po’ come mettere all’ordine del giorno il concetto di democrazia. Questa è già un’umiliazione: lo Stato è già laico, lo sancisce la nostra Costituzione, la nostra “bibbia civile”, per dirla con le perfette parole di Ciampi, che è “grande” e “madre” dell’imparzialità dello Stato. Il Pd deve essere compattamente a-confessionale, laico, dove laicità significa “vedere le cose per quello che sono” (come dice Pippo Civati), non cercare di far aderire quello che osserviamo e, peggio, le leggi di tutti, alle convinzioni di alcuni. La disastrosa rincorsa delle volontà confessionali da parte di pochi Teodem, infatti, ha prodotto e produce l’astensione dal voto di molti democratici e, ancora una volta, la lontananza del partito dalla sua gente, la nostra gente, noi. E’ necessario, invece, creare le condizioni, valevoli per tutti, nelle quali ciascuno possa espandere le proprie personali attitudini, nel rispetto gli uni degli altri, tutelando tutti nella loro diversità attraverso il riconoscimento più ampio dei diritti civili. L’intervento di Ignazio Marino, a testimonianza di queste espresse ambizioni, ha quasi fatto venir giù la sala del Lingotto. Il nuovo segretario che verrà. A Torino erano presenti vecchi segretari (Fassino), candidati segretari (Franceschini e Bersani), augurati segretari (Chiamparino, Civati, Serracchiani). Fatta eccezione per Fassino, che gesticolava contrariato e inviava preoccupati sms, gli altri sono tutti intervenuti (alcuni invitati a farlo, altri un po’ meno, ma tant’è). Franceschini: mi è sembrato in difficoltà. La sua candidatura in opposizione a chi c’era prima di lui (ma lui dov’era?) deve avergli portato un bel po’ di grane e tanto risentimento. Al Lingotto ha ammorbidito il suo messaggio iniziale ed ha affermato: “nella mia squadra c’è posto per voi”. Credo sia giusto e necessario andare a vedere le sue carte, ma temo che non vada oltre la coppia vestita (lui e la Serracchiani). Bersani: il suo discorso è stato piatto, amorfo, inutile. Ha prodotto gli unici pochi minuti di assoluto silenzio della rumorosa e vivace platea. Ha raccolto timidi applausi educati finali. Temo non abbia ascoltato e – peggio – temo non l’abbia fatto perché non ne ha bisogno, forte com’è del sostegno dell’apparato e della macchina da guerra mossa da D’Alema. Peccato. Chiamparino: breve, puntuale, efficace, diretto. In una parola: autorevole. Io sono tra quelli che auspicano la sua candidatura alla segreteria nazionale. Mentre vi scrivo, però, leggo che ha rinunciato. E mi dispiace. Serracchiani: ha iniziato a parlare di sé in terza persona, come Maradona e Berlusconi. Temo che il successo delle ultime settimane le abbia tolto lucidità (il suo discorso molto deludente) e umiltà. Tra le righe, ma neanche troppo, ha detto di essersi già schierata. Con Franceschini. Il nuovo è giàprecocemente invecchiato? Spero di no, staremo a vedere. Civati: discorso di respiro ampio, nonostante sia stato “accorciato” a causa dei ritardi iniziali (i big in ritardo, che tristezza, mentre la platea era puntuale alle porte d’ingresso). In molti lo vorrebbero giovane candidato segretario, lui tace e fa bene. Gli va riconosciuta la visione e, soprattutto, la costruzione e l’organizzazione del movimento, cui ha lavorato tenacemente per settimane. Purtroppo non ho potuto ascoltare le conclusioni di Ivan Scalfarotto, perché ero fuori dalla sala a fare la questua per i contributi alle spese del lingotto (!). Mi hanno detto tutti che sia stato perfetto, forse il migliore, e muoio dalla voglia di ascoltarlo, appena avrò un momento, dal web. Meritano menzione, infine, i discorsi di Oleg Curci e Cristiana Alicata, l’uno caldo, appassionato e concreto, l’altra diretta ed emozionante: cercateli in rete, ne vale davvero la pena. Sono convinta che i Nuovi Democratici, ora che si sono (ri)appropriati della propria forte identità, sapranno dare vita ad una spirale virtuosa. Il Congresso è alle porte, è necessario tesserarsi e dare voce, col voto congressuale, alle proprie idee. I nomi, in quest’ottica, vengono dopo. Bisogna sbrigarsi, mettere in moto il rinnovamento richiesto a gran voce, attuare la linea indicata e farla valere. Perché come dice un signore fichissimo dal nome antico, che al Lingotto era seduto in seconda fila, “Abbiamo poco tempo ma è importante usarlo. Già la strada è corta. Buono sarebbe che invece di discutere di cosa sia meglio per quei pochi, ragionare di cosa è meglio per tutti.” Ci vediamo il 4 luglio a L’Aquila, in tanti, prima dei grandi.

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5 Responses to “Dal Lingotto ai Nuovi Democratici: “quelli che nessuno stava aspettando””

  1. che bello! è da domenica che aspettavo di leggere il tuo post.
    Ammiro davvero molto il tuo entusiasmo,il tuo ottimismo.... quasi contagiosi.
    Dico quasi,perche dopo la continua discesa agli inferi,dal governo Prodi in poi,il vero vostro problema è la riconquista della fiducia degli elettori.
    Senza coerenza e chiarezza e sinteticita' tutto cio non è recuperabile...
    non mi dilungo anche se vorrei.
    Mi piace sempre quel che scrivi.
    ciao,Mirko di Milano

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  2. Bella eperienza, forse esaltante per chi vi ha partecipato. Però...
    "Senza coerenza, chiarezza, sinteticità tutto ciò non è recuperabile" Anonimo 1.51
    Ecco, se il primo ingrediente non manca di certo (almeno lo spero), gli ultimi due proprio sono assenti.
    Non sono del tutto sicuro che tutto questo dibattere faccia bene a un partito. Certo, lo fa essere una cosa viva e non di plastica o di proprietà di un uomo. Dal confronto possono uscire nuove voci, nuovi protagonisti, soprattutto un nuovo modus operandi. Ma a tutto c'è un limite. Quanti segretari ha cambiato il PD negli ultimi anni? I vecchi gruppi dell'Ulivo si sono sciolti nel PD? (credo che abbiano ancora le loro vecchie sedi). Si reclamano i giovani, ma da quando la data di nascita è una categoria politica?
    Non rimpiango certo il centralismo democratico e i tempi in cui la carica di segretario del PCI era a vita, come il papa. Vorrei, magari, meno creatività e meno protagonismi. Tre o quattro segretari in pochi anni; nel centro-dx comanda un uomo solo da 15 anni. Congressi, assemblee, convention ecc, non passa settimana senza un appuntamento del genere; la vecchia FI non ha fatto un congresso che uno e la cerimonia di nascita del PDL è stata quel circo che abbiamo visto (con apoteosi finale del Capo). Il programma elettorale di Prodi nel 2006 era di 2 o 300 pagine; qualche anno prima il programma elettorale di B., che poi vinse, consisteva in 5 o 6 stupidaggini scritte col pennarello su una lavagna in TV. Oppure, i ricordi si accavallano, in un ridicolo "contratto con gli italiani" firmato su scrivania tipo notaio.
    Se lo scopo di una forza politica è vincere le elezioni, prendere il potere e governare, a Roma o in periferia, forse sarebbe meglio presentarsi in maniera più semplice, unita, e dando magari l'impressione di avere le idee chiare (e meglio se non troppe).
    E' triste ma è così.
    Mi spingo più in là: oramai la telegenia è imprescindibile, purtroppo, quindi se sceglierete un nuovo segretario che sia carino (e all'interno di questo discorso posso concedere anche la giovane età). E l'ultimo.
    Sono andato un po' a ruota libera e me ne scuso.
    p.s.
    alle ultime europee ho votato PR. Era la prima volta.
    Se il PD ha perso un elettore stanziale da decenni come me -PCI/PDS/DS/PD (una volta)- è il caso di rispolverare la vecchia pratica dell'autocritica. Non "spinta" come quella suggerita dalle Guardie Rosse, naturalmente, però...
    Mi scuso per la lunghezza e la caotica esposizione.

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  3. Ale B., sei come Chiamparino, il movimento è tutto, il fine è nulla, potere a parte!
    In fin dei conti dal centralismo democratico all'elitarismo, non è che tu abbia fatto un grande balzo in avanti. Il "nostro" Marco E' il partito radicale, da me rispettato, ma non votato, per la condivisione sulle battaglie per i diritti civili! Punto.

    Invece a me piacerebbe un partito che discutesse fino allo spasimo di come si possa adeguare i mezzi al fine che si vuol raggiungere, per poi partire a razzo investendo la società con un progetto conseguente. Purtroppo, come fa notare Allegra, la Serracciani è già vecchia, è già mosca cocchiera, è gia entrata nel "giro". Qualche maligno sostiene che deve qualche cosa a chi l'ha appoggiata per la sue elezione all'europee ... La contaminazione autocratica del berlusca è la continuazione di quella togliattiana e berlingueriana, nonostante i peana rivoltigli, ricordati cheuest'ultimo si iscrisse giovanissimo al più grande partito stalinista dell'occidente!

    Fa tenerezza assistere ad un Marino che tenta disperatamente di far uscire dal purgatorio gli epigoni dell'incontro tra le masse cattoliche e quelle Komuniste! Tempo sprecato, il mito di Sisifo si ripropone, e con esso fatiche, delusioni, autoreferenzialità e mosche cocchiere. E chi sbaglia strada non va dove vuole, ma dove lo porta la strada scelta, fuori strada, appunto.

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  4. Andiamo, Alfredo, paragonare un demagogo di bassa lega come B. a "Il Migliore", suvvia.
    Interessa anche a me, come cittadino, che il PD sia forte e in grado di contrastare la deriva populista e autoritaria di questo paese, ovvio.

    Quando ero giovane il "compromesso storico" non mi piaceva, ma sembra chiaro, a questo punto, che senza i cattolici democratici non si va da nessuna parte in questo paese. Aggiungo: purtroppo, ma così è.
    Hai fatto il nome di Marino. Non fa parte dell'apparato dei notabili e verrebbe eliminato facilmente nel caso decidesse di correre per la segreteria, però, tra i cattolici del PD, mi sembra il meno peggio, il più aperto.

    Rimango comunque dell'opinione che meno segretari si cambiano e meglio è.

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  5. Il punto non sei nè tu nè io! Il punto è un metodo, una sintesi tra mezzo e fine. E' inutile girarvi attorno, hic Rhodus, hic salta.

    Anche tu svicoli ... queste mosche cocchiere sanno già in anticipo come diventare quello che sono... classe dirigente! ed il fine dovrebbe essere anche quello della abolizione dei privilegi legati al potere, o no ?
    Diversamente tra il potere di Berlusconi e quello di un segretario "progressista", mi devi scusare ma sostanzialmente, in quanto a metodo, non vedo proprio alcuna diffferenza.
    Forse nelle escort ?

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