L'importanza di chiamarlo muro [di Virginia Fiume]


Oggi sono arrabbiata. Per fortuna sui blog è consentito scrivere anche sull'onda delle emozioni. Certo, non solo, più dati e numeri si forniscono più la rabbia può diventare comprensibile al mondo della rete.
Mano a mano che ascolto il cd "Sound of revolution - a collection of songs that made the iron curtain fall" la rabbia sale. Cerco di razionalizzarla, faccio di tutto, ma niente, non ci riesco. E allora sfrutto la possibilità offerta da Metilparaben per provare almeno a canalizzarla questa rabbia, a darle un senso, un ordine.
Il cd era un gadget parte dei materiali informativi che ho raccolto ieri sera, 27 ottobre, all'ISPI di Milano durante la conferenza "I "muri" di oggi - 1989 - 2009 vent'anni senza muro" con Carlo Corazza, Direttore Rappresentanza a Milano della Commissione europea; Gianfranco Pasquino, Docente Università degli Studi di Bologna; Ennio Remondino, Corrispondente estero RAI (collegamento audio); Sergio Romano, Editorialista Corriere della Sera.
Per un'ora abbondante i relatori hanno parlato del Muro di Berlino, del significato della sua caduta, dei muri mentali, culturali, religiosi che dividono il mondo di oggi. Hanno citato Ventotene, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, la caduta del comunismo.
L'organizzazione era perfetta, la sala gremita. Mi sono commossa guardando i video d'archivio: la folla che scavalcava il muro di Berlino la notte del 9 novembre 1989, le interviste di Lilli Gruber. Mi è venuta la pelle d'oca quando una signora dice alla giornalista Rai: "E' una sensazione indescrivibile essere liberi, non puo' capire".
Ma da un certo punto del dibattito in poi ho cominciato ad agitarmi sulla sedia. Muri mentali di qua, muri religiosi di là, muri ideologici di destra e di sinistra ma intanto nella mia testa occupava sempre piu' spazio il grande assente: il muro in costruzione tra Israele e i Territori Occupati Palestinesi. Progetto avviato nel 2002, portato a compimento al 59 % su un tracciato complessivo programmato di 721 km. Un muro che nei punti dove è stato portato a termine è costitutito da cemento armato alto 8 metri. Un muro che separa terre, persone, famiglie, separa Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania. E tutta una serie di eccetera che non voglio raccontare qui. Eccetera su cui si trovano informazioni su svariati siti internet. Un muro dichiarato illegale da una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite nel 2004.
Mi sono agitata finchè i relatori non sono stati sollecitati a parlare anche di quel muro almeno da tre interventi. Uno del moderatore Carlo Corazza, direttore della Rappresentanza della Commissione Europea, uno mio e uno di un altro signore del pubblico.
Remondino ha farfugliato parole sull' "indadeguatezza dei testimoni sul campo", sul giornalismo italiano "periferico e autoreferenziale", sulla sua esperienza a Gerusalemme durante la Seconda Intifada, non pronunciando mai la parola Muro. Sergio Romano ha fatto alcune considerazioni diplomatiche sul concetto di democrazia.
Ma il professor Pasquino, docente di Scienza Politica a Bologna ha acceso in me la scintilla di rabbia che brucia ancora. "Innanzitutto bisogna vedere di che cosa si sta parlando. Io ci sono stato in Israle e, beh, muro...quella è una palizzata...".
Sul volto di qualcuno dei relatori mi è sembrato di scorgere una smorfia, ma nessuno di loro ha detto una parola.
Credo che il professor Pasquino abbia mancato di rispetto alla materia che insegna, alle persone presenti in sala ad ascoltarlo in quanto luminare, esperto dei muri d'oggi.
E alle persone che hanno la vita devastata dalla presenza di questa "palizzata" (*).

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(*) Il professor Pasquino e' stato in Israle e ha visto una palizzata. Io ho vissuto per 9 mesi a Beit Sahour, nei Territori Palestinesi Occupati. E ogni volta che dovevo andare a Gerusalemme dovevo attraversare un checkpoint, in coda con centinaia di palestinesi. Ci mettevo un'ora, a volte di piu', a coprire una distanza di circa 10 km. E la cosa che mi trovavo davanti era fatta di cemento armato, ed era alta 8 metri. Io la chiamo muro. Come quello di Berlino. Alto il doppio, lungo 7 volte tanto.

Questo post è stato pubblicato il 29 ottobre 2009 in ,,,,. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. o se vuoi lasciare un commnento.

7 Responses to “L'importanza di chiamarlo muro [di Virginia Fiume]”

  1. Io ci sono stato, l'ho visto e so che è un Muro, con la M maiuscola.

    Quello di Berlino, in confronto, è un muretto per bambini.

    Negarlo è da pazzi, ma chi è stato in quei posti sa bene come l'informazione sia pilotata, ci dicono quel che vogliono dirci.

    Il resto, se a loro non interessa, non esiste.

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  2. Evidentemente il giardino di Pasquino e delimitato da una "palizzata" simile.

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  3. Il fatto e' che queste persone hanno delle responsabilita'. Il pubblico che li ascolta si aspetta persone competenti e preparate. Si possono avere idee diverse su come gestire il conflitto israelo palestinese, ma la pace si deve basare almeno sull'onesta' intellettuale di chiamare le cose col loro nome.

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  4. "Io sono stato in Israele" ecco la chiave: Israele. Magari il professore non ha avuto il coraggio di vedere com'è la vita nei TPO.

    Per quanto riguarda l'onestà intellettuale non possiamo forzare la gente a chiamarlo muro, il termine più frequente è "barriera di sicurezza", termine che , alla fin fine, descrive perfettamente lo scopo (discutibile) di tale costruzione.


    Martina

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  5. Grazie Virginia.
    Col tuo permesso pubblico il tuo post sul mio blog.
    Si parla sempre troppo poco di certi argomenti

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  6. @ Layla, certo pubblica pure, citando Metilparaben che lo ha gentilmente ospitato.

    @ Martina,
    il termine piu' frequente delle fonti di stato israeliane e' barriera di sicurezza,
    il termine utilizzato dalle fonti palestinesi e' muro dell'apartheid ma non viene citato.

    Non possiamo forzare la gente ma possiamo diffondere la cultura del chiamare le cose col loro nome e pretendere dagli "esperti" che lo facciano.

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  7. Non riesco a mandar giù il fatto che una simile corbelleria provenga da uno dei massimi intellettuali "progressisti". Non ho trovato un sito attivo di Pasquino cui indirizzare la mia protesta, ma diffonderò in rete questo "reato d'opinione negazionista".

    Zadigx

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