L'accoglienza di Santa Romana Chiesa


Il tizio più a sinistra nella foto qua sopra si chiama Emmanuel Uwayezu ed è un prete cattolico.

Non ci fosse l'UAAR a segnalarlo, nessuno saprebbe che il nostro amico è stato arrestato ieri, a seguito di un mandato di cattura spiccato dalle autorità rwandesi, perché ritenuto responsabile del massacro 80 tutsi, studenti presso la scuola “Misericordia di Maria” di cui all’epoca era direttore.

Ma questo è niente: non ci fossero l'UAAR e il Times (quest'ultimo, purtroppo, all'estero) nessuno saprebbe che Uwayezu, fino al momento dell'arresto, lavorava tranquillamente in una parrocchia di Empoli, nella quale le gerarchie ecclesiastiche si erano premurate di accoglierlo ancorché conoscessero bene, presumibilmente, le indagini in corso sul suo conto (se le conosceva l'UAAR, potevano sfuggire al Vaticano?): nella foto, infatti, il buon Emmanuel si intrattiene amabilmente con Monsignor Giuseppe Betori, ai tempi Segretario della CEI.

Gioverà ricordare che un altro fenomeno di prete rwandese come Athanase Seromba (responsabile di aver attirato in una chiesa circa 2.000 tutsi con la scusa di metterli al riparo, salvo poi farli spianare insieme all'edificio con le ruspe), prima di essere arrestato e condannato era stato amorevolmente collocato a Firenze con l'incarico di viceparroco nella chiesa di S. Martino a Montughi.

Che volete farci, quando uno è accogliente è accogliente.

Questo post è stato pubblicato il 22 ottobre 2009 in ,,,,. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. o se vuoi lasciare un commnento.

3 Responses to “L'accoglienza di Santa Romana Chiesa”

  1. Qui a Frenze la notizia era su tutti i giornali... non proprio solo sul Times e il bollettino dell'UAAR

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  2. "Fatti per i quali, hanno ricordato i legali di don Emmanuel Uwayezu, fu anche processato e assolto nel 2000 in Ruanda il vescovo di Gikongoro, monsignor Augustin Misago. "Dagli atti di quel processo - dicono gli avvocati - non emergono responsabilità a carico di don Emmanuel"." via

    "Sono il primo a volere che su questa vicenda venga aperto un regolare processo affinché sia stabilita la realtà dei fatti. Io non ho partecipato a nessun genocidio. Anzi, col vescovo tentammo di salvare i giovani massacrati dai miliziani ma non ci riuscimmo". Si difende così don Emmanuel Uwayezu: "Sapevo - ha aggiunto don Emmanuel - che c'era chi mi accusava di essere coinvolto in questa strage e so che non sono l'unico sacerdote di etnia Hutu accusato da African Rights. Purtroppo è da 15 anni che vengono messe in giro voci infondate da persone che non hanno vissuto quei momenti terribili".
    Ai giornalisti che lo hanno raggiunto don Emmanuel ha anche detto: "Chiedo al Governo italiano e alla comunità internazionale di far luce sulla verità con un regolare processo".
    "Con la guerra civile - ha continuato don Emmanuel - la zona di Kibeho si riempì di miliziani di entrambe le etnie, Hutu e Tutsi, e la situazione diventò rapidamente pericolosa e carica di tensione, finché un giorno venni a sapere che alcuni miliziani Hutu avevano l'intenzione di uccidere i ragazzi Tutsi della mia scuola i quali, nel frattempo, si erano spostati in un altro istituto, gestito da suore, ad appena 800 metri".
    "Io non ero più ufficialmente il direttore della scuola, perché intanto il vescovo mi aveva tolto la responsabilità, chiedendomi però di restare per aiutarli. Con due gendarmi ingaggiati dalla diocesi - ha proseguito il sacerdote - andammo dal vescovo per avvertirlo del pericolo imminente e subito fu organizzata un'autocolonna per la mattina successiva. Volevamo portarli via e così cercare di salvarli. Invece, quando stavamo per partire, arrivò la notizia che il massacro era stato già compiuto".
    "Dopo la strage - ha raccontato ancora don Emmanuel - come tanti preti di etnia Hutu sono scappato in Congo, Kenia e quindi in Italia. Il ricordo di quei ragazzi è sempre con me e per anni ho lottato contro un forte stress nervoso per non essere riuscito a salvarli. Oggi, dopo aver letto le accuse in Internet - ha concluso - ho chiamato gli amici rimasti in Ruanda dove non posso tornare perché temo per la mia vita in quanto, da Hutu, cercai di salvare dei Tutsi".“Nella mia scuola - all'epoca avevo 32 anni e da cinque ero sacerdote, convivevano tranquillamente giovani studenti di etnia Hutu e Tutsi. Soffro molto per quello che è successo, ma io ho fatto di tutto per salvarli. Io voglio la verità
    via

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