Gli invisibili rifugiati somali di Roma

Di Ernesto Maria Ruffini e Valentina Calderone (A Buon Diritto – Associazione per le libertà)

A Roma esistono molte strade residenziali con belle case, bella gente, begli alberi, belle macchine parcheggiate. Una di loro è via dei Villini, proprio vicino a Porta Pia. Ma a voler vedere l’invisibile non tutto è bello in quella via. Bisogna volerlo vedere però.
Percorrendo quella strada, dietro gli imponenti cancelli, si intravedono molti palazzetti adibiti ad ambasciate o a residenze di lusso. Ma ad un certo punto della via qualcosa di diverso si nasconde dietro uno di quei portoni. Si può passare oltre o fermarsi a guardare quello che è stato nascosto opportunamente alla vista per paura e per pudore.
Ci riferiamo all'edificio che fino al 1990, quando fu rovesciato il governo di Mogadiscio, era l’ambasciata della Somalia in Italia.
Tre piani, senza luce, senza acqua corrente, senza riscaldamento. Moquette impregnata di sporcizia sul pavimento, carta da parati strappata e maleodorante, topi che scorrazzano indisturbati. Un camino in una stanza al primo piano è adibito a cucina.
Lì, nel corso di questi anni passati all’ombra, è stato bruciato tutto quello che c’era: mobili, suppellettili, divani, moquette, libri. Nelle stanze dormitorio vivono ammassati più di cento cittadini somali. Tutti uomini.
Sono arrivati qui fuggendo dall’inferno della Somalia e hanno trovato il limbo dell’Italia. Sono sospesi tra la vecchia vita alla quale non vogliono tornare e la nuova che avrebbero voluto, ma che non hanno trovato.
In Italia hanno ottenuto un regolare permesso di soggiorno per protezione internazionale o sono nelle condizioni di poterlo richiedere alle nostre istituzioni repubblicane. Ma niente di più.
L’Italia riconosce una protezione solo sulla carta, perché a proteggerli dal freddo, dalla fame, dai topi di fogna che circolano in mezzo a loro non ci sono le istituzioni, ma le solite associazioni di volontari su cui si regge ormai buona parte del nostro sistema sociale. Ma questo ovviamente non è sufficiente, e così la situazione rimane irrisolta, in tutta la sua drammaticità.
Buona parte di questi uomini sa perfettamente che in Europa ci sono Paesi più civili, come la Svezia, la Norvegia, l'Olanda, e vorrebbe andare lì ed ottenere protezione e rifugio. La Svezia, per esempio, quando riconosce protezione ai profughi, offre loro anche un sussidio economico, una casa, un aiuto nell'apprendimento della lingua e nella ricerca di un lavoro. Alcuni di loro hanno provato a raggiungere questi Stati, ma sono stati rispediti al mittente, in Italia. Secondo il regolamento di Dublino, infatti, il paese che per primo rileva le impronte e riconosce la protezione a un rifugiato è l'unico che se ne può far carico. Abbiamo visto il modo in cui l'Italia lo fa. O, per meglio dire, non lo fa.
Per tentare di aggirare questo problema, alcuni di loro cercano di arrivare in qualche paese del nord Europa fingendo di chiedere per la prima volta protezione e distruggendo i propri documenti, così da non essere ricollegati al transito in Italia. Ma è solo questione di tempo: la rilevazione delle impronte digitali non lascia scampo e prima o poi vengono rimandati in Italia, dove sono ovviamente costretti a ripercorrere tutto l’iter per riottenere i documenti.
Altri ancora hanno avuto difficoltà anche nel nostro Paese, perché al momento del loro ingresso qualche solerte funzionario ha pensato bene di richiedere loro solo il nome e l’anno di nascita, registrandoli – come per una comoda e superficiale convenzione – come nati il primo gennaio di quell’anno. In questo modo, però, sono decine gli stranieri ad avere lo stesso nome e la stessa data di nascita e a non poter ottenere così il proprio codice fiscale, la tessera sanitaria e ad incontrare enormi difficoltà per ricevere i documenti che garantiscano loro, almeno sulla carta, protezione. Questo fenomeno in Italia l’abbiamo definito “omocodia”, ma a parte la sua descrizione, non abbiamo pensato di risolverlo e di evitarlo. E’ un altro dei problemi che esiste. Punto.
Le loro storie e le loro vite sono tutte diverse. Ma tutti hanno in comune il destino di condividere il limbo in cui l’Italia e la nostra superficialità li ha costretti. Proveremo ad aiutarli. Uno ad uno.
Ma la domanda rimane: perché li abbiamo ridotti così?

Questo post è stato pubblicato il 19 gennaio 2011 in ,,. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. o se vuoi lasciare un commnento.

3 Responses to “Gli invisibili rifugiati somali di Roma”

  1. Per l'ennesima volta,mi domando perchè quando posti "certi" argomenti i seguitatori del blog,non intavolano discussioni anzi li lasciano deserti?

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  2. Magari sono io che (come al solito) non capisco che non c'è commento da fare.

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  3. Perché se provo a condividere su facebook mi viene impedito e mi arriva il messaggio d'errore con contenuto bloccato perché offensivo?

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