La precarietà esistenziale delle nuove generazioni

Emanuele Toscano per Metilparaben.

Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato.
(Friedrich Wilhelm Nietzsche)

When I see the price that you pay
I don't wanna grow up.

(Ramones – I don’t wanna grow up)

L’Italia è stata attraversata, in questi mesi d’autunno, da numerose manifestazioni e proteste di piazza che hanno visto i giovani e una rinnovata questione generazionale come protagonisti direttamente implicati e coinvolti. Studenti, ricercatori e precari si sono mobilitati attraverso occupazioni e manifestazioni per ribadire la propria opposizione al disegno di legge Gelmini di riforma della scuola, dell’università e della ricerca. Inoltre, sono stati protagonisti in prima persona nella realizzazione di campagne mediatiche e di appelli volti a puntare l’attenzione su una questione sociale connotata da precarizzazione, marginalità, sofferenza che sempre più si connota come questione di tipo generazionale. Queste manifestazioni, seppur in alcuni casi degenerate in violenza, poco hanno a che fare con un temuto ritorno delle pratiche di lotta sociale e politica vissute nel nostro paese negli anni Settanta, come qualche analista frettoloso vorrebbe far credere. Piuttosto che cercare nel passato risposte e similitudini a quanto accade nell’Italia di oggi, è forse opportuno guardare al di fuori dei confini nazionali, per accorgersi di come la situazione sia simile nel resto d’Europa e – nell’ultimo mese – nei paesi del bacino mediterraneo.
Già qualche anno fa la Francia è stata teatro delle imponenti manifestazioni contro il CPE – Contrat de Premier Embouche, a cui i giovani francesi si sono opposti per contrastare le misure di precarizzazione che queste norme tentavano di introdurre nel mercato del lavoro; sempre in Francia, più o meno nello stesso periodo, sono esplose le rivolte nichiliste e incontrollate nelle periferie parigine, i cui protagonisti erano sempre giovani francesi, ma in questo caso di origine araba e musulmana, esasperati dalla loro condizione di marginalità e di assenza di prospettive. In Inghilterra lo scorso novembre decine di migliaia di giovani studenti hanno invaso le strade di Londra e occupato la sede del partito dei Tories, dopo l’annuncio del leader conservatore e primo ministro inglese, David Cameron, di triplicare le tasse universitarie. In Grecia, paese in ginocchio dopo la devastante crisi dello scorso anno, le proteste di piazza si oppongono alle politiche di austerità imposte dall’Europa e dal Fondo Monetario Internazionale. La Tunisia, l’Albania e ora l’Egitto sono state teatro nelle ultime settimane di violente manifestazioni nate dall’insostenibilità della situazione politica ed economica, per denunciare corruzione, censura, l’intollerabilità di scelte di governo fallimentari e sbagliate.
Molti commentatori politici, spesso incapaci di interpretare questo disagio e fornire delle risposte adeguate, hanno liquidato le espressioni di dissenso che anche in Italia – più timidamente, è indubbio – si sono manifestate come conservatrici di uno status quo che deve essere superato in nome di una maggiore flessibilità e apertura al mercato, alla concorrenza, alla conseguente ed inevitabile meritocrazia che premia i più bravi e i più determinati. Senza capire - invece – che dietro queste proteste vi sono ragioni molto più profonde, legate allo sgomento e al senso di vuoto relativo all’assenza di prospettiva, alla consapevolezza di avere pochissime possibilità di mettere in pratica ciò che si è appreso, di conquistare il proprio posto nel mondo, di essere artefici e protagonisti del percorso di affermazione di sè. Proteste e mobilitazioni che cercano di dare una risposta alla situazione di “anomia” cronica, per usare le parole di Emilé Durkheim, uno dei padri fondatori della sociologia: una dissonanza tra le aspettative normative e la realtà vissuta dagli individui in una collettività.
Il problema è che essere giovani oggi, soprattutto in Italia, è di una difficoltà mostruosa. Prima di tutto è faticoso accettarsi come giovani passati i trent’anni, quando solo una generazione fa - quella dei nostri genitori – alla stessa età si era uomini e donne fatti, con un lavoro e una famiglia avviati. È umiliante sentirsi inadeguati per un mondo del lavoro precarizzato e svuotato delle tutele più elementari, come l’assenza per malattia, la maturazione di ferie; condizionati da un orario di lavoro flessibile, ma a senso unico, e non certo a favore dei tempi di vita del lavoratore. Tutto questo dopo aver investito anni della propria esistenza in formazione universitaria e, sempre più spesso, post-universitaria; ingannati dalla speranza di una iper-specializzazione come qualifica aggiuntiva nella folle corsa all’accesso al mercato del lavoro. La categoria sociale dei giovani, connotata da un’elasticità temporale che comprende oggi quella fascia di popolazione che va dai 16 ai 35 anni, dopo essere comparsa sotto i riflettori della Storia come soggetto agente nelle società occidentali contemporanee nella seconda metà del secolo scorso, ed essere poi riassorbita dal modello capitalistico come target di consumo e segmento di mercato, diviene oggi un problema. Un problema perché non più disposta a tutto, per citare una campagna di viral marketing di largo successo promossa dalla CGIL; non più disposta ad accettare promesse regolarmente tradite e patti sociali che non garantiscono più prospettive di un protagonismo della propria affermazione soggettiva. Non a caso, uno degli slogan più riusciti è stato quello di dichiararsi “indisponibili”. Indisponibili a farsi carico dei costi sociali della crisi economica, in nome di una finta austerità imposta dalla classe politica ed economica; ad essere complici dello stato di cose, di un progetto per il paese che non prevede un investimento nel futuro, ma anzi condanna le nuove generazioni ancor prima di aver dato loro una possibilità, etichettandole come bamboccione e fallite.
A disegnare il quadro di questa situazione sono indicatori socio-economici che toglierebbero il sonno a chiunque ricopra un ruolo dirigenziale in modo assennato e responsabile. “Senza ricerca non c’è futuro”, scandiscono i giovani studenti ed i ricercatori nelle loro manifestazioni e dai tetti delle facoltà occupate. Ed è difficile dar loro torto. L’Italia investe in educazione terziaria, secondo gli ultimi dati OCSE dell’Education at Glance 2010, meno dell’1% del PIL, rispetto alla media OCSE dell’1,5%. Sempre l’OCSE afferma che per l’investimento in Ricerca e Sviluppo l’Italia dedichi solamente l’1,1% di PIL, ben al di sotto della media OSCE del 2,26%. La mancanza di investimenti in innovazione condanna il nostro paese, secondo l’European Innovation Scoreboard 2009, ad una situazione di arretratezza e stagnazione, ben al di sotto anche della media Europea. Un articolo pubblicato sulla rivista Molecole a firma di Daniele di Nunzio, citando fonti diverse, riporta lo sconfortante dato relativo all’occupazione: stando agli ultimi dati dell'Istat il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 28,9% e quello di occupazione è tra i più bassi in Europa, vicino al 44%. Tra i giovanissimi, al di sotto dei 25 anni, secondo l'Ires il tasso di instabilità lavorativa riguarda la metà dei lavoratori, che è assunta con contratti atipici e precari di varia natura. Lo stesso articolo cita una ricerca dell’Isfol in cui è dimostrato come in Italia solamente una quota inferiore al 50% di giovani trova lavoro ad un anno dal termine degli studi, a differenza dei paesi scandinavi dove la quota supera l’80%. Infine, il dato forse più agghiacciante di questo affresco terribile: il 21,2% dei 15-29enni, secondo l’Istat, si trova nella condizione di NEET (Not in Education, Employment or Training). Per essere ancora più diretti: oltre due milioni di giovani sono fuori dal circuito formazione-lavoro, ossia non studiano e non lavorano.
Ridare fiducia alle giovani generazioni, e ritrovare al contempo la loro fiducia, è la priorità. Saperne valorizzare le competenze, essere in grado di rappresentarli nel mondo del lavoro, ridare loro ciò che chiedono a gran voce: la dignità di essere ascoltati, di ritrovare degli interlocutori che sappiano rispondere alle loro richieste, e sappiano tradurre il loro risentimento in azione politica efficace, in grado di sostenerli nello loro battaglie per la difesa e la ri-conquista dei diritti che stanno perdendo. Ragazzi e ragazze urlano i loro slogan nelle piazze, manifestano i loro pensieri e le loro analisi nei blog, nei social network, si confrontano nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università. Mancano però gli interlocutori, ed è questo il vero dramma. La classe politica e le organizzazioni intermedie, come i sindacati, faticano a relazionarsi con una generazione nativa digitale, che parla un linguaggio sempre più post-ideologico, che sperimenta nuove forme di organizzazione, di lotta e di rivendicazione. Una generazione per cui il Settantasette esiste nei libri, e non è un fantasma del passato con cui fare i conti ad ogni cassonetto incendiato per strada.

Questo post è stato pubblicato il 28 gennaio 2011 in . Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. o se vuoi lasciare un commnento.

6 Responses to “La precarietà esistenziale delle nuove generazioni”

  1. Per nuova generazione che si intende? no, perchè in piazza c'era gente di generazioni decisamente diverse a protestare manifestando esigenze sostanzialmente identiche. Questa cosa è sconcertante, a età diverse dovrebbero corrispondere esigenze diverse, se il punto di vista resta il medesimo a 40 come a 14 anni c'è qualcosa che non va, perchè a 40, ma anche a 30 bisognerebbe essere in grado di prenderselo quello che serve, e di elargire a chi ha 14 snni ciò che serve a lui.

    RispondiElimina
  2. Vado un attimo OT e me ne scuso, ma visto che le citazioni spesso rafforzano il pensiero di uno scritto è giusto farle corrette. Ora, a me non risulta che in I don't wanna grow up vengano mai pronunciate le parole riportate nel testo e anche se così fosse la firma della "cit" andrebbe attribuita a Tom Waits visto che il pezzo dei Ramones è una cover. Detto questo, se sono ignorante in materia, cosa molto probabile, potreste segnalarmi la canzone giusta?

    Grazie

    RispondiElimina
  3. Ciao Alesan. Azz... c'hai ragione! Volevo mettere un pezzo di I don't wanna grow up dei ramones (versione che preferisco rispetto a quella - originale - di Tom Waits) ma ho copiaincollato un'altra cosa! il testo giusto era questo:

    When I see the price that you pay
    I don't wanna grow up

    sorry.

    RispondiElimina
  4. Nessun problema, il succo del discorso non cambia di una virgola ma, come dicevo, le citazioni hanno un loro perché. :)
    PS: anche per me quella dei Ramons è superiore.

    RispondiElimina
  5. io ho 36 anni suonati, senza un lavoro stabile, senza un futuro certo e vivo con i miei. Al momento non ho neanche un ragazzo (l'impiastro mi ha mollata).
    va be..non posso che condividere tutto l'articolo.

    RispondiElimina
  6. A tutto l'articolo, che condivido naturalmente, vorrei aggiungere una piccola cosa:
    L'articolo inizia con l'elenco delle manifestazioni dei giovani o più in generale di uomini che lottano per il proprio futuro contro le azioni concrete di un governo; in Italia di manifestazioni del genere ce ne sono da sempre, ma negli ultimi 10 anni soprattutto sono passate all'opinione pubblica come manifestazioni politiche, come manifestazioni di gente ignorante, non informata, spesso sono state portate dall'interno, tramite infiltrati come ha affermato quell'anima (non riesco a definirla buona) di Cossiga), oltre il limite del consentito, alla violenza pura.

    POI: quando a scendere in piazza sono 1mln (ahahahahahahahahahhahaahha) di persone per il diritto alla libertà (cioè di non essere spiati), o quando annunci di fare una manifestazione contro la magistratura comunista che perseguita una persona per bene come il plurindagato e mai rinviato a giudizio definitivo Silvio Berlusconi, allora sì! A quel punto sono manifestazioni serie, di gente civile, che sa quello che dice e che bisogna considerare anche nella forma e nei contenuti di quello che proclama!

    Mi dispiace dirlo, ma tutto, TUTTO quello che accade in Italia da 20 anni, tutto il disagio sociale che si è creato nel nostro paese negli ultimi decenni è colpa di tutto quello che gira e continua a girare intorno a una sola persona!

    RispondiElimina

Poll

Powered by Blogger.

Popular Posts

Followers

Blog Archive

Subscribe

Labels

Random Post