15 novembre 2009

Ombre anche sul carcere di Pavia




Mbarka, 42enne immigrato a Milano, stava per finire di scontare una pena per droga quando gli fu notificata una sentenza di condanna in appello a otto anni e sei mesi per violenza sessuale, sequestro di persona e violenza privata. Ad accusarlo era una sua ex amante marocchina: lui l'avrebbe sequestrata e violentata per cinque giorni, nell'aprile 2003, quando lei era già in attesa di un figlio concepito proprio con Mbarka. Il tunisino, però, si proclamava innocente. E dal 16 luglio decise di non mandare giù neanche un goccio d'acqua. Da questo momento i tentativi dell'avvocato di salvare la vita al suo assistito si scontrano, nel pieno dell'estate, con i tempi della giustizia e dell'istituzione penitenziaria.
Il 23 luglio l'avvocato scrive al detenuto per farlo desistere dallo sciopero e trasmette una copia della lettera, dai toni accorati, alla direttrice del carcere. La risposta arriva l'8 agosto ed è rassicurante: "Le condizioni del suo assistito sono costantemente monitorate dal personale medico qui in servizio".
L'avvocato Egidi tenta anche (il 29 luglio) la carta della corte d'Appello: disponga d'urgenza una consulenza tecnica "circa le attuali condizioni di salute del detenuto e circa la possibilità che esse possano degenerare in maniera irreversibile" e gli dia i domiciliari.
L'11 agosto, il legale, dopo aver visitato il tunisino, torna alla carica con la direttrice e le comunica che Mbarka è pronto a darsi fuoco. Ma il 25 Alecci, il direttore sanitario, assicura in una relazione che il detenuto, sottoposto a un colloquio medico per valutare la necessità di un trattamento sanitario obbligatorio, si è dimostrato, "fino ad oggi, in condizioni di intendere e di volere": niente Tso.
Intanto, però, Mbarka ha già perso ventuno chili e "deambula cercando sostegno".
È ridotto a uno straccio e potrebbe aggravarsi, scrive il medico, ma dovrebbe essere trasferito altrove: a Pavia "in questo periodo sono assenti lo specialista cardiologo e lo psichiatra". Lui, aiutato dai compagni di cella, annuncia alla sua fidanzata: "Io sto muorendo. Sono dimagrito troppo, credimi, non riesco neanche ad alzarmi dal letto".
In poche parole, o si decide di fornire assistenza completa e in tutti i periodi dell'anno, oppure possiamo tranquillamente chiudere gli istituti di detenzione durante il periodo estivo e tutti in ferie.

6 commenti:

isaroseisarose ha detto...

(la frase da "è ridotto a uno straccio" fino a "sostegno" è ripetuta due volte)

Bleek ha detto...

Grazie, corretto.

Anonimo ha detto...

Non bisogna far diventare degli eroi coloro che muoiono in carcere dopo una vita sregolata con la droga sempre in tasca! I poliziotti avranno pure sbagliato ma vanno anche capiti visto che loro fanno una vita onesta, lavorano, faticano e rischiano la vita tutti i giorni mentre certi debosciati si drogano e spacciano droga! Voce di popolo

Anonimo ha detto...

Ma per voi quello li che è morto per caso è un martire? Voce di popolo

Anonimo ha detto...

E poi bisogna pure vederci chiaro, magari quello li lo hanno dovuto picchiare perchè si è messo ad offendere o a deridere i poliziotti, magari li ha offesi di brutto con parolacce irriferibili o magari ha cominciato lui per primo ad aggredire un poliziotto che lo stava interrogando e questo ha fatto perdere la calma ai poliziotti.

serena ha detto...

Agli anonimi, o all'anonimo dei tre post precedenti:
questo detenuto non è un eroe, ma neppure è morto per caso e come troppi altri è una vittima del sistema carcerario italiano, di cui sono responsabili non indagati persone con nomi e cognomi a tutti noti.

Il terzo commento, oltre a essere OT rispetto al caso, è di abissale idiozia.

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