In qualche posto dell'Africa, 2045


Sul sentiero non si vedeva più un accidente: Robertino vi si era inoltrato per allontanarsi il più possibile dai fuochi che bruciavano nel villaggio, ma cominciava a pensare di aver commesso un errore. Almeno laggiù avrebbe avuto qualche compagno a dargli una mano. O forse no: compagni in giro non ce n'erano quasi più, almeno non in grado di stare in piedi, dopo la mattanza che era iniziata all'alba. Mentre camminava gli venne in mente, senza una ragione apparente, la grande casa di suo nonno, la mattina della Befana, i dolcetti sotto al camino, i capelli arruffati di suo fratello Giorgio che divideva giudiziosamente il carbone dai cioccolatini. Erano passati quindici anni ed era cambiato tutto, chissà come. Di Giorgio non aveva notizie da un anno, da quando si erano divisi prima di quella frontiera promettendosi reciprocamente di farsi vivi presto, ma sapendo che quel presto sarebbe potuto diventare un'eternità.
Il buio si era fatto pesto. Robertino ricordò che doveva avere un accendino, da qualche parte: si ficcò nelle tasche le mani gonfie e segnate a forza di scavare nella roccia per cercare quelle minuscole pietre che da quelle parti chiamavano "wak", in una lingua che ancora non gli era entrata in testa. Non trovò che briciole di terra, magari gli era caduto nel casino delle ore precedenti. Solo, al buio, braccato da gente ostile che parlava una lingua sconosciuta: lui e la sua laurea in giurisprudenza, che gli era sfuggita per pochi esami prima che a casa venisse giù tutto, il lavoro dei suoi, la banca, la casa, tutto in fumo in poche settimane.
Gli balenò in mente Chiara, con cui era partito quella mattina di maggio, quando dicevano che laggiù cercavano personale qualificato e giuravano che sarebbero rimasti fuori solo qualche mese, finché le cose non si fossero sistemate, per mettere via qualche soldo e tornare per ricomprare la casa dei nonni. Chiara, che sperava di trovare lavoro nelle imprese emergenti di quel posto perché sapeva le lingue, stuprata dai poliziotti nella cella accanto alla sua, cinque giorni dopo il loro arrivo in quel paese assurdo. Chiara, di cui ancora sentiva le grida quando si svegliava di soprassalto nella sua branda e che non aveva più visto dopo quella notte, quando vennero a prendere con i camion gli uomini per portarli alla cava e poi nei dormitori, una cinquantina di chilometri a sud.
Non è il momento di pensarci, si disse. Magari lei è tornata a casa, è là che lo aspetta e tra poco si sistema tutto, nonostante questi due anni di stenti e questa notte di follia trascorsa a scappare come sorci e poi le fucilate, gli uomini coi bastoni, le grida, i fuochi. Incredibilmente gli venne voglia di una birra fredda. Scemo, si disse, dopo una giornata intera senza mangiare ti verrebbe una congestione e ci resteresti secco, ah ah, bravo adesso ti viene pure da ridere, magari hai la febbre e la ferita che ti ha fatto il tizio con il coltello si sta infettando e tra poco caschi per terra e ti troveranno stecchito domattina, quando il sole si sarà fatto strada fra questi alberi del cazzo.
Alberi del cazzo, paese del cazzo, vita del cazzo. Non finirà mai, altro che casa dei nonni e Chiara e Giorgio e la Befana, è andato tutto a puttane e nessuno può farci niente, a volte le cose vanno così. Forse i miei figli, se avessi dei figli, potrebbero tornare a casa, forse loro o i loro figli. Non io, questo è sicuro. Non dopo tutto quello che è successo in questi anni, non con le mani mangiate dal tufo, non in questo posto dove non riesco ancora manco a dire quattro parole in croce, non dopo una notte così.
Sentì un fruscio alla sua destra, nel buio. Poi le voci, in quella lingua incomprensibile. Poi qualcosa, qualcosa di freddo e appuntito, gli arrivò sulla nuca.
E poi il silenzio.

Questo post è stato pubblicato il 13 gennaio 2010 in ,,. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. o se vuoi lasciare un commnento.

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