No al ricambio "generazionale"

Dopo le elezioni, ci si dà un gran da fare per capire quello che non è andato (centrosinistra) e quello che è andato molto bene (Lega). Anche Debora Serracchiani si butta in questa analisi dal suo blog:

Ho sentito con le mie orecchie autorevoli dirigenti sostenere che il problema del ricambio generazionale è sopravvalutato, oppure che “non è il problema”. Non sono d’accordo. Dobbiamo metterci in testa che al Partito democratico la gente chiede prima di tutto il coraggio di rinnovarsi, di darsi delle regole di comportamento, dei modelli di selezione e di formazione. Di darsi obiettivi chiari e di comunicarli con parole chiare. Insomma, di darsi un compito.
Insomma, in poche parole si chiede al Partito democratico di fare il partito. Su questo tutti d'accordo. Sarebbe già un bel passo in avanti.
Chi può farsi interprete, dentro il PD, di questa esigenza vitale? C’è stato un momento in cui si è parlato dei famosi quarantenni del PD, c’è stata la stagione dei “piombini”, dei “lingottini”.
Il Pd ha una capacità innegabile: di rendere negativo anche ciò che c'è di positivo, attraverso denominazioni respingenti. Andando oltre e lasciando in secondo piano, quindi, le varie terminologie, fra i ragazzi presenti a Piombino, c'erano sicuramente persone di talento e su cui riversare speranze per il futuro (e anche il presente). Il primo che mi viene in mente è Civati. Ma come fare per fare emergere queste persone, per costruire quel di più che serve per non essere solo i "piombini" o -ini vari?
E, se posso, c’è anche una certa Serracchiani, e ogni tanto qualcuno le chiede che fine abbia fatto. Beh, sono qua, e quello che succede intorno a me, dentro e fuori il partito, mi preoccupa. Stavolta non dobbiamo stare a guardare.
Chi parla di sé in terza persona lascia sempre un po' il tempo che trova.
Comunque, siamo in molti a essere preoccupati, e non bisognerebbe mai stare a guardare, questa come le altre volte.
Ma siccome serve a poco guardare e commentare pensosamente questo scenario, penso che se quella generazione ha proposte per il Partito democratico, ora è il momento di tirarle fuori. A intervalli, i riflettori si accendono su qualche giovane di belle speranze che sembra destinato a rianimare il partito; i media lo chiamano “astro nascente” e dopo una breve ribalta, puntualmente le luci si spengono e tutto rimane come prima.
E questo dovrebbe far riflettere. Perché gli italiani si lasciano sempre trasportare da una figura profetica, da un salvatore che dovrebbe trascinarli verso un mondo (o un partito) migliore? Un modo di pensare simile è ingenuo quanto deleterio. E finché non capiremo che ciò che va cambiato è un sistema nel suo complesso e le regole che lo caratterizzano, non potremo mai "essere salvati".
Dovremmo aver imparato la lezione: i leader di domani, ma soprattutto la politica di domani, non nascerà se non sarà frutto di uno sforzo generazionale collettivo. Occorre che ci ritroviamo e che ci parliamo, pubblicamente e schiettamente, per capire come aiutare il Partito democratico a uscire da un’impasse.
Sforzo generazionale collettivo? Non sono d'accordo. I generazionalisti sono coloro che ritengono che i problemi della politica si possano risolvere attraverso un "ricambio generazionale". Senza fare nomi, ma da chi vi sentite più rassicurati: da un Bersani o un Fassino di oggi, o da quelli che sono sotto di loro e che aspettano soltanto che arrivi il loro turno, seduti su una poltrona e dicendo: ci vuole un ricambio generazionale? Leggo da molte parti: finalmente una "faccia nuova", ci vogliono "persone nuove", abbiamo bisogno di "ricambio generazionale". Ci sono poche cose che mi spaventano di più di affermazioni di questo tipo.
Perché fanno presagire ormai che la politica sia arrivata a un punto talmente basso, che davanti a personaggi che comunque portano con sé una storia e un'esperienza, si sia talmente disperati da preferire comunque una faccia o una novità.
E' vero, è ora di rimboccarsi le maniche.
Ma questo appello non è rivolto a chi è nato lo stesso anno, o è dello stesso segno zodiacale.
L'appello di un impegno in prima persona è rivolto a tutti coloro che non si accontentano di scendere in piazza se chiamati a presenziare, o di schierarsi per questo o quell'individuo, che imbarazza soltanto ad ascoltarlo (mi capita spesso, soprattutto davanti ad alcuni ospiti di Ballarò).
A chi sente un'esigenza di cambiamento, che non è di facciata, ma di visione politica, di regole, di sistema, di risposta alle esigenze reali. Una risposta che deve provenire da persone preparate e volenterose.
La politica deve tornare a essere una cosa di tutti, in cui tutti si sentano chiamati in causa.
Ecco, spero che siamo in tanti a sentire questa esigenza.
E spero pure che siamo di qualunque età.

Questo post è stato pubblicato il 07 aprile 2010 in ,,. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. o se vuoi lasciare un commnento.

11 Responses to “No al ricambio "generazionale"”

  1. Perché gli italiani si lasciano sempre trasportare da una figura profetica, da un salvatore che dovrebbe trascinarli verso un mondo (o un partito) migliore?

    Stai scherzando, spero? Il carisma dei leader esercita un fascino a prescindere dalla nazionalità. Vogliamo parlare del Che? O di Obama? Non dice niente di radicalmente diverso dalla Clinton. Eppure lui è fico, e ha carisma e fascino da vendere. La Hillary no.

    Ecco, manca un leader carismatico. Un leader con le palle. Non necessariamente una faccia nuova, soltanto qualcuno che abbia il coraggio di farsi avanti e portare con sé partito ed elettori.

    Che sia una faccia nuova rende tutto questo immensamente più facile, perché delle facce vecchie si conoscono gli scheletri nell'armadio, gli inciuci, gli accordi e quant'altro che fanno sì che non sarà mai un vero leader.

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  2. D'accordo sulla pericolosità delle affermazioni inalmente una "faccia nuova", ci vogliono "persone nuove", abbiamo bisogno di "ricambio generazionale"...

    Il problema, che tu non analizzi per niente, è la base elettorale.
    A destra sono bastate facce nuove, da culo ma nuove, per avere la maggioranza.

    Se il PD continuerà a fare i distinguo, non sarà mai il partito popolare che aspira a diventare; possibile che non è chiaro che se ti vota un sacco di gente vuol dire che la maggior parte dell'elettorato NON è in grado di capire le argomentazioni complesse?

    Guarda Pannella: lui di politica ne mastica, ne ha di idee... putroppo non si capisce un cazzo quando parla, a meno di uno sforzo intellettuale non indifferente.

    Allora largo alle facce nuove, magari prima selezioniamole tra le preparate.

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  3. Sono d'accordo con Peppe, il cui commento si aggancia anche a quanto dice capemaster: ci sono persone che devono essere raggiungere col carisma, non le convinci con un ragionamento, dei numeri, delle "argomentazioni complesse". Per questo sono molto entusiasta di Vendola (ok, col PD per ora non c'entra niente).
    Uno degli equivoci sulle facce nuove secondo me deriva dal fatto che la dirigenza del PD, oltre ad aver dimostrato l'incapacità di fare opposizione come gliela chiedono molti elettori, è effettivamente "datata": età e inadeguatezza coincidono (per non parlare degli scheletri nell'armadio).

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  4. Da come la vedo io bisogna muoverci con quello che abbiamo... purtroppo, aggiungo, perché a volte quello che abbiamo si lascia troppo condizionare dai "grandi" (la stessa Debora non è che sia poi ri-uscita a scrollarsi di dosso certe antichità).
    Per questo io dal mio blog sto insistendo a promuovere per Milano una candidatura giovane come quella di Luca Sofri.
    E, bada ben, non sono uno che lo ami, anzi; ma appartiene alla "giusta" figura di cui avremmo bisogno in questo momento.
    Un saluto,
    Alessandro

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  5. Negli Stati Uniti non penso si faccia il continuo ricorso alle "facce nuove" come soluzione per le storture della democrazia. Se lì c'è un problema si cerca di risolverlo attraverso una riforma istituzionale.
    Lì non sono esasperati come noi, perché il sistema delle primarie permette un ricambio continuo, non di facce, ma di programmi e di candidati in linea con i cambiamenti della società.
    E' qui che si fa continuamente ricorso alle facce, proprio perché sono sempre le stesse, in quanto i partiti stanno ben lontani da meccanismi di rinnovamento.
    Ma la soluzione non sta nell'invocare "facce nuove", bensì nell'invocare cambiamenti nel sistema e nelle politiche.

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  6. Non prenderla come un'offesa, ma scritta da una giovanissima come te, la tua è un'osservazione "divertente".
    Però, parlando più seriamente, hai ragione: facce nuove o no, c'è bisogno di altro. Io non credo alle primarie per come sono state portate avanti finora, e - mi dispiace - credo anche che siamo in una situazione di così drammatica emergenza che sia assolutamente inutile ora l'elegante "perdita di tempo" delle primarie (prendi il tutto con le molle, ti prego).
    Il nodo da risolvere per primo è che noi il territorio l'abbiamo totalmente perso. Totalmente. Mentalmente prima che strategicamente. Riconquistare il territorio, nel senso proprio biologico - fisico - del termine, vale più delle primarie, che invece ne possono essere una fisiologica conclusione.
    Non è indicando il nemico che muoviamo le "masse", né tantomeno agitando canonici e strasperimentati spauracchi che evidentemente agli elettori di Berlusconi hanno importato nulla.
    Quella su Sofri non voleva essere una provocazione, ma l'inevitabile prospettiva per risolvere questo stato d'emergenza. Sofri o chi per lui, intendiamoci; comunque uno che sappia avere quelle qualità per risultare "nuovo" e navigato al tempo stesso, con la giusta dose di sperimentazione, modernità, attenzione per il territorio, capacità di saper leggere il contesto, di saper parlare e saper ascoltare... e anche con un bel po' di disincanto costruttivo che tanto manca dalle nostre parti.
    Scusa il lungo commento.
    Un saluto,
    Alessandro

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  7. Provo a dire la mia: c'è secondo me un problema di interpretazione, sempre, qualsiasi cosa si dica, chiunque la dica, tanto più se è scritta. Io per esempio non sono preoccupato se Debora Serracchiani dice "facce nuove", se riesco ad intenderlo come persone che non siano politici di professione, che abbiano un lavoro (come rispose felicemente Ignazio Marino a D'Alema). Sono preoccupato se lo dice Ignazio La Russa, ci si deve guardar le spalle. al di là della banale semplificazione e della pessima battuta quello che voglio dire è che purtroppo abbiamo un problema di disaffezione politica che riguarda le generazioni di cui si sta parlando. ed è anche per la mancanza di interlocutori che sappiano rivolgersi ai ragazzi e ai giovani adulti che ci manca parte della base. e, forse, ci manca qualcuno che giovane lo sia o per lo meno con le idee fresche, potenti, anche acerbe ma pronte ad essere messe in discussione.
    Claudio

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  8. Già, al Pd servirebbe proprio un ricambio generezionale, ma non "fighettine radical shaggy chic che parlino tutte nello stesso modo, un italiano basic scandito quasi sintetizzato, come se fossero programmate, e come se avessero tutte la erre moscia (nobile ma di sinistra) anche se non ce l’hanno.

    Il modello di base è una Barbie acqua e sapone che abbia letto solo Uomini e no, di Elio Vittorini." (cit.)

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  9. Nessuna nuova generazione?
    E allora voglio nuovi vecchi.

    Michele

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  10. A mio parere le faccie nuove servono eccome!non è solo un discorso di immagine verso l'eletorato. Io ho ventotto anni e sogno da quando ho iniziato a votare di avere un politico che mi rappresenti. Chiedere alla mia generazione di votare D'Alema, Fassino, Bersani è come chiedergli di tifare per Baresi, Maradona o Van Basten. Quando vado allo stadio oggi voglio vedere Messi e Milito!
    Con quali motivazioni un "giovane" (a torto o a ragione mi considero ancora tale) dovrebbe votare un partito senza idee. Purtroppo (o per fortuna, vista la mancanza di alternative) le uniche proposte costruttive arrivano oggi dal partito di Grillo (wi-fi, decementificazione, energie alternative, ecc.) ma una serie di circostanze a volte fa si che si debba buttar via il bambino con l'acqua sporca.

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  11. io credo che non ci stiamo rendendo conto di una cosa: l'elettorato di sinistra che votava Berlinguer non c'è più. C'è stato un ricambio in peggio, a livello di cultura intendo. Dopo la guerra c'era l'idea di lavorare tutti insieme ad un processo-equo- di sviluppo. Adesso l'idea di stato non esiste più, vogliamo qualcuno che ci risolva i problemi ma senza coinvolgerci direttamente, vogliamo la raccolta differenziata ma ci da noia farla, vogliamo la libertà di scelta ma anche le benedizioni dei vescovi, vogliamo le fonti di energia rinnovabile ma non le pale eoliche sulla collina di fronte a casa nostra, i depuratori ma non sulla costa vicino a noi.L'idea che ogni cambiamento debba partire da noi prima di tutto ed in prima persona, che occorra accettare di impegnarsi nel nostro piccolo, di faticare per accogliere e di non rubare, non ci sfiora.Mary

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