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Così è troppo facile

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Mi corre l'obbligo di rilevare che è troppo facile condurre la battaglia contro i costi della politica sollevando l'indignazione popolare se Rutelli, Schifani e Casini se ne vanno in vacanza alle Maldive, e poi nicchiare, tanto per dirne una, quando si tratterebbe di raccontare ai cittadini la clamorosa telenovela dei debiti di Roma, del valore complessivo di 12 miliardi e passa, messa in scena con l'unanime contributo di tutti i principali partiti e altrettanto unanimemente ignorata dagli organi di informazione.
Forse sarebbe il caso di lasciare che i politici spendano come meglio credono i loro quattrini, senza dare fiato alle trombe della demagogia dilagante, ma poi metterli all'angolo quando sperperano i nostri: e non costringere quattro disgraziati come noi a inventarsi un fotoromanzo per far sapere alla gente quello che nessuno -o quasi- ha il coraggio di raccontare.

La metafora della casta è troppo facile

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C'è qualcosa di troppo facile, nella metafora della casta che da qualche tempo occupa ogni angolo del web.
C'è qualcosa di troppo facile e di poco responsabile, per quanto le lamentazioni che leggo siano più che giustificate dagli imbarazzanti comportamenti adottati da gran parte della nostra classe politica.
Ma il punto è: chi li ha consentiti, quei comportamenti? Quanti di quelli che postano a rullo banner e figurine e motti e slogan e fotomontaggi e resoconti sui privilegi dei politici hanno effettivamente provato, nel loro piccolo, a iscriversi a un partito e scalzarli dalle loro posizioni? Chi di loro si è preso la briga di presentarsi nelle sezioni del PD, nei circoli del PdL, nelle divisioni territoriali degli altri partiti, e di portarci dentro un atteggiamento diverso con ostinazione, senza mollare, insistendo finché qualcuno non gli desse retta?
Pochi, presumo. E lo presumo perché se fossero tanti si darebbero man forte l'uno con l'altro e la loro voce si sentirebbe per forza: metterebbero in scacco le loro dirigenze, proporrebbero iniziative, si candiderebbero ad assumere incarichi, e avrebbero successo perché sarebbero più degli altri, e più motivati, e più determinati, e più veri.
Pochi ci provano sul serio, purtroppo. Perché mettersi davvero a rompere i coglioni, ve lo assicuro, costa fatica e sacrificio e gastrite e quel boccone di tempo libero che ci rimane in una vita che spesso è già impossibile di suo.
Eppure non c'è altra strada. Non servono le denunce, i banner, le cascate infinite di like su Facebook e l'indignazione spammata su Twitter: si tratta solo di rimboccarsi le maniche e provarci, perché nessuna rendita di posizione, per quanto blindata essa sia, è in grado di sostenere a lungo l'urto dei numeri.
Finché questo non avverrà, la metafora della casta continuerà a sembrarmi troppo facile e poco responsabile: un urlo inutile che serve soltanto a tirare fuori la propria rabbia, a sparpagliarla in giro e a darsi una bella lavata alla coscienza prendendosela con gli altri.

Non perché guadagnano, ma perché si nascondono

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Vi dico la verità: non sono uno di quelli che si indignano all'idea che i parlamentari abbiano una busta paga sostanziosa, poiché ritengo che la loro attività sia (astrattamente) assai impegnativa, che comporti (astrattamente) notevoli responsabilità e che implichi una serie di rilevanti costi (astrattamente) finalizzati a rendere effettivo il rapporto con i cittadini e la comprensione dei loro problemi.
Né, debbo aggiungerlo, gli "astrattamente" che ho appena dovuto aggiungere tra parentesi potrebbero indurmi di per sé a una diversa valutazione, perché sono convinto che se una classe politica non si impegna, è priva di responsabilità e se ne strafotte del proprio mandato il punto sarebbe indurla a comportarsi in modo diverso, non rassegnarsi a tenersela così com'è accontentandosi di pagarla la metà.
Ciò premesso, e detto che in un momento di crisi nel quale si chiedono sacrifici a tutti ritengo comunque giusto che si parli anche degli stipendi dei parlamentari, quello che davvero non sopporto è l'atteggiamento di minimizzazione che costoro assumono ogni qual volta si parla dei loro quattrini.
Perché, ne converrete, un conto è guadagnare bene e rivendicare che si tratti di una circostanza giustificata dal valore del proprio lavoro, un altro è voler dare a bere agli altri di avere un reddito e dei benefici che tutto sommato non sono niente di speciale.
Ebbene, siccome pare che i nostri deputati e senatori abbiano scelto la seconda opzione, se ne deve dedurre che siano essi stessi i primi a ritenere marginale l'apporto che danno al paese: e che quindi siano costretti a nascondere ai cittadini non tanto il loro reddito in sé e per sé, quanto la sproporzione tra quel reddito e l'effettiva utilità del loro lavoro.
Di questo, credo, sarebbe davvero importante parlare: di come fare in modo che la classe politica, a prescindere da quello che guadagna, si ponga effettivamente al servizio del proprio paese; altrimenti, come spesso accade, si finisce per precipitare nella demagogia, che specie in un momento come questo non mi pare utile a nessuno.

Di chi è stata la colpa?

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Quando sento dire in giro che la generazione dei politici attualmente alla guida del paese ha fallito mi viene da ridere.
Non certo, ci mancherebbe altro, perché penso che non sia vero -del resto i risultati sono davanti agli occhi di tutti-, ma piuttosto perché sono convinto che non ci si potesse aspettare molto di più, visto che i protagonisti più maturi dell'attuale panorama politico rappresentano con ogni evidenza la terza o quarta scelta del materiale umano che la loro generazione poteva offrire al paese.
La mia sensazione è che ad aver fallito, o meglio ad essere i principali responsabili di quanto sta capitando, siano invece i migliori di quella generazione, che per un motivo o per l'altro hanno schifato la politica intraprendendo strade diverse, abbandonando di fatto il paese nelle mani di gente che non poteva fare molto di più, illudendosi di poter coltivare in pace il loro orticello e delegare ad altri quello di cui avrebbero fatto meglio ad occuparsi in prima persona, lasciando infine che quella gente blindasse le proprie rendite di posizione e trasformasse la classe politica nella casta chiusa che è diventata.
Si potrebbe discutere a lungo sui motivi che hanno indotto quella generazione a comportarsi così: e credo che sarebbe molto utile farlo, se non altro per evitare di commettere anche noi -e, ancora più importante, i ragazzi che vengono dopo di noi- lo stesso errore.
Perché secondo me lo sbaglio da cui è iniziata la fine è stato proprio questo: e ho una gran paura che rischi di ripetersi.

Un'impuntatura da decine di migliaia di euro

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Quelli della Lega assicurano che il costo iniziale dell'apertura dei ministeri al nord non supererà qualche decina di migliaia di euro.
Spiccioli? Forse, nel quadro generale, sì.
Cionondimeno, non posso fare a meno di pensare che con qualche decina di migliaia di euro si potrebbe rimettere a posto una scuola, ristrutturare un reparto ospedaliero, regalare la connessione internet e il computer ad un discreto numero di studenti bisognosi e meritevoli, potenziare l'attività di un consultorio, costruire un campo di calcio per i ragazzi di una periferia degradata.
Non vi sembrano tutte finalità un tantino più dignitose, rispetto alla soddisfazione di un'impuntatura?

Dipendenti pubblici durante l'orario di lavoro

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Bisogna punire i dipendenti pubblici che usano internet per motivi privati durante l'orario di lavoro.
(Giorgio Clelio Stracquadanio, 15 giugno 2011.
Nella foto Sabatino Aracu, deputato PdL, in aula)

Chi si ingozza e chi ruba cibo nei supermercati

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Non so, avete presente quando sfogliando un giornale trovate due notizie che messe l'una accanto all'altra vi fanno venire un'amarezza che non finisce più? Ecco.

Che effetto vi fa?

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Mi piacerebbe poter contattare ad uno ad uno i cittadini europei che non possiedono un computer, o che ce l'hanno ma dovrebbero cambiarlo perché è diventato un po' vecchiotto, e sono costretti a rinunciare perché non possono permetterselo.
Sarebbe davvero interessante intervistarli tutti, quei cittadini, e sapere cosa ne pensano del fatto che utilizzando i soldi delle loro tasse l'Ufficio di Presidenza del Parlamento Europeo abbia deciso di fornire a tutti gli europarlamentari un iPad nuovo di zecca, per una spesa complessiva di mezzo milione di euro.
Non potendolo fare, mi limito a chiederlo a voi: che effetto vi fa sapere che coi vostri soldi si regalano simili gadget a chi avrebbe denaro in abbondanza per comprarseli da solo?

Quello che è giusto è giusto

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Il signore che vedete nella foto si chiama Giuseppe Consolo, è un deputato del PDL e quest'oggi si è scagliato contro i vigili romani, che a suo dire fanno troppe multe ai parlamentari:

Veniamo alla Camera per lavorare e non per bighellonare.
Per quanto riguarda le multe, evidentemente, non sono per niente d'accordo: anche i cittadini comuni, com'è noto, vanno a lavorare e non a bighellonare, ma se un vigile li pizzica mentre infrangono il codice della strada una bella contravvenzione non gliela leva nessuno. Tuttavia, per amor di verità, su una cosa mi sento in dovere di dare ragione all'Onorevole: si tratta di uno che lavora sodo.
A volte perfino per due o tre.

Non c'è solo il Lodo Alfano

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La novità è che gli autisti delle alte cariche costituzionali e quelli dei dei presidenti delle Regioni, delle Province e dei Comuni capoluogo di provincia (in tutto circa 1.500 persone) potranno permettersi tutte le infrazioni che vogliono senza vedersi sottrarre i punti dalla patente: il che, se non ho capito male, equivale a dire che ai politici che "contano" sarà concesso di fare il loro comodo (non fermarsi col rosso, zigzagare nel traffico, andare a duecento all'ora in autostrada) con l'unico inconveniente di dover pagare le multe (magari usando i soldi pubblici).
Tutti gli altri "mortali", quelli che pur essendo costretti a percorrere centinaia di migliaia di chilometri l'anno per campare dovranno continuare ad obbedire alle regole ordinarie, ringraziano sentitamente: ecco un altro provvedimento che avvicina la politica ai cittadini.
E poi hanno la faccia tosta di lamentarsi dell'astensionismo.

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