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La soluzione al problema sbagliato

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E così, dopo decenni di presunto progresso, dobbiamo prendere atto che la soluzione al problema è lavorare di più e più a lungo.
Il che mi induce a pensare che il punto non sia nel trovare la soluzione, ma nel rendersi finalmente conto di quale sia il problema.
Saluti.

Te lo buco, quel pallone

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Ero solo un marmocchio alto così, ma quando sulla spiaggia qualcuno mi minacciava di bucarmi il pallone perché gli era finito addosso mentre ci giocavo venivo sempre assalito dal sospetto che quello fosse già nervoso di suo, che i suoi problemi lo assillassero di brutto, che fosse così incasinato da ridursi a prendersela con un bambino invece di affrontare le sue cose e risolverle.
Spaccare la telecamera a un cronista non è soltanto un gesto evidentemente maleducato, ma soprattutto il sintomo di un nervosismo che ti assilla, ti angoscia, non ti lascia respirare: e allora ti sfoghi così, come puoi, perché ti girano a duecento all'ora e non sai come fartela passare.
Provavo sempre una certa compassione per quelli che volevano bucarmi il pallone, perché anche se avevano un costume all'ultima moda, una macchina nuova di zecca e un bell'orologio d'oro mi parevano infelici.
Mutatis mutandis, è la stessa sensazione che provo oggi.

Non avete capito niente

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Sono brutti, malmessi. Hanno addosso vestiti da quattro soldi. A occhio e croce non se la passano per niente bene.
Però vanno in giro per il quartiere mano nella mano, e più o meno una volta a settimana si concedono una dolcetto alla pasticceria qua dietro.
Dev'essere il loro momento speciale. Quello che pregustano insieme per giorni. Il massimo che possono permettersi.
Mi capita di incrociarli, mentre mangiano quella pasta in mezzo alla strada: ed è uno spettacolo da cui viene fuori tanta gioia che uno deve fare un paio di passi indietro per non esserne travolto.
Anche oggi, mentre li guardavo, erano là: brutti, poveri, malvestiti.
E felici, perché era il loro momento speciale.
Poi leggo quello che vi raccontate per telefono, voi che fate man bassa di soldi e potere e cariche e macchine e barche e vestiti e zigomi di plastica e conti all'estero.
Leggo quello che vi dite: i vostri insulti, il vostro odio, le vostre maledizioni, il vostro rancore.
Siete sempre incazzati neri.
Sapete una cosa? Non avete capito niente.

Minerva, il tempo come ricchezza e la frugalità felice

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[sottotitolo: Prendetevi il tempo - non necessariamente ora - per leggere con calma...]

Buongiorno a tutti! Minerva sta guardando con curiosità questo vento che di recente ha morbidamente accarezzato la penisola portando situazioni inattese quali quelle d'un cambiamento che potrebbe essere di ordine culturale oltre che politico – pensiamo alla (mobilitazione per la) partecipazione al referendum, responsabile del successo dei medesimi dopo anni di astensionismo, e alla danza sfrenata e dionisiaca delle campagne elettorali, che abbiamo ben visto come s'è manifestata a livello virtuale.
Ma Minerva è rimasta ancora più colpita da ciò che stava accadendo nel momento in cui a Milano, per esempio, mentre passeggiava per una via Padova protagonista a metà maggio di iniziative 'dal basso' e momenti conviviali multiculturali e intergenerazionali, ha sentito anziani milanesi riflettere commossi “quando è stata l'ultima volta che abbiamo fatto qualcosa del genere?, perché abbiamo permesso per decenni che questo non accadesse?” e ancora “noi non eravamo così sospettosi!, quanto tempo abbiamo perso!”.

Minerva e gli spazi del desiderio e della rivoluzione

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Buongiorno a tutti! Minerva Jones sente finalmente ‘eros’ intorno a tutti noi! Non avvertite anche voi questa energia che da alcune settimane – pur se qui mista alla disperazione e al senso di impotenza – sta facendosi strada ovunque? Non la sentite?
Io sì, e per me ha questo ritmo. Un ritmo di ‘esasperazione’, ‘opposizione’, ‘resistenza’, e ‘reazione’ – un insieme sicuramente confuso e privo ancora di una meta precisa e di strategie per raggiungerla, ma intanto questa energia comincia a essere presente e fluire. Qualcosa in cui mi riecheggia l’idea di liberazione delle tensioni creative profonde dell’uomo – desiderio che potrebbe rappresentare l’occasione per la realizzazione di un mondo più sano, felice, solidale, pacificato e meno sfigurato dall’aggressività, dalla violenza, dalla guerra.
Minerva, infatti, legge in questo senso ciò che stanno provando coloro che la circondano così come le immagini televisive che ci portano l’informazione (e l’eco) dei movimenti di ribellione dall’altra sponda del Mediterraneo. Le parole che ha scritto in questi giorni Alain Badiou nell’analizzare la situazione in corso ispirerebbero quanto meno fiducia sulle conseguenze che si creano quando un movimento, per ‘risonanza’, si espande: “Migliaia di possibilità nuove, riguardanti queste contraddizioni, sorgono ad ogni momento, alle quali lo Stato – ogni Stato – è interamente cieco. Si vedono delle giovani dottoresse venute dalla provincia per curare i feriti dormire in mezzo ad un cerchio di giovani selvaggi, e sono più tranquille che mai, sanno che nessun toccherà loro neanche la punta di un capello. Si vede, ancora, una fila di cristiani appostata, in piedi, per vegliare sui musulmani piegati in preghiera. Si leggono mille cartelli in cui la vita di ognuno si mischia senza distacco alla grande Storia di tutti”.
Le conseguenze economiche, politiche, sociali di tutto questo su di noi possiamo anche ipotizzarle già adesso, ma da qui a considerarle ‘catastrofiche’, ‘epocali’, ‘destabilizzanti’ ce ne passa: l’esperienza non ci insegna che, noi che si concepiamo secondo lo stereotipo di “poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori”, abbiamo dalla nostra anche una mirabile attitudine alla cialtroneria e all’auto-gestione nei problemi quotidiani – capacità che sempre ci garantiscono la sopravvivenza? Forse potremmo allora anche guardare con un po’ di fiducia a ciò che sta accadendo – non trovate?
Potremmo a nostra volta pensare di riappropriarci e realizzare il nostro personale immaginario – liberando e lasciando finalmente fluire e circolare questa ‘tensione’ a una vita intensa, piena, gratificante! Un’urgenza che diventa quasi ‘fisica’, questa di erotizzare l’esperienza della vita! Una vita carica di desiderio – che dipende in primis da come noi percepiamo le persone e le situazioni, da come ce ne lasciamo investire e attraversare.
Pensate stia dicendo qualcosa di assurdo? Uhm… Ok: liberate la mente dall’immaginario patetico cui hanno deprezzato tanto per cominciare il ‘piacere’, e fate spazio per il ritorno di quello più profondo che già ci è dato sperimentare nelle nostre vite – sebbene spesso ce ne dimentichiamo. Vi offro un semplice esempio.
Minerva ama andare al mercato alimentare – che lei considera un vero e proprio spazio erotico. I miei sensi – tutti i miei sensi – in questo contesto sono continuamente stimolati.
A livello uditivo sono immersa nelle urla dei venditori che esaltano i propri prodotti attraverso le più bieche strategie di persuasione, mentre giungono altresì alle mie orecchie scampoli di conversazione con diversi accenti, tonalità, inflessioni degli acquirenti. A livello olfattivo – quante volte sottovalutiamo l’olfatto!, eppure non è una delle stimolazioni sensoriali più intense per il nostro corpo? – frutta, verdura, piante, latticini, insaccati, spezie mi possono portare addirittura nella dimensione del ricordo. Un ricordo vivo e immediato – con quell’effetto straniante per cui la memoria impazzisce nel ricollegare un profumo a un’esperienza, un luogo, un momento del passato. Le miei mani poi – pur se protette da igienici guanti – delicatamente toccano, accarezzano, selezionano, scartano, scelgono, mentre già immagino preparazioni, cotture, consumo e sapori.
A livello gustativo – oh, qui la cosa si fa interessante! – nelle chiacchiere con i venditori (ché non perdo mai l’occasione di una battuta, una domanda, una piccola conversazione) la sottoscritta ci guadagna quasi sempre un qualche assaggio mentre ascolta il racconto dell’origine di un prodotto e del viaggio (che può anche essere solo dalle montagne vicine o dal mare) che l’ha condotto lì. E se si tratta di un pezzetto di formaggio, Minerva lo assapora chiudendo gli occhi per meglio rivivere le parole di Davide Longo: “Cesare tagliò un morso sottile di toma e richiudendo il coltello guardò la sera che calava oltre la finestra. […] Mise in bocca la toma con un tozzo di pane e masticò fino a sentire il formaggio tornare latte, il pane grano”. A livello visivo, infine, l’intero mercato pulsa di luci contrastate, colori, sfumature di merci, scorci e persone. E immagino di poter evitare di approfondire il discorso della ‘retorica dello sguardo’ in base al quale io e il ragazzino che scarica le cassette di frutta ci mettiamo a conversare in silenzio in un seduttivo ed estemporaneo gioco leggiadro, vero?
Capite, allora, cosa intendo quando parlo di ‘eros’ come del lasciarsi colpire e attraversare dalle sensazioni, dal pensiero del piacere, dal lavoro dell’immaginazione? Sto ancora dicendovi qualcosa di assurdo se vi ricordo che il piacere può essere ovunque e vi propongo di riflettere sulle molteplici occasioni di stimolare la nostra tensione a ‘stare bene’, a sentirci vivi, a ‘godere’ nelle nostre vite quotidiane?
Perché quello che penso è che – se nel tempo ci siamo sempre più atrofizzati, spenti, e asserviti alla desertificazione emotiva e sensoriale cui certa politica e certi immaginari ci hanno voluto condannare per avere individui che subiscono senza reagire – forse coltivare (nutrendola, facendola crescere) questa attitudine al desiderio e al piacere può, anche questa, essere una strategia per riprendere il controllo delle nostre esistenze, e tornare a stare bene.
Liberi davvero, innanzitutto nella mente.
E’ alla nostra portata.
E’ già in noi e intorno a noi.
La stiamo già vivendo.
Dobbiamo solo ricordarci cosa ci dava piacere prima che permettessimo ad altri di imporsi sul nostro immaginario con le loro comunicazioni fuorvianti, i loro poveri teatrini, e le loro asettiche finzioni.
Cosa ci dava piacere?

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