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La parola "esclusivo" mi fa ribrezzo

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Oggi, in spiaggia, alcuni amici sfogliavano il catalogo di un tour operator che organizza viaggi in Africa, leggendone a voce alta i passaggi più interessanti.
Ora, è piuttosto normale che chi vende qualcosa ne decanti le qualità, magari perfino esagerandole un tantino: sta di fatto, però, che l'aggettivo più utilizzato in quel catalogo non era "bellissimo", "stupendo", "meraviglioso", "incantevole" o "sensazionale".
L'aggettivo più utilizzato era "esclusivo".
Niente di cui meravigliarsi, direte voi, giacché di questi tempi "esclusivo" è una delle parole più in voga negli spot pubblicitari di ogni sorta di prodotto: se lo utilizzano, evidentemente, è perché funziona.
Ma vi siete mai fermati a riflettere un attimo sul suo significato?
"Esclusivo" significa letteralmente "che esclude": e affermare che una cosa è "esclusiva" equivale a dire che quella cosa è riservata a pochi, o meglio che molti, o magari moltissimi, non avranno la possibilità di godersela.
Ebbene, a quanto pare questo particolare, cioè il fatto che gli altri ne siano esclusi, rende quella cosa ancora più desiderabile agli occhi dei più.
Abbiate pazienza, ma questo modo di pensare, che considera l'esclusione un elemento decisivo per scegliere una cosa rispetto a un'altra, mi fa ribrezzo: oltre a considerarlo un concetto pateticamente classista, ritengo che si tratti di una stronzata apocalittica.
Sapete come la vedo? Le cose belle sono belle, e basta.
Chi riesce a godersele solo quando gli altri ne sono esclusi, secondo me, quella bellezza non la capisce.

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