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Non sarebbe la prima volta

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Quando uccidevi,
favorendo il potere,
i soci vitalizi del potere,
ammucchiati in discesa
a difesa della loro celebrazione


(Fabrizio De André
"Sogno numero due"
da "Storia di un impiegato"
1973)


Io lascerei perdere, dandole per implicite, le ovvie formule di condanna del terrorismo, e mi concentrerei piuttosto su una riflessione di taglio diverso: quando il potere è in difficoltà perché il suo consenso diminuisce a vista d'occhio, mettersi a sparare produce quasi inevitabilmente l'effetto di terrorizzare la gente e indurla a rimettere nelle mani di quel potere la propria urgenza di sicurezza.
A meno che, naturalmente, la rivoluzione armata non acquisti una massa inerziale così imponente da capovolgere completamente la situazione e prendersi tutto il banco: cosa che negli anni '70, tanto per fare l'esempio più recente, non è accaduta, complice il fatto che il potere reagì all'attacco dell'eversione con il cinismo di chi strumentalizza la violenza altrui a proprio vantaggio.
Questo mi viene da pensare, oltre al fatto che sparare non mi appartiene come metodo politico e quindi è una pratica che disapprovo, leggendo di un ipotetico ritorno della lotta armata: che finirà per serrare i ranghi del potere, ricompattarlo e quindi rafforzarlo, anziché distruggerlo.
Credetemi, non sarebbe la prima volta.

Provo disagio

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Ricevo, e volentieri pubblico.

"Carabinieri.it TANGO DOWN" tuittano gli hacker tutti tronfi. E centinaia di persone rituittano. E quindi? Solo i cazzo di videogiochi sapete fare?
Quello si arrampica sul palo e poi casca e va in coma. No, non se lo merita come dice Libero, ma cazzo: si può dire che se l'è cercata? E no, non sei un cazzo di eroe come Ghandi. State da cinque, da dieci, da venti anni a fare gli Agnolotto e Casareccio di professione, e non ottenete nulla se non o di farvi ammazzare di botte, o di devastare a sfregio la qualunque (giustificando peraltro nell'opinione pubblica -non solo in Belpietro!- l'odio verso di voi e le botte che prendete).
Stalin li avrebbe tutti mandati a lavorare questi perdigiorno del cazzo che non sanno cosa sia la Rivoluzione. E' sovvertire il sistema. Se quello si sovvertiva in piazza spaccando, in quanto basava il suo potere sulla forza (erano altri -e bei, aggiungerei) tempi, questo si sovverte NON COMPRANDO IL CAZZO DI IPAD (metaforicamente parlando).
"Siamo incazzati. Vogliamo cambiare tutto!" Bene. Vai a zappare. Mangia grano. Ridigli in faccia a quelli che ti vendono un rasoio usa e getta (wat?) IN UNA CONFEZIONE CHE PESA PIÙ' DEL RASOIO STESSO!!!
Scusa, e' che sono incazzato che debbo aspettare ancora 10 giorni per avere la mia nuova Audi A1.

Rosario.

Minerva comincia col riprendersi le parole (e vi invita a fare altrettanto)

15 Commenti »

Buongiorno a tutte/i!
Una delle ragioni per le quali Minerva è esasperata dai politici attualmente al potere è che l'immaginario mediocre, deprimente, disumano e patetico cui ci hanno sottoposto - e che continuano a tirare a inculcarci come modello di felicità, benessere e successo (ma per favore!) - si nutre di parole che costoro ci hanno rubato e delle quali fanno un uso perverso, ben distante dal loro significato originario.

Per quanto apparentemente questa potrebbe sembrarci cosa di poco conto, in realtà è attraverso le parole che diamo forma ai concetti e alle nostre esperienze. Ed è vero che la lingua cambia col tempo nell'uso quotidiano che ne fanno coloro che la parlano, ma quando il nuovo significato è frutto della scelta intenzionale di una corrente politica per mascherare i propri interessi e le proprie prospettive - fingendo che le cose siano come non sono - non va più tanto bene.

In un post molto agguerrito di alcuni mesi fa indicavo, ad esempio, il caso della parola 'libertà' in bocca a chi pretende di regolamentare questioni così private che investono la medesima gestione personale del nostro corpo - un evidente paradosso, nonché un abominio. E pensiamo parimenti a come è stata svalutata la dimensione di competenza, piacere, creazione e partecipazione alla costruzione del mondo e della comunità insita in tanta trattazione filosofica del concetto di 'lavoro', oggigiorno ormai percepito unicamente come un tragico soffocante distruttivo fardello - ancorché insicuro, precario, e potenzialmente schiavistico - dopo il tempo del quale e l'alienazione che ci provoca comincia la nostra vera esistenza (se riusciamo ancora ad avere energia e fiato per viverla).

E vogliamo dire qualcosa di quel concetto meraviglioso che sarebbe contenuto nel termine 'amante' venuto invero ormai a indicare persone in ruoli affettivi precari, e comunque riprorevoli agli occhi dei più? E che dire delle parole 'vincere/vittoria', ormai inutilizzabili non tanto per via del motto, anche sottoscrivibile, erroneamente attribuito a De Coubertin, quanto per l'uso che ne fecero certi protagonisti della storia italiana al punto tale da convincere anche le generazioni a venire a provare una certa ritrosia nell'utilizzarle pure in situazione potenzialmente appropriate (con le mafie vogliamo partecipare, convivere, pareggiare o le vogliamo provare proprio a vincere?).

Benissimo. Abbiamo ora la possibilità di partecipare a un progetto collettivo per cominciare col riprenderci le parole, custodirle e difenderle: la Società Dante Alighieri, che sostiene la diffusione della lingua italiana, lancia il progetto "Adotta una parola", con il quale chiunque può candidarsi (volontariamente, ma anche senza alcuna spesa) a divenire custode per un anno di una parola a sua scelta della lingua italiana - impegnandosi a diffonderne il significato corretto e a segnalare alla società in oggetto gli usi errati (o perversi!) della medesima.
Non vi sembra questa una mirabile occasione - pur se non sta nel loro progetto, ma nel nostro di resistenza sì - per riprenderci, custodire e difendere altri immaginari e altre prospettive sulla vita, le relazioni, il mondo in cui viviamo associate al significato originario di quelle parole?

In sintesi, possiamo cominciare a cambiare le cose anche solo riappropriandoci della lingua che parliamo - imparando ad approfondire noi stessi i significati delle parole che usiamo e poi a difenderli da chi ne fa un uso distorto e cerca di mettere questi ultimi significati arbitrari e truffaldini nelle nostre teste: resistenza è anche questo.
Non vi sentite già dotati delle armi migliori - ovvero la scrittura, l'intelligenza e un po' di strategia? E, ciliegina sulla torta, lo facciamo all'interno del 'sistema', con i suoi stessi strumenti (date un'occhiata ai credits della società...).


PS1: grazie a Giuliana per la segnalazione del progetto.
PS2: Grazie ad Ale e Giada per le utili conversazioni in merito a questo post.
PS3: il sito è sottodimensionato per le connessioni che sta ricevendo, quindi se incostraste intoppi nella scelta+adozione della parola, abbiate pazienza e riprovateci in altro momento. Sarà mica il dover ritentare più volte che può farci desistere, no? Forza! Riprendiamoci le parole! ;-)

Provate con la Playstation

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Quello che mi lascia perplesso non è tanto l'alzata d'ingegno di sfasciare tutto -il che, per qualunque motivo lo si faccia, sarebbe già di per sé contrario alla mia visione della lotta politica-, quanto il fatto che la devastazione duri il tempo di un pomeriggio e non sia finalizzata ad ottenere alcunché.
Volete innalzare barricate, mettere a ferro e fuoco la città, seminare il caos? Be', io sono convinto che i mezzi prefigurino i fini, e quindi penso che comunque non vi servirà a niente: però, perlomeno, scatenate l'inferno perché credete che vi serva a raggiungere un obiettivo, e abbiate la decenza di non smettere finché non lo ottenete.
Perché fare le rivoluzioni di due ore e mezza, sospese al calar della sera per togliersi il passamontagna e andarsi a mangiare una pizza, è davvero una cosa da gente piccola, mediocre e meschinella.
Date retta, provate con la Playstation.
Vi si addice di più.
Sent from my Blackberry®

Minerva, il tempo come ricchezza e la frugalità felice

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[sottotitolo: Prendetevi il tempo - non necessariamente ora - per leggere con calma...]

Buongiorno a tutti! Minerva sta guardando con curiosità questo vento che di recente ha morbidamente accarezzato la penisola portando situazioni inattese quali quelle d'un cambiamento che potrebbe essere di ordine culturale oltre che politico – pensiamo alla (mobilitazione per la) partecipazione al referendum, responsabile del successo dei medesimi dopo anni di astensionismo, e alla danza sfrenata e dionisiaca delle campagne elettorali, che abbiamo ben visto come s'è manifestata a livello virtuale.
Ma Minerva è rimasta ancora più colpita da ciò che stava accadendo nel momento in cui a Milano, per esempio, mentre passeggiava per una via Padova protagonista a metà maggio di iniziative 'dal basso' e momenti conviviali multiculturali e intergenerazionali, ha sentito anziani milanesi riflettere commossi “quando è stata l'ultima volta che abbiamo fatto qualcosa del genere?, perché abbiamo permesso per decenni che questo non accadesse?” e ancora “noi non eravamo così sospettosi!, quanto tempo abbiamo perso!”.

Minerva e gli spazi del desiderio e della rivoluzione

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Buongiorno a tutti! Minerva Jones sente finalmente ‘eros’ intorno a tutti noi! Non avvertite anche voi questa energia che da alcune settimane – pur se qui mista alla disperazione e al senso di impotenza – sta facendosi strada ovunque? Non la sentite?
Io sì, e per me ha questo ritmo. Un ritmo di ‘esasperazione’, ‘opposizione’, ‘resistenza’, e ‘reazione’ – un insieme sicuramente confuso e privo ancora di una meta precisa e di strategie per raggiungerla, ma intanto questa energia comincia a essere presente e fluire. Qualcosa in cui mi riecheggia l’idea di liberazione delle tensioni creative profonde dell’uomo – desiderio che potrebbe rappresentare l’occasione per la realizzazione di un mondo più sano, felice, solidale, pacificato e meno sfigurato dall’aggressività, dalla violenza, dalla guerra.
Minerva, infatti, legge in questo senso ciò che stanno provando coloro che la circondano così come le immagini televisive che ci portano l’informazione (e l’eco) dei movimenti di ribellione dall’altra sponda del Mediterraneo. Le parole che ha scritto in questi giorni Alain Badiou nell’analizzare la situazione in corso ispirerebbero quanto meno fiducia sulle conseguenze che si creano quando un movimento, per ‘risonanza’, si espande: “Migliaia di possibilità nuove, riguardanti queste contraddizioni, sorgono ad ogni momento, alle quali lo Stato – ogni Stato – è interamente cieco. Si vedono delle giovani dottoresse venute dalla provincia per curare i feriti dormire in mezzo ad un cerchio di giovani selvaggi, e sono più tranquille che mai, sanno che nessun toccherà loro neanche la punta di un capello. Si vede, ancora, una fila di cristiani appostata, in piedi, per vegliare sui musulmani piegati in preghiera. Si leggono mille cartelli in cui la vita di ognuno si mischia senza distacco alla grande Storia di tutti”.
Le conseguenze economiche, politiche, sociali di tutto questo su di noi possiamo anche ipotizzarle già adesso, ma da qui a considerarle ‘catastrofiche’, ‘epocali’, ‘destabilizzanti’ ce ne passa: l’esperienza non ci insegna che, noi che si concepiamo secondo lo stereotipo di “poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori”, abbiamo dalla nostra anche una mirabile attitudine alla cialtroneria e all’auto-gestione nei problemi quotidiani – capacità che sempre ci garantiscono la sopravvivenza? Forse potremmo allora anche guardare con un po’ di fiducia a ciò che sta accadendo – non trovate?
Potremmo a nostra volta pensare di riappropriarci e realizzare il nostro personale immaginario – liberando e lasciando finalmente fluire e circolare questa ‘tensione’ a una vita intensa, piena, gratificante! Un’urgenza che diventa quasi ‘fisica’, questa di erotizzare l’esperienza della vita! Una vita carica di desiderio – che dipende in primis da come noi percepiamo le persone e le situazioni, da come ce ne lasciamo investire e attraversare.
Pensate stia dicendo qualcosa di assurdo? Uhm… Ok: liberate la mente dall’immaginario patetico cui hanno deprezzato tanto per cominciare il ‘piacere’, e fate spazio per il ritorno di quello più profondo che già ci è dato sperimentare nelle nostre vite – sebbene spesso ce ne dimentichiamo. Vi offro un semplice esempio.
Minerva ama andare al mercato alimentare – che lei considera un vero e proprio spazio erotico. I miei sensi – tutti i miei sensi – in questo contesto sono continuamente stimolati.
A livello uditivo sono immersa nelle urla dei venditori che esaltano i propri prodotti attraverso le più bieche strategie di persuasione, mentre giungono altresì alle mie orecchie scampoli di conversazione con diversi accenti, tonalità, inflessioni degli acquirenti. A livello olfattivo – quante volte sottovalutiamo l’olfatto!, eppure non è una delle stimolazioni sensoriali più intense per il nostro corpo? – frutta, verdura, piante, latticini, insaccati, spezie mi possono portare addirittura nella dimensione del ricordo. Un ricordo vivo e immediato – con quell’effetto straniante per cui la memoria impazzisce nel ricollegare un profumo a un’esperienza, un luogo, un momento del passato. Le miei mani poi – pur se protette da igienici guanti – delicatamente toccano, accarezzano, selezionano, scartano, scelgono, mentre già immagino preparazioni, cotture, consumo e sapori.
A livello gustativo – oh, qui la cosa si fa interessante! – nelle chiacchiere con i venditori (ché non perdo mai l’occasione di una battuta, una domanda, una piccola conversazione) la sottoscritta ci guadagna quasi sempre un qualche assaggio mentre ascolta il racconto dell’origine di un prodotto e del viaggio (che può anche essere solo dalle montagne vicine o dal mare) che l’ha condotto lì. E se si tratta di un pezzetto di formaggio, Minerva lo assapora chiudendo gli occhi per meglio rivivere le parole di Davide Longo: “Cesare tagliò un morso sottile di toma e richiudendo il coltello guardò la sera che calava oltre la finestra. […] Mise in bocca la toma con un tozzo di pane e masticò fino a sentire il formaggio tornare latte, il pane grano”. A livello visivo, infine, l’intero mercato pulsa di luci contrastate, colori, sfumature di merci, scorci e persone. E immagino di poter evitare di approfondire il discorso della ‘retorica dello sguardo’ in base al quale io e il ragazzino che scarica le cassette di frutta ci mettiamo a conversare in silenzio in un seduttivo ed estemporaneo gioco leggiadro, vero?
Capite, allora, cosa intendo quando parlo di ‘eros’ come del lasciarsi colpire e attraversare dalle sensazioni, dal pensiero del piacere, dal lavoro dell’immaginazione? Sto ancora dicendovi qualcosa di assurdo se vi ricordo che il piacere può essere ovunque e vi propongo di riflettere sulle molteplici occasioni di stimolare la nostra tensione a ‘stare bene’, a sentirci vivi, a ‘godere’ nelle nostre vite quotidiane?
Perché quello che penso è che – se nel tempo ci siamo sempre più atrofizzati, spenti, e asserviti alla desertificazione emotiva e sensoriale cui certa politica e certi immaginari ci hanno voluto condannare per avere individui che subiscono senza reagire – forse coltivare (nutrendola, facendola crescere) questa attitudine al desiderio e al piacere può, anche questa, essere una strategia per riprendere il controllo delle nostre esistenze, e tornare a stare bene.
Liberi davvero, innanzitutto nella mente.
E’ alla nostra portata.
E’ già in noi e intorno a noi.
La stiamo già vivendo.
Dobbiamo solo ricordarci cosa ci dava piacere prima che permettessimo ad altri di imporsi sul nostro immaginario con le loro comunicazioni fuorvianti, i loro poveri teatrini, e le loro asettiche finzioni.
Cosa ci dava piacere?

Minerva e il concetto di ‘guerriero compassionevole’

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Buongiorno a tutti! Minerva Jones ha imparato da tempo che non si può non cambiare il mondo. La nostra stessa presenza fisica in un determinato luogo altera quel contesto – introduce una variabile che lo rende diverso da ciò che sarebbe se noi non ci fossimo (è la teoria del batter d'ali di una farfalla in Brasile che provoca un tornado in Texas) – così come, e in modo altrettanto incisivo, ogni nostra parola, azione, scelta ha conseguenze su di noi e sugli altri.

Questo è parte del processo attraverso il quale noi – esseri umani – cambiamo quotidianamente la cultura e la società cui apparteniamo, che ne siamo consapevoli o meno, e ne provochiamo talvolta mutamenti repentini (come nel caso di pratiche culturali nuove imposte dalle leggi), talvolta sfumature che nascono da variazioni nella consuetudine e magari richiedono un numero maggiore di individui per venire accettate e condivise dall’intera comunità (pensiamo alla struttura della lingua, ai significati delle parole, e al modo in cui questi cambiano nel tempo).
Date queste premesse, la sottoscritta – che rispetto a qualsiasi cosa alimenta il dubbio e un sano relativismo culturale, così come non ha tutta questa fiducia nei partiti, nei leader, nei programmi – ha deciso pertanto che preferisce agire a livello della dimensione della cultura, della comunità e della società.

Persuasa del fatto che non posso non cambiare il mondo, ho quindi assunto da tempo un atteggiamento da “guerriero compassionevole” - espressione che ai miei occhi è venuta a significare l’insieme, nel medesimo individuo, di attitudini da ‘combattente resistente’ e da ‘persona gentile’ con i propri simili.
Il ‘combattente resistente’ è colui che rimane fermo nella propria posizione dopo averla scelta – in seguito a un’attenta analisi di tutte le opzioni possibili – come quella che ritiene funzionale a proteggere se stesso (senza alcun egoismo, proprio solo per autoconservazione) segnando il limite che gli altri non devono superare (sia concretamente, sia metaforicamente). Il che non significa rifiuto di mutare tale limite se le argomentazioni altrui a favore di un altro punto di vista risultino per questa persona, quando ne viene a conoscenza, più funzionali alla propria vita.
Con questo in mente, mi proteggo da tempo dicendo talvolta anche dei “no” molto sofferti. Ho imparato parimenti a chiedere, con fermezza e determinazione, il rispetto delle mie posizioni, della mia persona e dei miei diritti. E ho imparato a non mollare mai – riprendendomi, ogni volta che mi è stato negato, ciò che mi spettava, con tutte le strategie legali possibili (cosa che ritengo pure un dovere sociale che vorrei tutti facessero: a chiedere con fermezza l’applicazione di diritti che ci sono dovuti su grandi numeri non potrebbero ignorarci…).

La dimensione della ‘gentilezza’ discende invece dalla comprensione che anche gli altri sono nelle mie stesse condizioni e che quindi le mie stanchezze, i miei sospetti, le mie paure, le mie sensazioni di impotenza e via dicendo sono anche quelli altrui. La compassione non è quindi un sentimento di superiorità nei confronti di altri a noi inferiori, quanto un atteggiamento di disponibilità derivante dal ‘provare lo stesso dolore’ (dall’origine latina del termine) tra pari.
Vero è che ciascuno di noi è sintesi delle esperienze che ha fatto nella vita, e forse quelle negative formano di più di quelle positive perché i traumi e la sofferenza ci impongono riflessioni profonde, prese di posizione forti, e una qualche ridefinizione della nostra identità. Ma sapendo che con quelle comunque si avrà a che fare, prima o poi, nell’esistenza, possiamo nella vita quotidiana sostenere invece l’altra prospettiva – quella che ci fa sentire a nostro agio in mezzo agli altri e che promuove in loro la stessa cosa?

L’idea di Minerva è che sia necessario creare un circolo virtuoso che promuova relazioni sociali positive o almeno disponibili all’ascolto altrui: la gentilezza può essere sovversiva. Chiedere come sia andata la giornata alla cassiera mentre in tarda serata è ancora lì che lavora, ringraziare una volta in più piuttosto che una in meno, cedere gratuitamente un biglietto del parcheggio non completamente utilizzato al proprietario dell’auto alla quale lasci il posto quando te ne vai in anticipo rispetto all’ora per cui avevi pagato…
Pensate a quando voi siete beneficiari di atti positivi: non vi predispongono al positivo a vostra volta? Quantomeno non vi predispongono al negativo, e questo già non è poco!

Domenica scorsa ho scattato una foto che per me è metafora di ciò che siamo: una comunità di persone – un tessuto di trama e ordito – in cui è importante non lasciare che qualche punto si sfilacci, che si crei un foro da qualche parte, o che un filo si perda nel vuoto. Perché se ciò accade, si sa come il tessuto va a finire…
Possiamo pensare di diventare tutti guerrieri compassionevoli per ottenere nuovamente il rispetto dei nostri diritti e per abituarci a concepirci come comunità – e nel fare ciò ricostruirla – dato che questa, volenti o nolenti, ci è necessaria per sopravvivere?

Minerva, il suo immaginario, e la rivoluzione nella vita quotidiana

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Buongiorno a tutti! Minerva Jones è un po’ frastornata da tutta questa baraonda che va avanti da settimane, ma l’occasione le è gradita per spendere anche qui due parole su immaginari, bellezza, sensorialità, e vari altri elementi che possono rendere la nostra esistenza un po’ più felice – pur nella landa desolata della tristezza politica e mediatica con cui ci confrontiamo ogni giorno e nella fatica di vite quotidiane in cui sopravvivere è diventata la scalata di una parete rocciosa a mani nude.
Minerva, in effetti, è disgustata per l’incoerenza tra il dire e il fare, infastidita per l’ignoranza, l’incompetenza e la volgarità assurte a valori positivi e premesse ineluttabili alla carriera politica, e infine indignata per la retribuzione di tutti costoro con i soldi di noi cittadini – ma non su questo vuole invitarvi a pensare.
Lei, soprattutto, non riesce proprio a stare dentro immaginari contaminati da squallore, ignoranza, volgarità – e rimane convinta che la condizione e le relazioni umane potrebbero far provare ben altro, se mutassimo punto di vista e ci predisponessimo a viverlo.

Tristezza e mediocrità davanti ai miei occhi – questo vedo e da questo intendo fuggire!

Minerva continua a pensare, per esempio, che il sesso sia meraviglioso non tanto se è ‘libero’, quanto se è eros (Marcuse docet) – ovvero un insieme di desiderio, passione, complicità, comprensione, comunicazione e condivisione in cui tu, semplice essere umano, per un istante accedi all’assoluto, diventi ‘eterno’, annulli lo spazio e il tempo, e poi porti con te la positività che hai provato in quell’istante nella tua vita quotidiana, investendola di ‘energia vitale’ (un mix strepitoso di endorfine, ossitocina, serotonina e via dicendo). Vogliamo comparare questo con un paio di palpatine a pagamento?
Perché il mio immaginario erotico deve allora essere impoverito al livello del Drive In (carne da macello) – che mi propina una televisione ripetitiva e stanca o una politica che mette mano al portafoglio – se invero per me è moto dell’anima, situazione magica, tensione verso il piacere che pur posso vivere nella mia vita quotidiana ogni volta che un profumo mi porta in un’altra dimensione della memoria, un alimento mi stimola tutti i sensi, una conversazione mi riempie il cuore, la vista del mio innamorato me lo riduce in mille pezzi?

E scostandoci dal discorso erotico, per parlare piuttosto di relazioni sociali, sarò un’idealista ma ritengo che i rapporti tra le persone non dovrebbero più modellarsi su categorie e ruoli che in ultima analisi hanno privato tutti noi della libertà di espressione, vincolandoci a espliciti o impliciti compiti e limiti di azione: finché ci sarà una donna che verrà trattata come una povera scema oggetto di dominio maschile, ci sarà un uomo che verrà dileggiato se vorrà esprimere le proprie fragilità e i propri sentimenti.
Che siamo uomini, donne, ‘corpi universali’ – che m’importa? Io vorrei poter essere persona tra persone, non avere nessun ruolo oppure avere tutti i ruoli possibilmente contemplabili con gli interlocutori con i quali mi accompagno per condividere momenti delle nostre vite – mutualmente complici, amici, alleati, compagni, padri, figli, fratelli, amanti, che negoziano direttamente e liberamente tra loro, di volta in volta, regole e limiti di una relazione che fa stare bene entrambi.

E vorrei infine, a chiusura parziale di una lista dei desideri che sarebbe davvero troppo lunga, cominciare con il riappropriarmi di parole che poteri perversi hanno declinato a finalità in aperta antitesi a ciò che esprimevano in precedenza. La parola ‘libertà’ in bocca a chi pretende di regolamentare questioni così private che investono la medesima gestione personale del nostro corpo io lo trovo un evidente paradosso (nonché un abominio), così come il termine ‘amante’ – potenzialmente ricchissimo di connotazioni di dono d’amore appassionato (e gratuito) – è ora decaduto a designare persone che vivono ruoli sgradevoli in relazioni fasulle.

Revolution starts at home, preferably in the bathroom mirror (“La rivoluzione comincia a casa, preferibilmente davanti allo specchio del bagno”), scrivevano gli Hüsker Dü.

Ciascuno di noi ha un proprio ‘mondo immaginario/immaginato’ – un’inedita e unica intersezione di memoria e desiderio. La storia dell’umanità, nei suoi piccoli e grandi cambiamenti, ci insegna che la trasformazione di una società e di una cultura avviene nel momento in cui alcuni iniziano a percepire i mondi immaginari/immaginati come ‘mondi possibili’ – potenziali collocazioni e proiezioni future di sé (e non sto parlando di politica, di partiti, di rappresentanze: sto parlando proprio delle nostre vite quotidiane e delle nostre relazioni faccia-a-faccia).
Forse già solo questo – affermare la nostra presenza, in questa società in crisi, come presenza consapevole, riflessiva, e segnata dall’intenzione, dal desiderio, dalla tensione verso un certo nostro immaginario – potrebbe essere ‘rivoluzionario’.

E voi? Quali sono gli elementi che vi rendono felici, le componenti del vostro immaginario, a prescindere da quello che invece vi viene proposto come modello mediatico e politico oggi? E se sono già presenti nelle vostre vite quotidiane - questi elementi - potreste spingerli magari ‘oltre’? Perché, in tal caso, non cominciare a farlo ora?

E intanto questi fanno la rivoluzione

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Ieri sera ho finalmente trovato il tempo di installare Ubuntu anche sul netbook che ho comprato prima delle vacanze, e appena ho riavviato il computer -come tutte le volte- mi è venuto un sorriso largo così.
Sapete cosa? Il fatto che un sistema operativo sviluppato in modo diffuso e partecipativo da migliaia di persone sparpagliate per il mondo e distribuito gratuitamente a chiunque abbia voglia di utilizzarlo funzioni così bene è meraviglioso, e soprattutto -nel senso letterale del termine- eversivo.
Mentre gli altri -compreso me- chiacchierano, questi stanno facendo la rivoluzione.
E la fanno sul serio.

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