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Nobel per la pena di morte

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Visto che oggi ricorre la nona giornata mondiale contro la pena di morte, colgo l'occasione per ricordare che negli Stati Uniti d'America del premio Nobel per la pace Barack Obama, leader mondiali dello stato di diritto e solerti esportatori della democrazia a suon di basi militari disseminate ovunque, dall'inizio dell'anno sono state praticate 37 esecuzioni capitali.
Poi qualcuno inizierà coni soliti distinguo, tipo che non è il paese nel suo complesso, ma alcuni dei singoli stati da cui è composto, a dover abrogare la pena di morte; la questione, tuttavia, resta bella aperta: prima di indispettirci per quello che succede nella Bielorussia del perfido Lukašenko, non sarebbe il caso di dire due paroline ai nostri amici yankee, ai quali diciamo di volerci ispirare un giorno sì e l'altro pure?

Teresa

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L'Iran, che è notoriamente un regime illiberale e liberticida, manda a morte Sakineh, e succede che il mondo (per fortuna) si indigna, si incazza, si mobilita, finché Ahmadinejad non è costretto a balbettare qualche fregnaccia per evitare di fare una figura di merda planetaria più clamorosa di quella che ha già fatto.
Lo stato della Virginia, che forma notoriamente parte integrante di una grande democrazia occidentale, manda a morte una disabile psichica, e succede che nessuno dice un cazzo.
Sbaglio, o date le premesse c'è qualcosa che non va?

Analgesia capitale

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Lo stato del Nebraska ha approvato una legge che proibisce l'aborto oltre la ventesima settimana, sulla scorta di "nuovi studi" in base ai quali il feto, a quello stadio, comincerebbe a provare dolore.
Siccome in Nebraska non è stata ancora abrogata la pena di morte, delle due l'una: o esistono ulteriori "nuovi studi" secondo i quali i feti provano dolore, ma le persone fatte e finite no, oppure c'è qualcosina che non funziona.
Personalmente, propenderei per la seconda ipotesi.

Positiva in che senso?

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afghanistan

Chi legge questo blog dovrebbe sapere che non ho mai espresso opinioni pregiudizialmente antiamericane e/o antiatlantiche: nel caso di specie, tuttavia, mi corre l'obbligo di rilevare che evidentemente il generale Jim Jones ed io abbiamo due idee assai diverse dell'aggettivo "positivo".

Prima abrogatela da voi, poi parlate quanto volete

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Dalla lettura della notizia, per la verità, si evince in modo piuttosto chiaro che la Casa Bianca non ha condannato tanto le impiccagioni in sé, quanto il fatto che esse siano state eseguite da un regime contro i suoi oppositori politici.

Però, abbiate pazienza, leggere ex abrupto sul titolo che gli americani hanno stigmatizzato delle condanne a morte mi ha procurato un fastidioso fremito di disgusto.

Non sarebbe meglio, presidente Obama, mettersi nella condizione di poterle condannare tutte, senza alcuna distinzione?

L’inganno dello “scontro delle civilizzazioni”

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Generalizzando un po', si può dire che prima dell’11 settembre si sia vissuto, da un punto di vista prettamente geopolitico, in una specie di campana. Annoiatamente assorbiti dalle solite magagne nazionali, guardavamo al mondo come al solito "paludone": qualche gorgo qua e là, ma niente che eccitasse gli animi.

Il Giappone, al capolinea, lo si sapeva impegnato da una decade a ripagare i debiti della sua bolla finanziaria (che noia); l’orso ex-sovietico svernava in un sanatorio della Crimea, sottoposto a un regime forzato di dieta e disintossicazione (interessantissimo? Forse); nel bel mezzo, il malloppone indo-cinese "andava" (?); in Medio Oriente arabi e israeliani continuavano a odiarsi (e vabbe', si sa); l’Africa boh (comunque poco importava, giacché, The Economist ci aveva convinto che il continente nero fosse geopoliticamente irrilevante); e poi?

La pena di morte è un fallimento [di Serafino Murri]

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Ieri sera discutevamo della più grande delle contraddizioni della democrazia americana: la pena capitale. Concludevo la mia arringa da obiettore di coscienza affermando la speranza che gli USA arrivassero prima o poi a superare questa terribile perversione giuridica, questo residuo t...ribale della legge del taglione. E ora, a quanto pare, questo momento è a un passo dall'arrivo. Definire "un fallimento", da parte dello stesso istituto che l'aveva introdotta negli Stati Uniti oltre 50 anni fa, la pratica più barbarica e vendicativa che rende la giustizia, quale che ne sia il motivo, l'esecuzione cieca di un'ingiustizia senza appello, è qualcosa che mi fa riflettere sui cambiamenti possibili di mentalità nel mondo. Vado a dormire pieno di soddisfazione e speranza, in silenzio. Questo sì che è qualcosa che risponde, in maniera concreta e senza retorica, a uno dei più grandi "I have a Dream" che l'umanità può pronunciare.

L'HIV, la pena di morte e la democrazia americana

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Debbo confessarvelo: non ero a conoscenza del fatto che alle persone sieropositive fosse interdetto l'accesso negli Stati Uniti d'America.

Però so fin troppo bene, come tutti voi, che da quelle parti è ancora in vigore la pena di morte, e pur non essendo affatto un antiamericano militante la notizia appena appresa mi sollecita ancora una volta una riflessione angosciosa: vi pare possibile che un paese nel quale fino all'anno scorso trovava posto una discriminazione indecente come quella del titolo, e in cui vige tuttora (ed è applicata con sistematica ferocia) la brutalità medievale delle esecuzioni capitali, venga additato da tutti come il più fulgido esempio di democrazia rintracciabile sulla piazza?

Sull'argomento non sono, come ripeto, un integralista: lungi da me, quindi, voler paragonare una nazione nella quale lo stato di diritto, specialmente in alcune sue manifestazioni, funziona assai meglio che in altri posti, con realtà drammatiche nelle quali i diritti umani latitano, o addirittura non esistono.

Però consentitemi, in attesa di conoscere la vostra opinione, di dire la mia con pacata fermezza: la democrazia americana ne deve fare, di strada, prima di ambire a un minimo paragone con gli europei.

Amanda Knox: italiani mafiosi, come vi permettete?

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Già, davvero, ma come possiamo, noi, laidi italioti –pizza, fichi e mandolino—, pur'anche pensare di permetterci di giudicare —ed eventualmente di affibbiare ben 26 anni di carcere- a una cittadina americana?

Sì, a una bianchissima, WASP-issima ventenne nel cui puerile corpo e vetrigno sguardo e nelle cui semi-languide movenze si rispecchia l'anima più profonda dell'inquietante public opinion americana? Sì, quell'anima anglo, dominante, perbene e middle-class che alberga nel petto una folta schiera di demoni; quella che, per esempio, se la fa sotto, gridando al sacrilegio, quando per disavventura compare in TV un paio di zinne per un nano-secondo, ma che non esita un istante ad annichilire intere schiatte che le intralcino la marcia imperiale (donne e bambini inclusi, natürlich);

Ergastolo adolescenziale

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Sinteticamente, perché ci terrei a conoscere la vostra opinione: per come la vedo io condannare all'ergastolo una persona per un reato che ha commesso quando aveva quindici anni, precludendogli in tal modo la possibilità di ravvedersi dopo un errore commesso in età così giovanile, è un'aberrazione.

Non ho difficoltà a dirlo chiaramente: quale che sia il reato.

A voi.

La nuvola della morte

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Ieri, su questo blog, si parlava di pena di morte: come sempre, trattandosi di un argomento controverso, il dibattito si è sviluppato con una grande quantità di opinioni diverse.
Io, che considero la pena capitale una barbarie bella e buona, sono andato a recuperare tutti i dati delle esecuzioni poste in essere negli Stati Uniti d'America dal 2000 ad oggi, e con i nomi dei condannati ho fatto una nuvola.
Non so a voi, ma a me, visti tutti insieme, questi nomi fanno un'impressione orribile: sono così tanti che per farli stare in un solo rettangolo l'algoritmo ha dovuto scriverli piccoli, così piccoli che quasi non si leggono, anche se (come vi invito a fare) cliccate sull'immagine per ingrandirla.
Si tratta di una strage in piena regola: quasi seicento persone in dieci anni, uccise non per rapinarle, o per una lite, o per incassare un'eredità, ma in nome della giustizia.
So già che qualcuno mi scriverà polemicamente nei commenti: e le vittime? Perché non fai una nuvola anche con i loro nomi? Sarebbe ancora più grande e impressionante.
Non discuto: quella nuvola sarebbe senz'altro molto più spaventosa di questa.
Però, con tutto il rispetto che nutro nei confronti delle vittime e dei loro familiari, c'è un particolare.
Quelli sono stati uccisi da uno qualunque, nell'esercizio del crimine.
Questi altri, invece, sono stati ammazzati per legge.
Continuo a pensare che ci sia una gran bella differenza.

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Immagine realizzata con Wordle.

Barbarie capitale

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Detta così sembra quasi una cosa da niente.

Però, sapete com'è, quelle diciotto persone avevano dei nomi. Per l'esattezza, si chiamavano Curtis Moore, Frank Moore, Reginald Perkins, Virgil Martinez, Ricardo Ortiz, David Martinez, Dale Scheanette, Johnny Johnson, Willie Pondexter, Kenneth Morris, James Edward Martinez, Luis Salazar, Michael Rosales, Derrick Johnson, Michael Lynn Riley, Terry Hankins, Stephen Moody e, per l'appunto, Cristopher Coleman.

E per giunta, come se non bastasse, avevano pure delle facce:


Soltanto nel 2009, oltre alle diciotto del Texas, negli Stati Uniti d'America sono state effettuate altre ventuno esecuzioni capitali.

A me non pare, sinceramente, che grazie a questo sistema i delitti in America siano diminuiti, né che la morte di questi criminali abbia restituito alle famiglie le loro vittime.

Si tratta di una barbarie fine a se stessa, che aggiunge morte alla morte, dolore al dolore, disperazione alla disperazione.
Sapete cosa penso? La pena di morte è evidentemente inutile, oltre ad essere una misura indegna di una nazione civile, e nessun paese può dirsi uno stato di diritto finché non l'abbia abrogata.

La vendetta, quella, è un'altra cosa.

Buona per i paesi fondamentalisti, per i film con Charles Bronson, e poco di più.

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