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Quando il Pci affonderà, verranno a galla tutti gli stronzi

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Sottotitolo: tutti sono invitati ad esser impietosi.

il tema mi sembra chiaro: com'è possibile che a gestire la "sinistra" italiana siano ancora D'Alema, Veltroni, Bersani, Fassino, Bettini, Franceschini, Bindi, Follini e via andando, ossia, la FGCI degli anni '70, i giovani DC (di sinistra) del tempo e qualche scheggia di provenienza FGSI? Non hanno mai vinto nulla, non hanno mai fatto un'analisi politica corretta, non hanno mai azzeccato una previsione, non hanno mai "conquistato" nulla per il loro "popolo" o elettorato, insomma sono un fallimento sul piano politico ed uno zero assoluto su quello intellettuale e progettuale. Han passato circa 40 anni, qualcuno un pelo di più, qualcuno un pelo di meno, a "fare politica", perdendo sempre ed arrivando in ritardo a tutti gli appuntamenti. Eppure la loro base non li mette ancora in discussione né, tantomeno, li caccia a pedate. Anzi, o se ne vanno volontariamente o nessuno li manda via.
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Quindi la comune aderenza partitica, perché era la maniera per stare dallo stesso lato dello steccato. Ma una diffidenza intellettuale totale, la quale richiedeva quindi che l'apparato si autoselezionasse in base a puri criteri interni, criteri di apparato. Ed i criteri di apparato, specialmente se dell'apparato togliattian-stalisnista del PCI si tratta, sono quelli della fedeltà, dell'obbedienza, della mediocrità, del lavoro di corridoio. Niente voli pindarici, niente rischi intellettuali, niente sperimentazioni, niente critica, niente contaminazioni culturali: allineati e coperti, che presto o tardi si occupa la stanza dei bottoni (perché in quei termini pensavano e pensano). … L'innovazione politico-intellettaule viene quindi penalizzata sempre, la mediocrità burocratica sempre premiata. E questo processo di selezione dura dal 1950 al 1990, instancabile.
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Negli anni del tramonto e dell'implosione si affaccia una generazione nuova davvero, quella selezionata completamente all'interno del partito, quella che nulla ha a che fare né con la resistenza né con i movimenti sociali e culturali degli anni '50-70. Arriva al potere agli inizi degli anni '90 il nuovo gruppo dirigente del PCI. Essi sono il nulla allo stato puro.
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Quando arriva il tracollo il meccanismo di autosalvaguardia dei "giovani" (hanno tutti 60 anni ora) della sinistra democristiana (Franceschini) della FGCI (tutti quanti) degli "enti" locali (Bersani) prende il sopravvento e il potere, il poco che c'è da prendere, facendo scemenze strabilianti e dovendo cedere su punti non banali che si rivelano fatali, la principale fu quella di allearsi a cretini (Pecoraro Scanio), venditori di fumo (Bertinotti), demagoghi (Di Pietro) e arrivisti (Mastella). Questi sono i fatti.
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Le urne, guarda caso, hanno parlato chiaro ancora una volta e la cricca degli inutili ha provato ancora una volta la propria inutilità. Un terzo d'Italia non vota più, il resto preferisce il figlio di Bossi ai loro lacché locali.
Tutto il resto lo trovate qui.

Ps. Un amico mi scrive: "Penati, quello che ha perso le provinciali nella provincia meno leghista della Lombardia, è stato imposto alle Regionali giusto perchè le altre province lombarde erano più leghiste. Gli manca di provare a Palazzo Marino, poi c'è il Consiglio di Zona 10, poi l'assemblea di condominio...".
Dev'essere questo il "segno di inversione di tendenza" che ha in mente Bersani. Già.

Non una tetta, non un culo

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Non guardo quasi più la televisione “in chiaro”, già da un sacco di tempo. Non mi piace, non mi informa, non migliora la mia cultura, non mi interessa. Non si tratta di snobismo di sinistra, ma, molto più semplicemente, del fatto che la tv via etere fa sempre più schifo. Con una sola eccezione: Rai 3, diretta negli ultimi sette anni, magistralmente, da Paolo Ruffini.

Gli altri canali, infatti, trasmettono TG che, quando non ignorano totalmente le notizie, le comunicano parziali e distorte (ieri il TG1, tanto per fare un esempio qualsiasi, ha diffuso i dati Istat relativi alla soddisfazione degli Italiani riguardo la propria condizione economica, concludendo che sono tutti felici e contenti come piace a Berlusconi l'ottimista, ma dimenticando di dire che i dati erano stati raccolti all’inizio della crisi che ci opprime da mesi). Oppure programmi di approfondimento come Matrix, che ieri mandava in onda (immagini di soli tette e culi, tanto per richiamare le coscienze alla “cul-tura”) lunghi servizi sui calendari che le ultime veline, letterine e letteronze hanno realizzato per l’anno nuovo, tentando senza vergogna di convincere i telespettatori che queste ragazze sono anche tanto intelligenti e che no, non si fanno fotografare nude per mettere in mostra le loro qualità più terrene.
Non voglio sembrare bacchettona, perché non lo sono, ma se c’è una cosa che mi fa girare le palle come due dischi rotanti è il tentativo tutto televisivo di farmi sentire imbecille.
A dispetto dell’evidente declino della Tv in chiaro, Rai 3 con Paolo Ruffini, negli ultimi sette anni, ha lanciato e sostenuto programmi quali: l’approfondimento politico di Ballarò con Giovanni Floris, le inchieste giornalistiche di Presa Diretta con Riccardo Iacona, le interviste (a Roberto Saviano sopra a tutti) di Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa, accompagnate dall’ironia e la satira di Luciana Littizzetto, Antonio Albanese, Aldo Giovanni e Giacomo, Antonio Cornacchione, la rappresentazione dei grandi misteri italiani di Blu Notte, con Carlo Lucarelli, che ha ripercorso la storia del terrorismo, delle stragi, della P2, della mafia (ieri puntata dedicata a Peppino Impastato, eroe ucciso a sassate in testa dalla mafia perché aveva osato combattere il boss Tano Badalamenti, detto il "padreterno", prendendolo per i fondelli – quello stesso Peppino Impastato a cui la nobile giunta leghista che governa la città di Bergamo, ha tolto la targa commemorativa che dava il nome alla biblioteca comunale: da Biblioteca Peppino Impastato a Biblioteca Comunale punto – chiaro il messaggio?), Glob con Bertolino, Parla Con Me con la Dandini (ieri c’era Neri Marcorè che volteggiava tra le diverse forme espressive che vedono a proprio agio solo i grandi “One Man Show”, cantava alla Luca Barbarossa, recitava un frammento dello spettacolo teatrale che porta in giro in questi mesi, imitava Daniele Capezzone, Antonio Di Pietro e Maurizio Gasparri talmente bene, che mentre lo guardavo pensavo: adesso non potrò più guardare questi qua senza pensare alla loro imitazione e sbudellarmi dal ridere). Ma ancora: Report di Milena Gabanelli, che con Ruffini è sceso dalle stelle del dopo mezzanotte alla prima serata, l’irriverenza intelligente di Blob ed Enrico Ghezzi, la mezz’ora di Lucia Annunziata, La Storia Siamo Noi con Gianni Minoli e chissà quante altre cose che voi saprete ricordare meglio di me. Ecco: la programmazione di Rai Tre negli anni di Paolo Ruffini mi ha fatto digitare 103 sul telecomando spesso e volentieri, mi ha informato, mi ha fatto sorridere ed imparare, mi ha costretto a riflettere. La buona notizia è che lo stesso effetto deve averlo fatto a tanti altri, perché la terza rete Rai, a fronte di costi bassissimi rispetto alla produzione dei programmi delle due reti ammiraglie, ha collezionato 3,5 – 4 milioni di telespettatori nelle prime serate. La cattiva notizia – stranota – è che Raitre e il suo talentuoso direttore non piacciono a Berlusconi (meglio predisposto verso la Tv delle tette e dei culi, già) e che probabilmente il prossimo CdA della Rai, siccome il Direttore Generale Masi vuole declassare Raitre da rete nazionale a rete regionale, provvederà a sostituire Ruffini con Di Bella o qualcun altro qualsiasi. Si parla anche di Giovanni Minoli, che è bravissimo e che ha scontato una lunga lontananza dal video dopo una famosa intervista a Berlusconi, per Mixer, nel corso della quale si era messo in testa la folle idea di fargli delle domande. Ho stima – e tanta – di Gianni Minoli, ma il pensiero che un giovane e brillante direttore sia sostituito con un altrettanto talentuoso direttore che, però, è ad un minuto dalla pensione, mi fa impazzire di rabbia e mi ricorda che in un recente e azzeccatissimo libricino dal titolo (perfetto) di “Non è un paese per giovani”, gli autori definiscono la generazione mia e di Ruffini “generazione rapinata”. Dalla precedente.
Poi scopro che Ruffini è sostenuto da Dario Franceschini, che ha perso il congresso del partito democratico, mentre Bersani, che lo ha vinto, “è orientato a sponsorizzare” Di Bella.
E allora, amici miei, mi viene proprio da vomitare.
Povero paese nostro...

Ci hanno coglionato

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Il Lodo Scalfari è una porcata. Non solo è una porcata, ma un insulto a tutti coloro che, onestamente, hanno lavorato per la mozione Marino e creduto che questa sia l'unico modo per "inserire" idee e persone nuove in un partito decotto.
Pippo lo spiega benissimo:

Leggendo i giornali di oggi, colpisce la lettura 'inciucista' del lodo Scalfari, nelle parole di Marini (con la 'i' finale). Perché è del tutto evidente che da alcuni il lodo Scalfari è vissuto come occasione di accordo preventivo tra Bersani e Franceschini, per fare in modo che tutti si sistemino, a prescindere. A Repubblica, Marini dice: «Ci volevano gli ultrasettantenni per sminare l'ordigno che uno statuto sballato aveva messo sotto il partito». Tradotto: abbiamo fatto sei mesi di Congresso, però ora basta mettersi d'accordo, distribuendosi gli incarichi, in una gestione unitaria del partito. Chi perde vota chi vince, comunque vada. E come spiega la Stampa, Bersani «mai farebbe accordi con l'"homo novus" Marino piuttosto che con Franceschini». Nella migliore delle ipotesi, per mesi abbiamo scherzato. Nella peggiore, ci hanno proprio coglionato. Credo che il voto a Marino, in questo quadro, sia un segnale preciso. Di discontinuità e, nello stesso tempo, di positivo condizionamento sulle idee, non sulle persone. Perché se per fare chiarezza, dobbiamo dare da mangiare al gattopardo (una curiosa chimera, tra l'altro, con la testa dell'uno e il corpo dell'altro, contro la quale Ignazio è il caso che non soccomba), allora ci siamo capiti proprio male. Chissà se Scalfari è davvero d'accordo con Marini (e con se stesso).
L'analisi prosegue qui.

Domandare è lecito, rispondere è... fastidio

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Lampante esempio di come le domande innervosiscano in modo bipartisan (*).


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(*) Gli spezzoni dell'intervista a Franceschini sono tratti da Qui Milano Libera

Franceschinismi

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gg
Almeno i giornalisti, in un modo o nell'altro, cercano di metterci un po' di verve...

Pd: le 3 mozioni a confronto [di Alice Bassi]

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Ricalcando lo schema già proposto da Stefano Ceccanti, ho deciso giorni fa di scrivere una nota sulle differenze tra i programmi dei tre Candidati alla Segreteria del PD (Dario Franceschini, Ignazio Marino, Pierluigi Bersani). Avverto che, per offrire una visione a tutto tondo, ho preso in considerazione anche alcune interviste e presentazioni dei programmi dei tre candidati. Cercherò di utilizzare parole estremamente semplici, così che le differenze risultino limpide, chiare e soprattutto obiettive, imparziali, per chiunque volesse leggerle. Ringrazio anticipatamente Vincenzo Compierchio, giornalista pubblicista, che mi ha condotta per mano in quest'analisi ed ha illuminato punti che, ai miei occhi, erano rimasti oscuri e impenetrabili. CONGRESSO PD: LE TRE MOZIONI A CONFRONTO NOVE PUNTI PER CERCARE LE DIFFERENZE TRA LE MOZIONI FRANCESCHINI, MARINO E BERSANI 1. La forma del Partito Democratico. Franceschini: DIFESA DELLE PRIMARIE sia per l'elezione del Segretario nazionale che per quelli delle singole Regioni e locali; gli elettori non iscritti al PD contribuiscono in occasione delle grandi scelte. Restituire pieni poteri all'assemblea costituente, che viene eletta con le Primarie dai cittadini, e che invece ultimamente è stata sostituita dalla "Direzione Nazionale". Marino: DIFESA DELLE PRIMARIE; COINVOLGIMENTO E COSTANTE APERTURA DEL PARTITO a tutti i suoi aderenti e sostenitori; partecipazione costante dei cittadini alle decisioni del Partito, anche attraverso gli strumenti che la nostra era della tecnologia ci fornisce; coinvolgimento dei Circoli nelle scelte del PD. Bersani: RIFORMA DELLE PRIMARIE, in modo che non siano aperte per l'elezione dei Segretari; diritto di voto per le cariche interne destinato ai soli tesserati del PD, gli altri possono contribuire solo dove lo Statuto lo permette; favorevole all'indizione di Primarie nel caso in cui si tratti di scegliere il candidato premier della coalizione di Governo. Conclusioni: Franceschini e Marino auspicano un'apertura del Partito Democratico, che con Marino si verifica a tutto tondo, mentre con Franceschini si parla di contributo dei non iscritti solo in occasione delle grandi scelte. Bersani vuole che questi partecipino solo quando lo Statuto lo permette. Inoltre, Bersani si ritiene favorevole alle Primarie solo in occasione della scelte del leader della coalizione di Governo, ossia: PD + alleanze con altri Partiti. 2. La posizione del PD nel sistema politico; PD e Alleanze. Franceschini: CENTROSINISTRA (senza trattino), il PD deve essere il perno della coalizione di Governo (= PD + alleanze). Non è da escludere un'alleanza con l'UDC (sponsorizzata da Francesco Rutelli), ma è disilluso in merito, differenze fra le due realtà di Partito; non vuole alleanze con Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, che hanno portato in passato ad alleanze frammentarie e litigiose; alleanze sui punti programmatici del PD. Marino: AREA PROGRESSISTA; vuole che gli alleati si organizzino intorno ai punti del Programma del PD; non auspica alleanze con Partiti definiti, bensì con tutta l'area progressista che voglia aderire e sostenere i punti programmatici della linea politica (che deve essere chiara e limpida) decisa dal PD; il PD deve essere il perno della coalizione di Governo. Bersani: SINISTRA - CENTRO-SINISTRA; auspica alleanze con tutti, dall'UDC a Rifondazione Comunista, sulla base di punti programmatici (NB.: Casini ha rifiutato qualsiasi alleanza preveda anche la presenza di Rifondazione e dei Comunisti Italiani). Conclusioni: Franceschini non chiude all'idea di un'alleanza con l'UDC, ritenendola però improbabile a causa delle differenze sostanziali fra le realtà dei due Partiti; Bersani vuole un'alleanza allargata a tutto il centro-sinistra. Sia Marino che Bersani - e anche Franceschini - vogliono alleanze sulla base dei punti programmatici del PD, ma la differenza sta nel fatto che Bersani vuole un'alleanza a base allargata a tutto il centro-sinistra, mentre Marino vuole alleanze non con Partiti bensì con persone che condividono i punti del Programma del PD e che si riconoscano nell'area progressista del Paese. 3. PD e mondo del Lavoro. Franceschini: ABBATTERE LE STORICHE BARRICATE che vedono contrapposti lavoratori e imprenditori e renderli protagonisti di un unico progetto comune, secondo un principio di solidarietà reciproca. Marino: LOTTA ALLA PRECARIETA'; superamento della concezione di "lavoratore dipendente" in favore della diffusione di una cultura "auto-imprenditoriale" = ogni persona spende la propria professionalità e il proprio talento in un MERCATO DEL LAVORO FLESSIBILE; RIFORMA PROFONDA DEL MERCATO ITALIANO in senso meritocratico e liberale, puntando tutto sulla FORMAZIONE PROFESSIONALE del singolo individuo, premiato per il TALENTO E NON per una RACCOMANDAZIONE; riforma degli ammortizzatori sociali -> REDDITO e quindi potere d’acquisto A CHI SI RITROVA MOMENTANEAMENTE SENZA LAVORO. FLESSIBILITA', quindi, ma NON PRECARIETA'. Bersani: ABBATTERE LE STORICHE BARRICATE che vedono contrapposti lavoratori e imprenditori e renderli protagonisti di un unico progetto comune, secondo un principio di solidarietà reciproca. Conclusioni: I progetti di Franceschini e Bersani sono identici: i lavoratori e gli imprenditori devono collaborare a un progetto comune, superando le storiche differenze fra loro. Marino amplia il programma: vuole una riforma del mondo del lavoro, che deve diventare flessibile, rispettoso di chi vi entra e anche di chi vi esce. Reddito a chi resta senza lavoro. Selezioni e premi basati sul talento e non sulle raccomandazioni. Formazione professionale continua. 4. Sistema politico. Franceschini: BIPOLARISMO e NON PARLAMENTARISMO; le alleanze vanno scelte prima dell'elezione al Parlamento; no al sistema proporzionale (che favorisce la rappresentatività ma anche la frammentarietà); sostiene il sistema MAGGIORITARIO (che favorisce la governabilità e la compattezza). Marino: BIPOLARISMO; le alleanze vanno scelte prima dell'elezione al Parlamento; no al sistema proporzionale (che favorisce la rappresentatività ma anche la frammentarietà); sostiene il sistema MAGGIORITARIO (che favorisce la governabilità e la compattezza); COLLEGI UNINOMINALI -> i cittadini scelgono i propri rappresentanti; NO alle LISTE BLOCCATE. Bersani: PARLAMENTARISMO RAFFORZATO -> Rafforzamento della funzione legislativa del Parlamento; no al sistema maggioritario (che favorisce la governabilità e la compattezza); sostiene il sistema PROPORZIONALE (che favorisce la rappresentatività ma anche la frammentarietà). Conclusioni: Franceschini e Marino conducono un'analisi simile, con la differenza che Marino aggiunge il suo no alle liste bloccate e il sì alla possibilità dei cittadini di scegliere singolarmente tutti i loro rappresentanti. Bersani preferisce il sistema proporzionale alla tedesca, fortemente voluto da D'Alema, che favorisce la rappresentatività per più Partiti ma che - ne abbiamo avuto esperienza - frantuma la maggioranza e la governabilità del Paese. 5. Laicità. Franceschini: LAICITA' COME PRINCIPIO -> Tutti possono esprimere la propria opinione personale, in totale libertà, anche che vada contro il principio della laicità stessa; dialogo, LAICITA' TEORICA; riconoscimento coppie di fatto, che sono però non assimilabili alle famiglie classiche. Marino: LAICITA' COME METODO -> Apprendimento e dialogo costante e reciproco; laicità come bussola, metodo ed obiettivo; interesse concreto e promozione legislativa di misure in difesa dei DIRITTI CIVILI, INDIVIDUALI E COLLETTIVI = diritto a non partorire, diritto a fecondare artificialmente, diritto alla ricerca, diritto di unirsi civilmente (omosessuali ed eterosessuali), diritto a morire; DIRITTO DI LIBERA SCELTA DI COSA FARE DELLA PROPRIA VITA. Bersani: LAICITA' COME PRINCIPIO -> Tutti possono esprimere la propria opinione personale, in totale libertà, anche che vada contro il principio della laicità stessa; dialogo, LAICITA' TEORICA; riconoscimento coppie di fatto, che sono però non assimilabili alle famiglie classiche. Conclusioni: Bersani e Franceschini si muovono su strade identiche: la laicità resta teorica, un principio da seguire ma che non vincola a determinate scelte legislative. Per entrambi, le coppie di fatto non sono assimilabili alle famiglie "normali", anche se si propongono di riconoscerle e fornire un contratto di convivenza. Marino è di avviso diverso: la laicità deve essere il metodo, non solo un principio al quale ispirarsi ma anche un vincolo per la promozione di leggi in difesa dei diritti civili, individuali e collettivi di tutte le persone. In merito alle coppie di fatto, auspica un completo riconoscimento e un complesso di leggi che porti alla parificazione dei loro diritti giuridici rispetto a quelli di tutte le altre famiglie. Vuole istituire le unioni civili sullo stampo delle Civil Partnerships inglesi per le coppie omosessuali e legalizzare l'adozione anche per gli individui single. 6. Politica e Giustizia: Franceschini: RECIDERE I RAPPORTI TRA MAFIA E POLITICA; CERTEZZA DELLA PENA per i delinquenti; risolvere il CONFLITTO D'INTERESSI; LOTTA AL DDL INTERCETTAZIONI; favorire l'efficienza ma non la politicizzazione della MAGISTRATURA. Marino: RECIDERE I RAPPORTI TRA MAFIA E POLITICA; CERTEZZA DELLA PENA per i delinquenti; risolvere il CONFLITTO D'INTERESSI; LOTTA AL DDL INTERCETTAZIONI; favorire l'efficienza ma non la politicizzazione della MAGISTRATURA; DIFESA del PLURALISMO E LIBERTA' dell'INFORMAZIONE. Bersani: UGUAGLIANZA di tutti di fronte alla LEGGE; risolvere il CONFLITTO D'INTERESSI; LIBERTA' D'INFORMAZIONE; i vertici del Governo devono dare il BUON ESEMPIO alla Pubblica Amministrazione, che va riformata per garantire un SISTEMA MODERNO di certezze e GARANZIE GIURIDICHE. Conclusioni: Le tre mozioni sono simili, su questo punto; una differenza è la sottolineatura che Marino e Bersani pongono in favore del pluralismo e della libertà d'informazione, mentre Franceschini non ne parla. Bersani, inoltre, conduce un'analisi approfondita sulla necessità di riforma della Pubblica Amministrazione e sul buon esempio che i vertici di un Governo devono dare ai funzionari pubblici, in modo che il rapporto fra sicurezza e legalità possa trarne proficuo vantaggio. 7. Lavoro e Welfare. Franceschini: Sviluppare istituti di WELFARE non solo statali ma territoriali e sociali; PARITA' TRA I GENERI garantita da una selezione basata SUL TALENTO; QUOTE ROSA; SOSTEGNO DELL'OCCUPAZIONE FEMMINILE; RIFORMA PENSIONI -> all'interno di una fascia di età comune per uomini e donne, ognuno sceglie il proprio pensionamento in base alle proprie condizioni di lavoro e familiari; DISINCENTIVI AL PRECARIATO. Marino: RIFORMA SOCIETA' -> non più basata su raccomandazioni, ma sul MERITO; PARITA' TRA I GENERI garantita da una selezione basata sul TALENTO; RIFORMA DEL LAVORO -> dal precariato si passa al lavoro FLESSIBILE, che permette l'impiego della professionalità di ciascuno e un arricchimento personale; SALARIO MINIMO per chi perde il lavoro; CONTRATTO UNICO A TEMPO INDETERMINATO CON SALARIO MINIMO GARANTITO; FORMAZIONE CONTINUA; CONGEDO PARENTALE OBBLIGATORIO ANCHE PER I PADRI. Bersani: SOSTEGNO ALL'IMPIEGO FEMMINILE; innalzare la qualità dei SERVIZI; REDDITO MINIMO di inserimento; SALARIO MINIMO per chi perde o non trova lavoro; INNALZAMENTO FLESSIBILE E VOLONTARIO DELL'ETA' PENSIONISTICA. Conclusioni: su questo punto, i tre candidati parlano in modo molto simile. Franceschini parla degli istituti del Welfare, Marino propone riforme del mondo del lavoro e della società e Bersani, come gli altri due, punta anche sul sostegno all'impiego femminile e nell'inserimento dei giovani. Non ci sono, fra i tre, sostanziali differenze. 8. Ambiente ed energia. Franceschini: TECNOLOGIA, ADATTABILITA' DEL SISTEMA PRODUTTIVO; investire sull'AMBIENTE per tutelare l'economia italiana. Marino: ECOLOGISMO; ENERGIE RINNOVABILI; NO AL NUCLEARE; RIUSO-RICICLO-DISTRUZIONE; SOSTEGNO COSTANTE al MEZZOGIORNO con ogni mezzo; RIFIUTI ZERO; INCENTIVI per la RIDUZIONE dell'EMISSIONE di AGENTI INQUINANTI; CARBON TAX; NUOVE TECNOLOGIE: eolico d'alta quota, solare a concentrazione, produzione energia dagli scarti dell'agricoltura, energia geotermica di terza generazione; TRATTAMENTO RIFIUTI per ridurre all'osso la parte da incenerire -> avvicinamento all'obiettivo dei "rifiuti zero"; RIDUZIONE IVA sui PRODOTTI ECOLOGICI; TASSARE LE AUTO MAGGIORMENTE INQUINANTI; INCENTIVI locali perché le compagnie edilizie si concentrino sulla RISTRUTTURAZIONE e sull'ADEGUAMENTO ENERGETICO-AMBIENTALE degli edifici già esistenti; PIANO SCUOLA NAZIONALE per promuovere la cultura dell'eco-sostenibilità; APPALTI VERDI in tutte le forniture della PUBBLICA AMMINISTRAZIONE. Bersani: TECNOLOGIA, GREEN ECONOMY; FONTI RINNOVABILI e programma di crescita per il MEZZOGIORNO; difesa e rispetto per l'AMBIENTE come rispetto verso la nostra stessa casa. Conclusioni: tutti e tre i candidati propongono programmi su basi ambientaliste; in particolare, i programmi di Franceschini e Bersani risultano molto simili fra loro. Marino conferma ciò che contengono le mozioni dei suoi due colleghi ed offre alternative e proposte: no al nucleare, energie rinnovabili e nuove tecnologie, riforma dello stoccaggio dei rifiuti, incentivi al riciclaggio, incentivi/disincentivi per chi utilizza o non utilizza i prodotti ecologici, adeguamento energetico-ambientale degli edifici, promozione dell'eco-sostenibilità fin dalla prima infanzia, progetti verdi per le città. 9. Nucleare. Franceschini: NO AL NUCLEARE DEL PASSATO, troppo costoso e pericoloso. Marino: NO AL NUCLEARE IN OGNI FORMA, scorie radioattive non gestibili e dannosissime; FINANZIARE LA RICERCA per un PIANO ENERGETICO NAZIONALE che punti sulle ENERGIE RINNOVABILI; INCENTIVI/DISINCENTIVI FISCALI per quanto riguarda i processi produttivi. Bersani: non ne parla. Conclusioni: Bersani non tocca neppure l'argomento, mentre Franceschini e Marino si pronunciano in sfavore del nucleare. Da una parte, Franceschini si dice contrario al nucleare del passato perché troppo dannoso e costoso, mentre Marino propone alternative e si dice contrario a qualsiasi forma di energia nucleare: citando Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica, l'uomo non è in grado di gestire lo stoccaggio delle scorie radioattive, che restano dannosissime per milioni di anni.

Chiacchiere democratiche

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Dario Franceschini, dopo aver premesso che alle unioni civili dovranno essere attribuiti dei diritti senza tuttavia considerarle delle vere e proprie famiglie, si affretta a dichiararsi contrario alle adozioni da parte delle coppie omosessuali, giacché la legge, suo parere, deve tutelare "prima di tutto il diritto del meno protetto, che è il minore adottato". Ignazio Marino, da parte sua, prima chiede polemicamente a Franceschini come farà a conciliare due pensieri così diversi come quelli della Binetti e della Serracchiani (informandoci en passant della circostanza che la Serracchiani abbia un pensiero), e poi contrattacca dichiarandosi favorevole alle adozioni da parte dei single (per inciso, se qualcuno mi facesse il favore di spiegarmi con un briciolo di logica perché mai uno che consentirebbe ai single di adottare dei bambini dovrebbe essere considerato più disponibile di altri a riconoscere i diritti dei gay, gliene sarei davvero grato). Pier Luigi Bersani, da parte sua, non entra nel merito (ottenendo in tal modo lo stesso risultato degli altri due senza sobbarcarsi la fatica di trovare delle circonvoluzioni dialettiche per giustificarlo). Nel frattempo, in Germania, uno studio dell’università di Bamberga rivela che i figli di coppie gay crescono altrettanto bene dei figli degli eterosessuali, né sono particolarmente discriminati. Ecco, fate un po' voi...

Franceschini, Bersani, Marino: guardiamo le parole

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Oggi la versione on-line de Il Foglio (ebbene sì) pubblica una singolare analisi grafica dei discorsi di candidatura di Dario Franceschini e Pierluigi Bersani e del manifesto elettorale di Ignazio Marino. Avvalendosi dell'uso di un algoritmo è stata calcolata la frequenza delle parole dei tre candidati alla segreteria del PD.

Considerando che più una parola è stata ripetuta più essa è grande, vi invito a dare un'occhiata e trarne le vostre personali considerazioni.
Le parole di Franceschini il 16 luglio:
Il discorso di Bersani del 1 luglio: Il manifesto di Ignazio Marino pubblicato dal Foglio:

Dire, fare, baciare

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Premesso che ritengo il problema del conflitto di interessi un nodo essenziale per realizzare in Italia una democrazia compiuta, debbo rilevare che quella di Franceschini è una singolare dichiarazione d'intenti.

Se c'è un'attività che il PD (o PDS, o Ulivo, o tutti gli altri nomi coi quali la coalizione di centrosinistra si è via via presentata agli elettori nel corso degli anni) non ha mancato di porre in essere a proposito del conflitto di interessi, infatti, è parlarne.
Ne hanno parlato sin troppo, a parer mio, con dovizia di particolari e abbondanza di propositi, al punto da generare il fondato sospetto che se quel problema fosse stato risolto non avrebbero più avuto molto da dire: quando si è trattato di fare, tuttavia, non hanno fatto alcunché, pur avendone avuta in più di una circostanza la materiale possibilità (se è vero, com'è vero, che per certi periodi costoro hanno governato).
Ecco, avrei preferito che Franceschini avesse detto: "Conflitto di interessi: mai più inoperosi", oppure "Conflitto di interessi, non ce ne staremo più con le mani in mano".
Quella, ne converrete, sarebbe stata davvero una svolta.

Dal Lingotto ai Nuovi Democratici: “quelli che nessuno stava aspettando”

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Non capita tutti i giorni che centinaia di persone sentano l’esigenza di riunirsi, partendo da 50 diverse province italiane, per sentirsi “unico corpo” ed esprimere medesimi appelli. Chi è stato al Lingotto sabato 27 giugno, ha potuto percepire l’energia viva e travolgente di una sala congressuale piena sino a scoppiare: giovani e vecchi democratici che si sono spellati le mani a forza di applausi per coloro che, saliti sul palco, ne hanno rappresentato le istanze comuni. A Torino, infatti, questo “corpo” ha assunto identità, ha manifestato un senso di comunanza e, credo, recuperato l’orgoglio politico nella dimensione collettiva. Moltissimi sono coloro che hanno seguito l’evento in diretta streaming ed hanno lasciato i propri commenti sui blog, su FaceBook, in rete. I media tradizionali hanno dato ampio spazio al Lingotto e numerosi sono stati i politici di primo piano che si sono mescolati silenziosamente ai Nuovi Democratici. Mi è come sembrato che, sia i media sia i dirigenti di prima e seconda linea, abbiano “dovuto” prendere atto della forza propulsiva di questo movimento e, per questo, siano venuti a vedere. Qualcuno ha anche aggiunto, forse non a torto: “legittimandolo”. I Nuovi Democratici non sono una corrente, l’abbiamo detto e ripetuto sino alla noia, sono un unico corpo che si è riconosciuto in identiche esigenze di rinnovamento, che si è formato spontaneamente e poi si è allargato nella convinzione che il Partito Democratico possa finalmente davvero nascere (e crescere) nella legittimazione – soprattutto politica, necessariamente concreta – di alcune prime importanti esigenze. In primo luogo la democrazia interna: è necessario ripensare i meccanismi di selezione dei dirigenti, le regole di voto – sia sulle scelte che sulle candidature, dai circoli fino al luogo congressuale – e conferire spazio autonomo ai territori, perché l’autosufficienza di Roma ha già dimostrato sul campo la propria inadeguatezza. In questa direzione, moltissimi hanno contribuito ai lavori torinesi con propri documenti propositivi e programmatici (la sottoscritta ha avuto la fortuna di leggerli tutti) ed il risultato è stato, salvo poche ingombranti eccezioni poco applaudite e a tratti perfino fischiate, uno spettacolo di “bella politica”. Sana e costruttiva. Alcuni hanno lamentato la mancanza di una (terza) candidatura espressa dal Lingotto o, quantomeno, di un portavoce del movimento. Io non ho avvertito questa esigenza, almeno per ora: Torino era il luogo dove trovarsi, ascoltarsi, prendere forma sui temi e sulle idee per poi recuperare identità e voglia di partecipare (quella che è fumata via alle ultime elezioni). Il leader, se serve, verrà. Mi pare sia sotto gli occhi di tutti un senso di forte insoddisfazione: il Partito è evidentemente oligarchico, spesso tristemente autoreferenziale, perennemente ridotto (in senso strettamente quantitativo) dai distinguo mediatici: nell’attuale forma organizzativa la sopravvivenza politica cammina attraverso strade che devono distinguersi per essere riconoscibili. Il danno maggiore, per molti, va ravvisato nella spirale viziosa che questo modo di procedere crea: i nuovi dirigenti hanno accesso solo se cooptati dai vecchi, spesso non per qualità o meriti sul campo, ma in virtù della provata fedeltà al capo(bastone), le candidature piovono “dall’alto” e sono in molti casi inadatte (a volte persino impresentabili, se ne sono molto lamentati, in particolare, gli amici romani), i territori e le persone restano inascoltati perché non possano scardinare l’impenetrabilità del sistema e mai avere accesso al controllo. Quest’ultimo punto si configura, sul piano oggettivo, come un clamoroso falso: quando si arriva alle elezioni, gli elettori democratici si fanno sentire eccome! E ci dicono che non sono affatto soddisfatti degli attuali metodi, della linea politica (magari fosse una sola), e del perpetuo “non scegliere”. Alle ultime europee, possiamo forse dire di aver conservato lo zoccolo duro dei nostri elettori, quelli che difficilmente abbandoneranno il Pd qualunque sia la sua apparenza. Non possiamo dire di aver fermato la destra, come incautamente è stato affermato, né di aver “tenuto” (cosa poi? A me è sembrata un’emorragia e il pensiero di essere ancora vivi non mi consola, vorrei sapere che stiamo bene). Il popolo del Lingotto, i Nuovi Democratici hanno chiaramente indicato la strada della guarigione e l’hanno accompagnata dall’avvertimento che, in mancanza, avrebbero smesso di premiare l’immobilismo oligarchico a mezzo del proprio voto. Sommariamente, si è chiesto coraggio, capacità di assumere decisioni coraggiose a tutti i livelli, si è chiesta trasparenza (anche della gestione economica) e nuovo rigore etico e politico, si è parlato di lavoro (vorrei citare Chiamparino è suo il coraggioso invito a liberare risorse dai settori protetti verso quelli non garantiti), di diritti civili, di laicità. E di tante altre cose… Il prossimo che sento dire che al Lingotto non ci sono stati contenuti lo faccio a strisce! E poi gli levo i tappi dalle orecchie. Vorrei soffermarmi su due dei punti trattati. 1. Democrazia interna Il Pd deve essere veramente aperto ed in continuo ascolto della sua gente. Ascoltare è, purtroppo, diventata un’abitudine dimenticata, aumentando la lontananza tra partito e elettorato, e così non va bene. Dobbiamo invece saper elaborare le istanze della nostra gente, troppo a lungo relegata in un ruolo di “ricevente” delle iniziative politiche e delle candidature, senza alcuna possibilità di interlocuzione e interazione, senza accesso alle scelte. Il Pd deve cominciare a fare sintesi della propria ricchezza culturale attraverso la discussione continua (a livello di massa, nei circoli o anche a mezzo della Rete) che deve caratterizzare, attraverso il voto, il processo decisionale e diventare il momento di assunzione di responsabilità dell’elettorato. Strumento principe dovrebbe esserne la consultazione attraverso le primarie (o doparie) che realizzerebbero la scelta collettiva e il necessario momento della valutazione, oltre che del controllo. Questa è la Partecipazione con la “p” maiuscola che hanno chiesto i Nuovi Democratici, partecipazione non solo a parole: discussione, decisione, assunzione di responsabilità, scelta, valutazione e controllo. Questa è la sola forma di partecipazione che può riavvicinare al Pd coloro che al momento del voto sono rimasti a guardare, perché non si sono riconosciuti nelle tante “piccole” linee espresse dalla grande ed unica bocca centrale. Questa Partecipazione, al contrario, non può che avvenire dai territori, consegnando al Partito una sembianza federale, come scrive oggi Sofri (quello vecchio) su Repubblica. 2. Laicità Ahimé, al Lingotto si è stati costretti a mettere nei punti in discussione la laicità. Un po’ come mettere all’ordine del giorno il concetto di democrazia. Questa è già un’umiliazione: lo Stato è già laico, lo sancisce la nostra Costituzione, la nostra “bibbia civile”, per dirla con le perfette parole di Ciampi, che è “grande” e “madre” dell’imparzialità dello Stato. Il Pd deve essere compattamente a-confessionale, laico, dove laicità significa “vedere le cose per quello che sono” (come dice Pippo Civati), non cercare di far aderire quello che osserviamo e, peggio, le leggi di tutti, alle convinzioni di alcuni. La disastrosa rincorsa delle volontà confessionali da parte di pochi Teodem, infatti, ha prodotto e produce l’astensione dal voto di molti democratici e, ancora una volta, la lontananza del partito dalla sua gente, la nostra gente, noi. E’ necessario, invece, creare le condizioni, valevoli per tutti, nelle quali ciascuno possa espandere le proprie personali attitudini, nel rispetto gli uni degli altri, tutelando tutti nella loro diversità attraverso il riconoscimento più ampio dei diritti civili. L’intervento di Ignazio Marino, a testimonianza di queste espresse ambizioni, ha quasi fatto venir giù la sala del Lingotto. Il nuovo segretario che verrà. A Torino erano presenti vecchi segretari (Fassino), candidati segretari (Franceschini e Bersani), augurati segretari (Chiamparino, Civati, Serracchiani). Fatta eccezione per Fassino, che gesticolava contrariato e inviava preoccupati sms, gli altri sono tutti intervenuti (alcuni invitati a farlo, altri un po’ meno, ma tant’è). Franceschini: mi è sembrato in difficoltà. La sua candidatura in opposizione a chi c’era prima di lui (ma lui dov’era?) deve avergli portato un bel po’ di grane e tanto risentimento. Al Lingotto ha ammorbidito il suo messaggio iniziale ed ha affermato: “nella mia squadra c’è posto per voi”. Credo sia giusto e necessario andare a vedere le sue carte, ma temo che non vada oltre la coppia vestita (lui e la Serracchiani). Bersani: il suo discorso è stato piatto, amorfo, inutile. Ha prodotto gli unici pochi minuti di assoluto silenzio della rumorosa e vivace platea. Ha raccolto timidi applausi educati finali. Temo non abbia ascoltato e – peggio – temo non l’abbia fatto perché non ne ha bisogno, forte com’è del sostegno dell’apparato e della macchina da guerra mossa da D’Alema. Peccato. Chiamparino: breve, puntuale, efficace, diretto. In una parola: autorevole. Io sono tra quelli che auspicano la sua candidatura alla segreteria nazionale. Mentre vi scrivo, però, leggo che ha rinunciato. E mi dispiace. Serracchiani: ha iniziato a parlare di sé in terza persona, come Maradona e Berlusconi. Temo che il successo delle ultime settimane le abbia tolto lucidità (il suo discorso molto deludente) e umiltà. Tra le righe, ma neanche troppo, ha detto di essersi già schierata. Con Franceschini. Il nuovo è giàprecocemente invecchiato? Spero di no, staremo a vedere. Civati: discorso di respiro ampio, nonostante sia stato “accorciato” a causa dei ritardi iniziali (i big in ritardo, che tristezza, mentre la platea era puntuale alle porte d’ingresso). In molti lo vorrebbero giovane candidato segretario, lui tace e fa bene. Gli va riconosciuta la visione e, soprattutto, la costruzione e l’organizzazione del movimento, cui ha lavorato tenacemente per settimane. Purtroppo non ho potuto ascoltare le conclusioni di Ivan Scalfarotto, perché ero fuori dalla sala a fare la questua per i contributi alle spese del lingotto (!). Mi hanno detto tutti che sia stato perfetto, forse il migliore, e muoio dalla voglia di ascoltarlo, appena avrò un momento, dal web. Meritano menzione, infine, i discorsi di Oleg Curci e Cristiana Alicata, l’uno caldo, appassionato e concreto, l’altra diretta ed emozionante: cercateli in rete, ne vale davvero la pena. Sono convinta che i Nuovi Democratici, ora che si sono (ri)appropriati della propria forte identità, sapranno dare vita ad una spirale virtuosa. Il Congresso è alle porte, è necessario tesserarsi e dare voce, col voto congressuale, alle proprie idee. I nomi, in quest’ottica, vengono dopo. Bisogna sbrigarsi, mettere in moto il rinnovamento richiesto a gran voce, attuare la linea indicata e farla valere. Perché come dice un signore fichissimo dal nome antico, che al Lingotto era seduto in seconda fila, “Abbiamo poco tempo ma è importante usarlo. Già la strada è corta. Buono sarebbe che invece di discutere di cosa sia meglio per quei pochi, ragionare di cosa è meglio per tutti.” Ci vediamo il 4 luglio a L’Aquila, in tanti, prima dei grandi.

Pd: squadra che perde si cambia?

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I candidati che hanno collezionato il maggior numero di preferenze nel mio collegio (Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta) sono stati quelli indicati dal partito: Cofferati, Panzeri e Toia in Lombardia, Cofferati, Susta e Placido in Piemonte, Cofferati Balzani e Bonanini in Liguria (la Valle d’Aosta troppo piccola per vincere un proprio eletto). Il Partito aveva dato indicazione affinché nei territori e attraverso i circoli fossero supportate le predette candidature e, in particolare, quella di Cofferati, non proprio amata dalla base, come anche noi avevamo avuto modo di ricordare… In favore di quest’ultimo, addirittura, è stata inviata ai segretari di Federazione una lettera minacciosa:

… Il suo risultato elettorale è, quindi, una responsabilità comune, che deve coinvolgere ogni struttura, ogni circolo del PD. E’ perciò necessario che in tutto il materiale elettorale compaia l’indicazione di voto per il capolista e che egli sia fortemente supportato in iniziative, incontri e in ogni momento della comunicazione politica di questa campagna elettorale. Ti chiedo di informare ogni livello comunale che poi analizzeremo insieme il risultato dei capilista nei loro territori.
Guardate coi vostri occhi come è andata: ecco gli eletti. Risultato complessivo nel collegio Nord-Ovest: 23,03%, migliora appena su scala nazionale: 26,13%. Davvero pochino, soprattutto perché solo un anno fa la cifra era ben diversa (33,2% alla Camera e 33.7% al Senato). Io credo che il numero di voti presi a queste elezioni, che sapevamo sarebbero andate male, rappresenti il numero minimo ed imperdibile di elettori democratici. Quelli che qualunque cosa accada, il proprio voto al partito non lo negano. Gli aficionados, i fedelissimi insomma. Non per niente, infatti, questi elettori hanno rispettato alla lettera, come dicevo sopra, le indicazioni di apparato. Della serie: peggio di così non può andare, perché questo è il minimo garantito che un partito fortemente organizzato sul territorio come il Pd si porta dietro come rendita naturale dei decenni di storia politica delle sue componenti originarie. Ora io mi domando: si poteva fare di meglio che accontentarsi dei soli voti dello zoccolo duro? Gli errori sono stati tanti: tanto per cominciare la composizione delle liste (a tratti impresentabili), piovute nei collegi dall’alto della Segreteria nazionale che le ha confezionate ignorando quasi del tutto le indicazioni provenienti dai territori, ma anche le faide interne (persino ostentate), i pizzini, i distinguo, le “amalgame mal riuscite”, le “fusioni a freddo”, e chi più ne ha più ne metta. Ma ai miei occhi, se non si fosse capito, il disastro maggiore è rappresentato dal fatto che nessun dirigente di rilievo nazionale ammetta la disfatta. E conseguentemente si dimetta. Il Pd perde 7 punti, lo ripeto. Un dramma. Ed oggi, di fronte ad una perdita colossale (abbiamo perso 4 ilioni e mezzo di voti) i dirigenti del Pd esultano (!) dicendo “Abbiamo fermato la destra” o spiegano all’IdV, che ha fatto il pieno di voti, che l’antiberlusconismo non paga (quel genio della Melandri). Intanto a Roma si incontrano, sempre gli stessi, per stabilire chi tra loro sarà il prossimo segretario. Bersani, D’Alema, Marini, Franceschini, Rutelli, ecc. ecc. Possibile che nessuno parli di dimissioni? Squadra che perde, non si cambia? La chance di lasciare il posto a qualcun altro che, chissà, forse potrebbe fare di meglio, ce la vogliamo del tutto negare? Non doveva essere un partito aperto, contendibile, il nostro? O erano solo parole?

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