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Uno strano concetto di maturità

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Per commemorare Bettino Craxi il tempo è "maturo", per ricordare Gabriele Sandri, invece, no.
Più che "maturo", il nostro mi pare un tempo in via di decomposizione.

sTATO DI dIRITTO

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Nella solita e reiterata arroganza di un civile e democratico "stato di diritto", l'unico mezzo per diffondere la verità e azionare le menti è la memoria storica.
Se questo paese avesse un briciolo di memoria storica certe cose non potrebbero continuare a succedere. In uno "stato di diritto" non ti dicono che Cucchi era un tossico. In uno "stato di diritto" non ti dicono che è stato uno sparo deviato. In uno "stato di diritto" non ti dicono che Aldrovandi era troppo ubriaco. In uno "stato di diritto" non ti dicono che Spoletini è inciampato, che Giuliani tirava una bomba, che Paolo Di Brescia era troppo agitato, che Rasman... che Bianzino... avanti il prossimo, che potrebbe essere ognuno di noi in questo "stato di diritto".
Un anno fa moriva Stefano Cucchi; in questi giorni leggo di un dolore che continua ad essere calpestato e umiliato da chi strumentalizza la lotta disperata per la ricerca di verità e giustizia di un fratello, di un figlio; è repressione, violenta, di corpi prima, di ciò che lasciano dopo.
La famiglia Aldrovandi riceve due milioni di euro come risarcimento, in cambio lo stato chiede alla famiglia di non costituirsi parte civile nei procedimenti ancora aperti: quanto vale la vita di un figlio?
Non ho una risposta, non ho una risposta a una domanda che mai avremmo dovuto porci.
La sentenza di primo grado condanna Luigi Spaccarotella a sei anni di carcere per omicidio colposo: ha allargato le gambe, ha sparato a braccia distese, ha mirato verso l'auto in cui viaggiava Gabriele e ha fatto fuoco; da li a poco Gabriele moriva, sotto gli occhi inermi e disperati dei suoi amici, di un mio amico che gli era seduto accanto; il sangue di Gabriele schizzatogli addosso dopo lo sparo è ancora sul suo corpo, lo vede tutte le volte che si guarda allo specchio, lo sente, tutte le volte che si tocca.
Non è per vendetta, è per giustizia, G I U S T I Z I A, che senso ha la parola giustizia nel nostro "stato di diritto"? Che valore ha? Ne ha? Come fa ad averne mentre i pastori vengono caricati e manganellati in sardegna, gli studenti a Milano, gli aquilani a Roma?
A Terzigno gente perbene che protesta per difendere la propria salute, il proprio territorio, il futuro dei propri figli è assediata e caricata; è la verità che si manifesta con ferocia, è la violenza la modalità per controllare il dissenso, violenza che non risparmia nessuno, cieca e incontrollata contro tutti, contro una donna incinta, anche, e giornalisti.
Ho paura di chi indossa una divisa e rappresenta lo "stato", l'istituzione. Ho paura di questo "stato", di queste istituzioni.
Agenti hanno ucciso, altri continuano a farlo e questo "stato di diritto" glielo consente con una sconcertante impunità; violenza incontrollata da chi la aziona ma controllata, decisa, stabilita, ordinata.

L'ingiustizia, in qualsiasi luogo

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(Rachel Odiase, 13 mesi, nigeriana, morta a Cernusco sul Naviglio perché il padre aveva la tessera sanitaria scaduta)
Injustice anywhere is a threat to justice everywhere.
(Martin Luther King)

Ombre anche sul carcere di Pavia

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Mbarka, 42enne immigrato a Milano, stava per finire di scontare una pena per droga quando gli fu notificata una sentenza di condanna in appello a otto anni e sei mesi per violenza sessuale, sequestro di persona e violenza privata. Ad accusarlo era una sua ex amante marocchina: lui l'avrebbe sequestrata e violentata per cinque giorni, nell'aprile 2003, quando lei era già in attesa di un figlio concepito proprio con Mbarka. Il tunisino, però, si proclamava innocente. E dal 16 luglio decise di non mandare giù neanche un goccio d'acqua. Da questo momento i tentativi dell'avvocato di salvare la vita al suo assistito si scontrano, nel pieno dell'estate, con i tempi della giustizia e dell'istituzione penitenziaria.
Il 23 luglio l'avvocato scrive al detenuto per farlo desistere dallo sciopero e trasmette una copia della lettera, dai toni accorati, alla direttrice del carcere. La risposta arriva l'8 agosto ed è rassicurante: "Le condizioni del suo assistito sono costantemente monitorate dal personale medico qui in servizio".
L'avvocato Egidi tenta anche (il 29 luglio) la carta della corte d'Appello: disponga d'urgenza una consulenza tecnica "circa le attuali condizioni di salute del detenuto e circa la possibilità che esse possano degenerare in maniera irreversibile" e gli dia i domiciliari.
L'11 agosto, il legale, dopo aver visitato il tunisino, torna alla carica con la direttrice e le comunica che Mbarka è pronto a darsi fuoco. Ma il 25 Alecci, il direttore sanitario, assicura in una relazione che il detenuto, sottoposto a un colloquio medico per valutare la necessità di un trattamento sanitario obbligatorio, si è dimostrato, "fino ad oggi, in condizioni di intendere e di volere": niente Tso.
Intanto, però, Mbarka ha già perso ventuno chili e "deambula cercando sostegno".
È ridotto a uno straccio e potrebbe aggravarsi, scrive il medico, ma dovrebbe essere trasferito altrove: a Pavia "in questo periodo sono assenti lo specialista cardiologo e lo psichiatra". Lui, aiutato dai compagni di cella, annuncia alla sua fidanzata: "Io sto muorendo. Sono dimagrito troppo, credimi, non riesco neanche ad alzarmi dal letto".
In poche parole, o si decide di fornire assistenza completa e in tutti i periodi dell'anno, oppure possiamo tranquillamente chiudere gli istituti di detenzione durante il periodo estivo e tutti in ferie.

Civati Vs. Cicchitto

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Pippo, lucido ed essenziale come sempre.

Le colpe dei padri

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Supponete che un tizio venga condannato a dodici anni di carcere per detenzione di stupefacenti e concorso in omicidio, che sconti integralmente la pena e che gli manchi da pagare la sola sanzione pecuniaria, pari a 36mila euro.

Supponete poi che quel tizio non abbia il denaro richiesto, anche perché l'unica possibilità che gli viene concessa per saldare il suo debito è quella di pagarlo in 3 rate da 12mila euro ciascuna.

Supponete, infine, che alla figlia di quel tizio, in ragione delle vicissitudini di suo padre, venga negata la possibilità di partecipare al concorso per entrare in Polizia, nonostante sia in possesso di tutti i requisiti per farlo.

Se qualcuno venisse a raccontarvi una storia del genere non la trovereste raccapricciante?

Ebbene, sappiate che il fatto è accaduto davvero (a Rimini, come potete riscontrare cliccando sull'articolo in alto per ingrandirlo e leggerlo), e che vicende simili hanno luogo quotidianamente su tutto il territorio italiano, giacché è impossibile, per il figlio di chi ha commesso certi reati, l'ingresso nelle forze di Polizia: anche qualora, come nel caso di specie, il candidato sia del tutto estraneo ai fatti, magari perché quando sono accaduti era un marmocchio alto un barattolo e mezzo.

Una sola domanda: vi pare giusto?

Oppure, una volta di più, siamo di fronte alla solita ipocrisia giustizialista che dalle nostre parti sembra andare tanto di moda?

Al Fano: ho visto la luce!

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A detta di Angelino Alfano, le carceri sono piene di immigrati:

Le carceri italiane sono «idonee» ad ospitare soltanto «i detenuti italiani», altrimenti «si supera la capienza regolamentare e quella tollerabile». Per questo il ministro della Giustizia si appella all’Unione europea: «Deve farsi promotrice di trattati» e «dare risorse economiche a Stati» per «costruire nuove carceri». «Ci sono oltre 63mila detenuti, oltre 20mila sono stranieri vuol dire che le carceri italiane sono idonee ad ospitare i detenuti italiani. Con l’aggiungersi degli stranieri agli italiani, si supera la capienza regolamentare ma anche quella tollerabile».
Mi compiaccio di questa improvvisa illuminazione, a conti fatti è solo il Ministro della giustizia ed è comprensibile che alcune cose gli sfuggano, il perché abbia scelto la platea del meeting di Comunione e Liberazione a Rimini per renderci partecipi di questa improvvisa presa di coscienza sfugge invece a me.
Prosegue il Ministro dallo sguardo vacuo:
Ho fatto un appello all’Ue, non può da un lato esercitare sanzioni e dall’altro chiudere gli occhi sul fenomeno del sovraffollamento carcerario che deriva dalla presenza di detenuti stranieri: un fenomeno a cui la Ue deve prestare attenzione. La Ue deve o farsi promotrice di trattati o dare risorse economiche agli Stati più interessati dal problema per costruire nuove carceri
Da queste dichiarazioni parrebbe che il genio della lampada, dopo aver varato il reato di immigrazione clandestina - vero toccasana per la situazione carceraria - stia da un lato battendo cassa all'Unione Europea e dall'altro suggerendo all'Europa tutta di stringere mirabili accordi di ampio respiro sul filo dell'asse Berlusconi - Gheddafi.

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