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Il tabù che penalizza i lavoratori

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Diciamo le cose come stanno: il fatto che in Italia esistano -specie nell'impiego pubblico- un certo numero di fannulloni fatti e finiti è circostanza arcinota; così com'è ampiamente risaputo che i sindacati, nell'ambito della loro meritoria attività volta a tutelare i diritti dei lavoratori, finiscono spesso e volentieri per difendere anche loro.
Si tratta di una di quelle cose che tutti -spesso per conoscenza personale dei diretti interessati- sanno perfettamente, ma che per qualche motivo non si può dire: cioè, in estrema sintesi, di un tabù.
Il quale tabù, tra l'altro, genera il paradossale effetto di creare una sostanziale parità di trattamento tra quelli che lavorano e quelli che si girano i pollici, a tutto svantaggio dei primi che subiscono prima il danno di farsi il culo mentre gli altri poltriscono, e poi la beffa di non vedersi riconosciuto alcun merito, perché ufficialmente -e pure nella sostanza, leggi carriera, promozioni e via discorrendo- i fannulloni sono considerati tali e quali a loro.
A me, leggendo le parole della Marcegaglia -della quale peraltro, com'è noto, non sono mai stato un fan sfegatato-, è venuto in mente soprattutto questo: alla fine della fiera gli strepiti di quelli che si stracciano le vesti, al di là delle loro intenzioni, vanno a discapito dei -tanti- lavoratori seri che operano in questo paese.
Che facciamo, iniziamo a parlarne o vogliamo continuare a far finta di niente?

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