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Rimbalza il clandestino

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Ecco, adesso il massimo sarebbe se in Albania lanciassero un giochino di Facebook intitolato "Rimbalza il clandestino", consistente nel respingere a forza di clic un un pupazzetto con le fattezze di Renzo Bossi che tenta di entrare nel paese senza permesso di soggiorno per prendersi la laurea triennale.

I campi di concentramento in cui ci mettono tutti

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Quando si arriva ad asserragliarsi in un posto trattenendo un ostaggio i casi sono due: o si è appena fatta una rapina e si chiedono le solite cose che abbiamo visto decine di volte nei film americani -tipo un elicottero entro dieci minuti e la pista di decollo libera dai poliziotti-, oppure quel posto è un posto di merda nel quale non si riesce a resistere un minuto di più e da cui non si sa come andar via.
Ebbene, nel caso di specie mi pare chiaro che ci troviamo di fronte alla seconda ipotesi: con l'unico particolare che "posto di merda" è un eufemismo, visto che in Italia i CIE assomigliano in tutto e per tutto a dei campi di concentramento nei quali gli esseri umani vengono trattati peggio degli animali.
Ora, la domanda è: secondo voi il fatto che nel nostro paese esistano posti del genere costituisce una semplice -si fa per dire- violazione dei diritti umani di un numero ristretto di individui, o piuttosto rappresenta un vulnus allo stato di diritto, e quindi finisce per incidere -in un modo o nell'altro- anche sulla libertà degli altri?
In altri termini: la questione è vergognarsi per quello che succede ad alcuni, o preoccuparsi -e parecchio- per quello che stanno facendo a tutti?

Caro Grillo, la cittadinanza non è un derby

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Seble Woldeghiorghis per Metilparaben.
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Mi ha veramente lasciata perplessa la notizia del post di Grillo in merito alla concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati:

La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall'altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della "liberalizzazione" delle nascite.

Trovo la dichiarazione di Grillo sconcertante, ma non per lo stesso motivo che ha scatenato la protesta online: cittadinanza sì, cittadinanza no. Sarei folle se dichiarassi che non sono d'accordo con la cittadinanza a chi nasce e/o cresce in Italia, avendone fatto una battaglia personale portata avanti prima con l'associazionismo e ora all'interno del Comune di Milano, dove da qualche mese ho la fortuna di lavorare.
Per quanto mi riguarda: CITTADINANZA SÌ.
Mi sbilancio: la semplificazione nella concessione della cittadinanza la porterei avanti anche per chi in Italia non vi é né nato, né cresciuto, ma che da anni ci vive. Cittadinanza quindi non solo ai figli, ma anche ai genitori. Ma questo forse é troppo per l'Italia di oggi. Partire dai figli sarebbe già un bel passo avanti.
Il post di Grillo ha effettivamente creato un coro da stadio allontanando a mio parere dal vero messaggio subliminale, ma non troppo, nascosto tra le righe. Per Grillo i cittadini stranieri non hanno diritti e la politica quindi non se ne deve occupare. I cittadini non muniti della cittadinanza sono delle entità invisibili che vivono una vita distinta dagli italiani (doc/dop): infatti, secondo Grillo, gli oneri dei deliri dei politici li subiscono solo gli italiani, mentre gli immigrati non ne vengono minimamente sfiorati (proprio loro che dalla politica vengono continuamente tartassati e strumentalizzati).
Mio caro Grillo urlante, qui non stiamo parlando del derby Milan-Inter, Roma-Lazio, Juve-Torino. La partita che si gioca affrontando il tema della cittadinanza, e che genera tanto tifo, é quella che si trova ad affrontare l'Italia con se stessa e sarà decisiva nel decretarne il successo nazionale, ma soprattutto internazionale.
Spero che tu raccolga l'invito dell'On. Sarubbi per un confronto su questo tema che vada al di là delle cinque righe sparate senza meditare. Sarebbe bello poter fare l'incontro in un bello stadio e riempirlo di tutti quei cittadini italiani di fatto, ma non di diritto, che ordinatamente e a turno ti racconteranno cosa voglia dire vivere in un Paese che non ti riconosce, che ti considera non degno di attenzione.
Nel caso dovessi accettare, ti consiglio di prenderti una giornata intera per ascoltare ogni intervento. Ne sentirai delle belle, e forse a quel punto capirai il vero senso della campagna "L’Italia sono anch'io".

Secessionisti nazionalisti

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E' curioso che ad opporsi in modo più accanito contro la possibilità che chi nasce sul suolo della repubblica diventi automaticamente italiano siano quelli che si professano stranieri pur essendo nati in Italia.
Per la serie: non blaterate dalla mattina alla sera di essere padani e di voler fare la secessione?
E allora, scusate, che ve ne frega?

Voi seminate vento, gli altri raccolgono tempesta

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Sarete contenti, adesso.
Avete accuratamente fatto in modo che gli animi si esasperassero oltre ogni limite: gli animi degli immigrati trattati come deportati e quelli della popolazione stremata da una situazione insostenibile.
Mi piacerebbe davvero pensare che quello che succede a Lampedusa sia il risultato di una politica sull'immigrazione miope ed ottusa: invece temo proprio che si tratti di una strategia costruita a bella posta per mettere italiani e stranieri su barricate contrapposte, per scatenare la solita guerra tra poveri, per soffiare benzina sul fuoco e infine ricavarne consenso promettendo sicurezza, pugno duro, tolleranza zero.
Chi semina vento raccoglie tempesta, dice il proverbio: invece voi il vento l'avete seminato, ma lasciate che a raccogliere la tempesta siano gli altri.
Non c'è che dire, siete dei geni.

L'uomo senza scarpe

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Ieri sera un tizio mi ha fermato in mezzo alla strada.
Parlava con un accento straniero, non saprei dire di che posto, era un tantino brillo, ma solo un po', e camminava scalzo.
Voleva una sigaretta.
Però voleva anche raccontarmi che mentre dormiva qualcuno gli aveva fregato le scarpe.
Ci avrà messo un minuto buono, per farmelo capire. E gesticolava, come se per lui fosse davvero importante che io, uno sconosciuto che passava per strada, sapessi quello che gli era capitato.
Così ho pensato che di certi drammi non abbiamo cognizione. Non li comprendiamo. Non ne cogliamo minimamente i contorni, la portata, le implicazioni.
Voleva una sigaretta, il tizio scalzo.
E io gliel'ho data, ché per me una sigaretta non è niente.
Ma soprattutto aveva bisogno di raccontare a qualcuno che mentre era solo come un cane, in un paese straniero, senza un soldo in tasca né uno straccio di speranza, gli avevano fregato le scarpe.
E voleva che quel qualcuno, per un minuto, lo ascoltasse.
Ecco, tutto qua.

Per stare in Italia bisogna essere meglio degli italiani

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La novità è che per evitare di essere espulsi gli immigrati dovranno superare un test in cui verrà chiesto loro come funzionano il parlamento e il governo, cosa sono le regioni e cosa dice la costituzione.
Cioè, in buona sostanza, un esame che una bella fetta di italiani sarebbe assolutamente incapace di affrontare.
Ora, per carità, non è che io auspichi l'esilio per i nostri concittadini che ignorano cosa sia un sistema elettorale e se ne strafregano di cosa significhi un voto di fiducia: però il fatto che costoro riescano a sopravvivere lo stesso, e talora costituiscano perfino delle risorse economiche per il paese, dovrebbe indurre ad adoperare un minimo di indulgenza anche nei confronti di quelli che vengono da fuori; i quali, invece, saranno obbligati ad imparare nozioni che noialtri possiamo permetterci allegramente di ignorare.
Per stare in Italia, insomma, bisognerà essere meglio degli italiani.
A me, sinceramente, pare un po' troppo.

La democrazia richiede maturità socio-culturale

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Hai ragione Ale, ci vorrà molto tempo per riparare i danni culturali (se si può usare la parola cultura) che hanno prodotto quella roba che una volta venuta alla luce resiste a lungo e che poi cadrà sulle nostre spalle.
Contestualmente, però, serve anche tempo per imparare a confrontarsi in una lingua, qui sì, socio-culturale comune. Un linguaggio che permetta di comunicare gli uni con gli altri per proseguire il cammino insieme. Tu sai quanto mi interessi di questo, della realizzazione della piena uguaglianza come richiede l'art. 3 della Costituzione e della parità di accesso alle opportunità. Credimi: conciliare mentalità che provengono da ordinamenti giuridici così diversi rispetto al nostro è molto difficile. Ci sono migranti che arrivano da paesi autoritari e altri che non hanno alcuna conoscenza di regole e di come si vive nei paesi (da noi definiti) "democratici". Altri che provengono da aree senza struttura statale, dove più che ogni altra cosa, si soffre la fame. Mi prenderò le vostre critiche, ma sino ad ora ho visto tentativi di protagonismo personale, vittimismo, rifiuti pregiudiziali verso la collaborazione (in parte comprensibuili perchè sono stati sfruttati per tutta la vita e ogni oltre oltre), incapacità di mediare e antagonismo 'per principio'. Così non si va molto lontano.
Il cammino è in ogni caso lungo e doloroso per tutti, ma ineluttabie. Oggi esistono, almeno a Milano, una miriade di piccole associazioni miste o di comunità di migranti legate dalla provenienza o dalla fede. Non c'è ancora un leader, manca un filo conduttore che unisca queste piccole isole separate con i ponti che le devono avvicinare.
Putroppo in tanti casi manca anche la voglia consapevole di doverlo fare insieme, italiani e stranieri. Per onestà, manca da entrambe le parti.

Ilda Curti, la donna più votata d'Italia

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Lei stessa spiega perché:

Il mio comitato elettorale, intanto: nessuno dei ragazzi è iscritto al PD, molti meno giovani sono iscritti e arrabbiati, altri non ci pensano nemmeno, tutti amano la politica e si appassionano alla città. Viviana, Giorgia, Marco era la prima volta che facevano qualcosa di così esplicitamente politico. Altri non hanno nemmeno il diritto di voto.
Suad vive qui da 12 anni, è nata in Marocco ed è una torinese nei modi, nella pronuncia e nella puntualità. Valter è bosniaco, rom nato a Banja Luka e qui da quasi sempre. Non hanno la cittadinanza ma esercitano, da sempre, la cittadinanza. Quella attiva, appassionata, seria, intelligente. Andare con loro nei mercati e discutere insieme di immigrazione, paura, conflitto cambia la prospettiva, vi assicuro. La prospettiva della signora Maria, intanto. Che di fronte a questi ragazzi sorridenti, intelligenti e preparati si incuriosisce, sorride e discute. Poi ci sono stati Bocar, Abdelhaziz, Hakima, Aurelia, Mohamed, Fatima, Esmeralda, Mark, Eva, Ibrhaim, Amir, Younis, Sherif, Benko... così tanti che non li elenco nemmeno tutti.
C’è stato Faousi che ha ricordato ai suoi connazionali tunisini: «noi non abbiamo il diritto di voto ma abbiamo il dovere di far votare quelli che ce l’hanno e non lo considerano un valore. Noi subiamo le scelte della politica ma non possiamo decidere. Adesso tocca a noi, perché Torino è anche nostra». E allora ci sono stati volantinaggi spontanei ai mercati, incontri con i genitori italiani dei loro figli, con i compagni di università, con i connazionali con cittadinanza, con i vicini di casa. Ho partecipato a decine di incontri così: gruppi di 20, 30 persone con le quali ho discusso di politica, di Torino, di lavoro, di scuola, di futuro.
Sono andata ad un incontro organizzato da Mohamed: 300 persone, uomini e donne, e domande sulla partecipazione, il voto, la democrazia. Molti kebabbari avevano il mio materiale sul bancone e spiegavano ai clienti chi ero. E’ così che ho conosciuto due ragazzi giovani che hanno letto il pieghevole, sono andati sul sito, hanno visto dove trovarmi e sono venuti a conoscermi. Si sono incuriositi, mi hanno detto, perché non è usuale che il proprietario di un kebap si spenda così tanto per convincere a votare una del PD. Donna, per di più. I principali centri islamici della città hanno scritto una lettera in arabo e italiano ai 2.500 arabi con cittadinanza italiana. Cominciava così: «l’articolo 3 della Costituzione Italiana a Torino è programma politico».
Nella sede del Comitato – 15 metri quadri nel cuore di Barriera di Milano –il mitico Enzo insieme a Franco e gli altri che si alternavano hanno passato le giornate a spiegare come si vota a frotte di immigrati che venivano, chiedevano, cercavano di capire la differenza tra il voto in comune e quello in circoscrizione. I ragazzi di Via Agliè – il gruppo rap di Torino Nera – sono venuti a cantare al Lapsus insieme agli Architorti, a Furio de Castro e a tanti altri. Un mio conoscente che già mi avrebbe votato ha ricevuto il mio santino dai suoi collaboratori domestici filippini. Lo stesso è capitato alla mia amica Gianna a cui il pieghevole è stato portato dalla sua signora rumena. Sono stata votata dai datori di lavoro e dai dipendenti. Ciumbia di nuovo. Hakima ha parlato con tutti gli ambulanti del mercato dove lavora suo marito. I genitori di Fedoua hanno bussato alle porte dei loro vicini italiani e hanno spiegato che votare è importante. Esmeralda, travolgente Pasionaria intelligente e coltissima, è venuta con me in giro per la città e mentre distribuivamo materiale chiacchieravamo di arte e poesia. Le sisters, fantastiche suore di strada, hanno volantinato alle donne con cui passano i pomeriggi a cucire e parlare. I ragazzini multimulti di Barbara sono andati in giro in bici per il quartiere facendo il buca a buca. I balonari hanno organizzato una cena dove si è discusso di mercati, di DURC, di usato, di 121unisti che nessuno ricorda cosa siano a parte pochi di noi e loro. Poi c’è stato anche altro, tanto altro. Così tanto e così intenso che davvero sembra un concentrato di pomodoro che sta tutto nel tubetto e bisogna diluirlo.
[...] Io non so se le 1983 preferenze arrivano da questa rete. E non saprei nemmeno dire se una rete così si può improvvisare o, piuttosto, è quella intessuta nei tanti anni di immersione nella pancia della città. Io so che sulla parola “consenso” dovremmo riflettere a lungo e imparare a gestire anche le questioni scomode con un po’ più di coraggio e meno paura di perdere. E sulla partecipazione degli immigrati sarebbe bene, anche qui, essere un po’ più articolati e meno schematici. Perché non basta metterne qualcuno in lista per conquistarsi il titolo di partito aperto e multietnico.
Non serve scoprire due mesi prima delle elezioni che un botto di loro votano anche: a Torino circa 7.000 (esclusi i rumeni). Un numero simile a quello che ci ha fatto perdere le Regionali, per dire. Non è neanche detto che siano tutti di sinistra, tutti disponibili a votare, tutti interessati alla politica. Però sono parte dei nostri potenziali elettori e spesso sono molto più motivati alla democrazia di quanto non si possa pensare.
Vale per gli immigrati, per le donne, per i giovani: la partecipazione si attiva se si è convincenti, se ci si mette la faccia, se si aprono le porte, se si attivano reti e se si è disponibili a mettersi in gioco. Serve accogliere la voglia di partecipazione, serve far crescere classe dirigente. Serve tempo, cura e attenzione. Perché la prossima volta mi piacerebbe essere io a fare volantinaggio per Suad, Esmeralda, Valter o Aurelia. E morirei di soddisfazione a veder entrare Houda in Sala Rossa con il suo foulard colorato e la sua pacata intelligenza politica.
(via Ciwati)

Immigrazione: la strada verso l'uguaglianza

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L'immigrazione nel nostro Paese è un fenomeno strutturale, è in crescita costante da anni e non si fermerà. Le ragioni sono molteplici: il naturale migrare delle popolazioni dalle regioni povere del pianeta verso i paesi più ricchi, nei quali potrebbero migliorare le proprie condizioni di vita e coltivare la speranza di dare ai propri figli maggiori possibilità di crescita intellettuale e opportunità di lavoro, ma anche i profughi di guerra e i profughi climatici. In linea di principio, in ogni caso, dobbiamo tener conto che la gran parte di coloro che migrano appartenevano, nei paesi di origine, alla classe media e alla piccola borghesia, per la nota ragione che il viaggio verso il futuro costa loro, non solo migliaia di chilometri, ma anche migliaia di euro. Il livello medio di scolarizzazione dei nuovi arrivati è infatti mediamente più alto di quello degli Italiani. Oggi, in Italia, risiedono oltre 5,3 milioni di immigrati regolari, ma l'integrazione di italiani e stranieri e la formazione di una nuova (multi)cultura sono ancora lontani. Non basta essere, come ora, un paese multietnico. Serve che si compia il passaggio verso un paese realmente multiculturale. Integrazione, infatti, non deve significare “assimilazione” del diverso alla nostra cultura, ma mescolanza, arricchimento delle reciproche diversità e, quindi, apertura verso l’arricchimento della cultura italiana grazie ai nuovi apporti delle diverse culture oggi presenti sul territorio. Il rischio di un percorso diverso dall’integrazione porterebbe la società del futuro ad essere un arcipelago di isole separate, più facilmente portatrici di conflitti sociali: gruppi e clan uniti dall’identità di origine o dalla propria confessione religiosa. Per raggiungere, invece, l’obiettivo di una civile e armoniosa convivenza, dobbiamo iniziare - da subito - a progettare la cittadinanza coesa del futuro. E poiché questa prospettiva ci vede necessariamente “mescolati”, dobbiamo costruire questo processo insieme, Italiani e stranieri, comportandoci già oggi come se fossimo il futuro che abbiamo in mente.

Uno degli esempi peggiori

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Molti italiani, compreso me, fanno una fatica micidiale a convincere i propri figli che la violenza è un modo stupido, brutale e inaccettabile per risolvere i problemi: ci fate il cazzo di favore di darci una mano, o perlomeno di trovare una scusa qualsiasi e starvene zitti, invece di continuare a remare contro inneggiando all'uso delle armi ogni volta che potete?
No, perché qualora la cosa vi sia sfuggita dovreste guidare il paese, e invece siete uno degli esempi peggiori che si possano dare a un ragazzo che cresce.
Grazie.

Permesso di esistenza in vita

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Non solo -cosa che francamente, e tristemente, ha quasi smesso di meravigliarmi- un barista di Roma appende fuori dal locale un cartello con su scritto "Vietato l'ingresso agli animali ed agli immigrati"; ma poi -e forse è proprio questo il particolare che mi colpisce di più- in qualche modo ci si mette pure l'immigrato, il quale scatta una foto, la consegna al suo legale e afferma di voler valutare un'eventuale azione legale perché ritiene il fatto "altamente discriminatorio per sé e per tutti quelli stranieri che hanno un regolare permesso di soggiorno": come se invece non lo fosse per tutti gli immigrati che il permesso di soggiorno non ce l'hanno, i quali, a quanto pare, possono essere allegramente confinati fuori dagli esercizi commerciali come gli animali; ed anzi, per essere precisi, in una posizione addirittura subordinata, tipograficamente parlando, rispetto ad essi.
Sapete cosa? Al di là del caso di specie, che considero semplicemente uno spunto di riflessione, ho come la sensazione che nella mentalità corrente -compresa quella degli immigrati- il permesso di soggiorno stia lentamente -ma inesorabilmente- assumendo i contorni di un vero e proprio permesso di esistenza in vita: avanti di questo passo chi non ce l'ha non solo non potrà essere assunto regolarmente, non avrà diritto al medico di famiglia, non potrà stipulare un regolare contratto di affitto e via discorrendo, ma semplicemente non sarà legittimato ad esistere.
Come se la qualifica di essere umano, pian piano, smetta di essere funzione del colore della pelle ma inizi a dipendere dal possesso di un pezzo di carta.
Sarò un rompicoglioni, ma francamente lo vedo come un peggioramento.

Minerva, l'altro culturale e una qualche 'sensazione di famiglia'

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Buongiorno a tutti! Minerva Jones non ne può più di tanta stupidità, ipocrisia, perversione e squallore nella classe politica che ci governa, così come nei media che tirano l'acqua a quel mulino in cui lei non si riconosce, anzi, dal quale fa di tutto per distinguersi. E spesso si chiede se chi ci governa sia culturalmente e politicamente preparato, ma in malafede, oppure ignorante rispetto alle questioni più banali o, infine, semplicemente incapace di elaborare una riflessione sensata.
E visto che tutti parlano, pure lei dice la sua – come persona che per vent'anni ha lavorato tra migranti (uso questo termine nel senso di 'persone in movimento', mai riuscirei ad accettare qualsiasi connotazione insita in altre generiche e spesso criminalizzanti definizioni degli individui in questione!).

Chissà quanti ne sono morti l'altra notte (perché noi abbiamo giusto una solita generica cifra tonda...)? E chi erano? Quali erano i loro nomi? Possiamo nella frenesia delle nostre vite fermarci proprio solo un istante a pensarci, non di più – non ve lo chiedo.
Mi chiedo quali esperienze di vita avessero, cosa avessero visto i loro occhi nel corso delle loro vite, quali sonorità avessero ascoltato; mi chiedo dove sarebbero voluti andare, per quali sogni, per quali progetti.
I media tali informazioni non ce le daranno mai e – anche potessero – non lo farebbero, altrimenti più che clandestini/profughi/delinquenti li vedremmo come 'persone'.

Persone come quelle con le quali condividiamo la nostra vita reale, quella delle relazioni faccia-a-faccia – parenti, amici, colleghi di lavoro.
Minerva sa che anche queste contribuiscono a orientare le nostre interpretazioni della realtà, come afferma Ulf Hannerz, il quale ha il merito di rendere chiara e plausibile la ragione per cui ciascuno di noi ha il proprio unico, inedito e continuamente rielaborato, cambiato o confermato modo di vedere le cose – la propria 'prospettiva'.
La prospettiva individuale è, infatti, secondo la sua teoria, la risultante di un processo di informazioni che si dipanano attraversa quattro 'cornici' (quella delle relazioni personali, quella dello stato, quella degli scambi economici e quella dei movimenti) e, visto che in ciascuno di noi tale flusso è – di istante in istante e per tutto il corso della nostra vita – diverso, nessuno di noi avrà mai la stessa identica visione delle cose di qualcun altro.

Già, siamo assolutamente unici perché unica è stata la nostra esperienza di vita e l'intersezione di queste traiettorie di informazioni. E questo si accompagna all'esserci resi conto che di esistenza ne abbiamo una sola e il sacrificarla per il bene della comunità (famiglia, partito, parrocchia, ecc.) per averne protezione in cambio ormai ci è inaccettabile. Per questo poi ci avviciniamo (almeno temporaneamente) a chi ci sembra avere degli elementi nella propria identità simili ai nostri.
Fateci attenzione.
Pensate a quando entrate in casa di qualcuno che non conoscete ancora bene e vi mettete a guardare con la testa inclinata i libri custoditi nella sua libreria, o scorrete fugaci i titoli e le copertine di cd e dvd impilati in bacheca, per infine, di fronte a una scrivania in disordine e piena di carte, avanzare la richiesta “ti dà fastidio se curioso un po'?”.
Cosa state cercando, ve lo siete mai chiesti?
Non è che – forse – cercate analogie che vi facciano sentire qualcosa tipo un'aria di famiglia? Analogie che vi aiutino a superare la sensazione della solitudine che si accompagna alla nostra unicità?

Un elemento singolare ricorrente nella maggioranza delle interviste che da trent'anni vengono raccolte nel contesto delle ricerche sull'immigrazione in Italia è la contraddizione nell'intervistato tra la percezione del 'fenomeno immigrazione' nel suo complesso (orientata dai mezzi di comunicazione di massa) e la percezione dei casi specifici di immigrazione con i quali egli è in contatto quotidianamente di persona, così che il risultato si sintetizza spesso nell'affermazione “gli immigrati sono clandestini, delinquenti, spacciatori e non rispettano le nostre leggi, ma il mio vicino di casa no: lui è uno onesto, bravo, paga le tasse, ed è mio amico”.

I nostri vicini di casa a volte parlano altre lingue, mangiano altri cibi, professano altre religioni, hanno pure un altro colore della pelle. Ma da quando il fenomeno dell'immigrazione è cominciato noi stiamo già cercando 'aria di famiglia' anche con chi viene da lontano. Lo stiamo facendo da trent'anni.
E se ora queste persone usano per informarsi e resistere blog e social network, indossano abbigliamento di marca (di ultima mano o contraffatto, c'è davvero bisogno di sottolinearlo?) e fanno riprese (guardatevi il video...) con telefonini scrausi, beh... sono molto più 'famiglia', per me, di chi sta in TV o in parlamento, indossa vestiti firmati, gadget di marca, gira in auto di lusso circondato da una corte di sudditi e guadagna stipendi fantasmagorici per gestire situazioni che poi concretamente risolviamo sempre noi – società civile – sul piano della realtà quotidiana con un'infinita dose di pazienza, senso pratico e anche pura e semplice intelligenza.

Perché abbiamo già capito che costruire relazioni di amicizia, solidarietà e senso di comunità, esaltando le analogie e cercando di minimizzare le differenze e i potenziali conflitti, significa creare il sistema di protezione migliore (e più economico) verso una qualsivoglia futura ragione di paura o pericolo.
Ed è proprio solo buon senso arrivare alla conclusione che non ci sia molto da guadagnare nell'avere il 'nemico' sul proprio pianerottolo di casa, reciprocamente impegnati in una guerra quotidiana della quale noi contendenti – questo è poco ma sicuro – non saremo certo i beneficiari di alcun potenziale guadagno o profitto.

Riportare i fatti è diventato offensivo

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A quanto pare riportare una dichiarazione virgolettata di Luca Zaia, secondo la quale i tunisini che arrivano in Italia sono in carne e hanno tutti il giubbottino all'occidentale, le scarpe da ginnastica di marca e il cellulare, metterla a confronto con le immagini degli immigrati scampati al naufragio dell'altro giorno per rilevare che forse le cose non stanno esattamente come dice il governatore del Veneto, e infine postare il tutto su Facebook è un'operazione "spammy" (cioè finalizzata a fare spam) o "abusive" (cioè offensiva).
Il che equivale a dire, a occhio e croce, che su Facebook può essere considerato "offensivo" segnalare due notizie documentate e trarne una riflessione.
Fate un po' voi.

Ecco un altro cicciottello con l'iPhone

19 Commenti »

Luca Zaia, 24 marzo 2011:

Quelli che arrivano con le scarpe da ginnastica firmate, il giubbottino all'occidentale e il telefonino in mano non è gente che chiede l'asilo politico. Lampedusa non è invasa da rifugiati politici o disperati, ma da tunisini che fuggono da un territorio nel quale è ripresa la vita normale e sono state riaperte le aziende. Oggi sbarcano soltanto ragazzi di 25-35 anni senza famiglia che appaiono in carne, ben messi, non così sprovveduti.
Nella foto, uno degli extracomunitari scampati al naufragio della scorsa notte.
Sono chiaramente visibili la spensieratezza del soggetto, la sua corporatura paffutella, le Nike, il Moncler e l'iPhone.

Salutateci i tunisini

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Visto che Renata Polverini è così spiritosa, salutatele anche i tunisini che hanno tentato di darsi fuoco e che si sono tagliati le braccia per paura di essere rimpatriati, quelli che sono arrivati in Italia dopo un viaggio infernale per ritrovarsi a vivere come bestie ammassate in una gabbia, quelli che hanno salutato figli, fratelli, genitori, amici, e non li rivedranno mai più.
Vedrete, che risate si faranno.

Il trionfo definitivo dell'ipocrisia

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Ditemi la verità: se un gruppo di persone si sgola, si straccia le vesti e convoca il Senato in seduta notturna per impedire la morte una donna in stato vegetativo permanente che aveva chiesto lei stessa la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione artificiali necessarie a tenerla clinicamente in vita, cosa vi aspettereste che facesse per salvare la pelle a migliaia di uomini, donne e bambini che scappano dall'inferno e sbarcano sulle nostre coste inseguendo disperatamente una speranza di sopravvivenza?
Se tanto mi dà tanto quelle persone dovrebbero scendere in piazza, incatenarsi, minacciare di darsi fuoco con l'accendino in una mano e la benzina nell'altra per fare in modo che quei poveri disgraziati vengano accolti, sfamati, dissetati e salvati dalla morte.
Invece no.
Invece le stesse persone che allora gridavano al crimine contro la vita, evocando lo spettro dell'eugenetica e dando dell'assassino a chiunque cercasse di far rispettare la volontà di quella donna, adesso strillano come ossessi che quei poveri cristi devono andarsene fuori dai coglioni, tornare da dove sono venuti, togliersi di mezzo e arrangiarsi come possono.
Si tratta del definitivo trionfo di un'ipocrisia tanto grossolana da diventare paradossale: un'ipocrisia sfacciata, praticata apertamente come se niente fosse e rivendicata senza ritegno, senza pudore, senza il benché minimo rispetto per la logica.
Spero davvero che qualcuno se ne ricorderà, la prossima volta che questi personaggi verranno a farci la predica sulla sacralità della vita umana.

Ci puliamo il culo pure con questo?

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Raffaele Fitto, ministro per i Rapporti con le Regioni, 30 marzo 2011:

I respingimenti di massa sono l'extrema ratio, ma questo scenario davvero non si può escludere.
IV Protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, 16 settembre 1963, articolo 4:
Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate.
Si tratta, per capirci, dello stesso pezzo di carta che proibisce la tortura e la schiavitù, garantisce la libertà di pensiero e di espressione, sancisce il diritto ad elezioni libere, protegge la proprietà, abolisce la pena di morte, stabilisce l'eguaglianza tra i coniugi, vieta di discriminare gli esseri umani in base al sesso, alla razza, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche, alla ricchezza, ed altre amenità del genere.
Che ne dite, vale la pena di continuare a rispettarlo o ci puliamo il culo pure con questo?

Spauracchi

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Giancarlo Lehner, appartenente al gruppo dei "Responsabili", sull'emergenza migranti:

Per limitare l'afflusso degli africani, quasi tutti giovani e baldi maschi, serve il deterrente psicologico. Basterebbe diramare il seguente comunicato: "Al fine di prevenire squilibri demografici e prevedibili reati sessuali, le autorità italiane, nei luoghi degli sbarchi, hanno allestito presidi sanitari, per l'immediata castrazione chimica dei migranti". Certo che non lo faremo, tuttavia non sarebbe male agitare lo spauracchio della penisola come regione degli evirati arabi.
Lo spauracchio di aver affrontato un'odissea per passare da un paese allo sbando a un altro, invece, non c'è neppure bisogno di agitarlo.
Si tratta, con ogni evidenza, di una drammatica realtà.

Foera di ball

11 Commenti »

No, dico, un ministro della Repubblica liquida la drammatica questione dell'emergenza migratoria con un articolatissimo "foera di ball", e poi ci meravigliamo che abbiano escluso l'Italia dalla videoconferenza sulla crisi libica?
Io, piuttosto, li ringrazierei in ginocchio per non averci ancora escluso da tutto il resto.

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