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La riforma di Cota spiegata ai fedeli

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Roberto Cota, governatore del Piemonte:

Andremo in tutte le parrocchie del Piemonte a spiegare la nostra riforma sanitaria ai cittadini. (...) Per questo ho chiesto aiuto all’arcivescovo. Perché nelle parrocchie possiamo entrare in contatto con migliaia e migliaia di persone di ogni età, sentire le loro opinioni e spiegare il nostro progetto.
Ottimo.
Se ne deduce che per estendere ad un numero di cittadini ancora più cospicuo l'illustrazione della riforma sanitaria, e allo scopo di raccogliere ulteriori pareri preziosi, Roberto Cota non mancherà di recarsi anche presso le sedi dei centri sociali.
Oppure no?

Razzisti con la salute degli altri

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Proprio mentre in Lombardia mancano circa 8mila infermieri, e di italiani se ne trovano sempre meno, la Lega Nord si oppone all'assunzione di infermieri stranieri.
Ora, essere razzisti è già una cosa rivoltante di per sé, ma quando per discriminare gli immigrati si finisce addirittura per nuocere alla collettività si precipita definitivamente nel grottesco.
Facciamo una cosa, amici leghisti: perché non mettete per iscritto la rinuncia ad essere assistiti se vi ammalate, in modo che l'insufficienza numerica degli infermieri, che voi contribuite ad aggravare, non ricada sulla collettività ma solo su di voi?
Perché così, perdonatemi, fare i razzisti è troppo facile

Certo che... solo al Sud - Parte I: la sanità

20 Commenti »

Nord Est. Un giorno qualsiasi.
Devo fare delle analisi del sangue e una mammografia, non sono residente qui, devo prendere un medico.
Step 1. Azienda sanitaria. E' il mio turno
- Salve dovrei prendere un medico, ne vorrei uno..
- La lista xe là
- Si, la lista l'ho vista ma vorrei un medico che abbia una conoscenza dell'omeopatia..
- La mi scusi, ma no sso. La vardi sulla lista quel che xe vicin de casa e scelga!
- ... (scelgo.. in base alla simpatia del nome. il medico lo chiameremo appunto "Ersimpatia")
Vado appena possibile per la prima visita.
- Buongiorno dottor Ersimpatia, sono Rossa Innaturale. Sono una nuova paziente
- ...
- ...e, visto che saranno almeno un 5 anni che non faccio delle analisi e...
- La se senti. quanti anni ha?
- 35
- E cossa la vol aver a 35 anni! Ha disturbi?
- No, ma..
- E allora la me diga, cossa le devo segnar??
(stringo nella mano il foglietto con la lista delle malattie delle ultime tre generazioni della famiglia)
- Emocromocompleto (lo dico proprio così, tutta una parola. E io cambiomedico, tutta una parola)

Step 2. Azienda sanitaria, di nuovo. E' il mio turno
-Buongiorno, devo cambiare il medico, per caso sa consigliarmene uno...
-La vardi, xe la lista là, la pol sceglier quel che vol..
- Si, me lo da per favore un consiglio? Lei sicuramente ne conosce tante di persone (mi faccio schifo da sola) e saprà consigliare, ad esempio, le signore di una certa età indicando i dottori con una certa specializzazione piuttosto che un'altra..
- Beh sì...cosa la cercava? Omeopata? Vardi xe questo quà che xe 'ssai bravo. (per comodità lo chiameremo dottor Fraccazzo)..
Non ci vado fin quando per una cretinata non vado al pronto soccorso - e senza passare dal via! -. Quando mi dimettono mi dicono di andare dal medico generico. Lo chiamo.
- Buongiorno, è il dottor Fraccazzo? Sono una nuova paziente, e visto che stamattina piangevo sangue come la madonnina di Civitavecchia, e al pronto soccorso mi hanno detto di andare dal medico, la chiamo per prendere un appuntamento
- ..mi scusi. con la mutua o a pagamento?
- ... con la mutua, sono una nuova paziente e stamattina..
- Allora venga tra una settimana.
- Come una settimana?! Dottore!!! STAMATTINA sono andata..
- Sennò privatamente tra due giorni.
..una settimana dopo sono lì..
- Buongiorno dottor Fraccazzo, sono Rossa Innaturale, è la mia prima visita
- ...
- L'ho chiamata una settimana fa perchè, si ricorda? la madonnina... abbè ma magari lei Civitavecchia non la conosce.. comunque, ecco piangevo sangue e..
- Si è fermato?
- (cazzo de domanda, penso) sì, si è fermato
- Allora non è niente
- ...
- C'è altro?
- (....) mi segna una mammografia?
- Alla sua età?

Step 3. Azienda sanitaria. Di nuovo. E' il mio turno.
- Buongiorno, devo cambiare il medico. Se mi da quella (cazzo di) lista glielo indico.
Scelgo il medico perchè è il medico della sìora che chiameremo Smarcamaroni. Il medico lo chiameremo "Nunc'èproblema".
Quando ho dei fastidi lo chiamo e prendo appuntamento. Ci vado con la Smarcamaroni
- Buongiorno dottor Nunc'èproblema...... sono Rossa Innaturale (oddio sento nelle orecchie un coro di voci che dice "Ciao, Rossa Innaturale")... sono una nuova paziente e vengo su consiglio della signora Smarcamaroni che è qui fuori..
- (si mette sull'attenti rimanendo seduto e tenta un accenno simpatico) ma come! Si vede benissimo che lei è così giov..
- Sono un po' giovane ma ho dei problemi qui al petto, mi succede che quando..
- Si spogli
(mi spoglio)
(mi guarda)
(lo guardo pure io, con l'espressione idiota di chi cerca di capire se ha davvero davanti l'uomo con la vista a raggi X o se il dottor Nunc'èproblema guarda negli occhi le tette per svago)
- Si rivesta
(mi rivesto)
- Allora faccia questa e poi ripassi
- ..ma... una mammografia?
- Sì, certo anche se è vero che è molto giovane ma..
- Va bene allora ci vediamo per i risultati, ma.... per il dolori al petto che devo fare?
- Ah! Quelli se li tenga!

Nord Est. Un tardo pomeriggio qualsiasi.
Social life, aperitivo con "Oltregliocchiilnulla". Le racconto.
Partecipa alla mia frustrazione. Mostra stupore perchè ho una lista delle malattie delle ultime tre generazioni. E anche perchè non sono riuscita ad estrarla dalla tasca.
Intanto da sua maestà l'onnipresente tv, l'ennesimo caso di malsanità... arrivano solo poche parole:
Errore... Morta di parto.... Emorragia...ROMA...
Oltregliocchiilnulla mi guarda e senza che il cervello filtri le labbra, dice:
- solo a Roma pol capitar na cosa cussì, sa...
- ...
- oh! Scusa..

Un giorno di ordinaria corsia

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Ho ricevuto questa e-mail e la pubblico così come mi è arrivata, invitandovi a leggerla fino in fondo e a rifletterci con attenzione: qualora non vi fosse già successo di dover subire un'esperienza così umiliante, vi sarà utile a comprendere il punto al quale questo paese è arrivato. Abbraccio Roberta e la ringrazio per aver voluto condividere con noi la sua storia.

---
Non senza difficoltà, decido di inviare copia della lettera spedita all'Ufficio Relazioni con il pubblico dell'Ospedale S.Anna di Torino. Per quanto piccola sia questa vicenda, è sempre dalle piccole cose che comincia il decadimento. Ma la verità è che non sono ancora riuscita a scrollarmi di dosso l'umiliazione, forse questo mi aiuterà.
Grazie.

Nella nostra città abbiamo certamente un centro di riferimento d’eccellenza per la diagnosi precoce e la terapia chirurgia dei tumori al seno e all’apparato genitale femminile. Concordo appieno con la presentazione ufficiale dell'Azienda Ospedaliera S. Anna di Torino. Anzi, aggiungo i miei elogi sinceri per la Cattedra C, ambulatorio al piano terra, che rappresenta non solo l’alta competenza specialistica nel trattamento diagnostico e l’eccellenza terapeutica, ma anche la rara capacità di tutto il personale nel relazionarsi umanamente con il paziente, facilitando così tutti gli aspetti di un rapporto necessariamente continuativo, come il mio, in un clima di fiducia e reciproca comprensione.
Fatta questa premessa, doverosa, tutto cambia quando si è costretti a un day hospital al primo piano di via Ventimiglia 3. Ometterò i nomi di tutti gli operatori incontrati, ne ricordo solo alcuni e non ritengo corretta l’informazione parziale.

Carta dei servizi – Standard di qualità - Carta di Accoglienza.
L'accoglienza all'ingresso in ospedale ed in reparto/ambulatorio da parte di personale qualificato.
Venerdì 14 maggio 2010 – h. 6.45.

Con il mio compagno entro nel reparto di ginecologia, c’è ancora odore di notte, cerco qualcuno a cui chiedere informazioni. Sento un chiacchiericcio animato arrivare da una stanzetta, intravedo le uniformi da infermiere e busso.
“Vada in fondo adesso arriviamo”. La porta si richiude e noi troviamo la saletta d’attesa dove già altre persone aspettano.
Il tempo passa, il reparto si anima. Non succede niente per un bel po’. Verso le 8, 8.30 mi pare, chiamano la prima paziente. Quasi contemporaneamente arriva anche un’infermiera, ricorda un po’ le donne attempate di certi film americani dei primi anni ’60. Penso che è finalmente ora di fare l’ accettazione. Invece, piuttosto sgarbatamente, fa uscire gli accompagnatori delle pazienti. C’è un attimo di immobile silenzio in cui è evidente che tutti si chiedono la necessità di toni così scortesi invece di un semplice invito ad attendere fuori. Noi pazienti rimaniamo sole a pazientare. Dell’accettazione nessuna notizia. In questi giorni di esami pre-operatori mi è sembrato di fare più accettazioni che analisi, e oggi niente. Mi chiedo se sanno che sono qui, voglio dire, se sanno che sono veramente venuta qui stamattina, se sono arrivata. Provo a chiedere a un infermiera dalla faccia simpatica che passa di lì, mi ricorda Zoey nella serie Nurse Jackie. Dice velocemente qualcosa che non capisco e corre via a fare le mille cose di un reparto in pieno fermento. Chiamano, un po’ alla volta le donne in attesa vengono ricoverare. Arrivano anche le 10 del mattino e il mio compagno rientra con il permesso. Se ha un permesso sanno che sono qui, è già qualcosa.
Principi fondamentali della carta dei servizi
Rispetto dei diritti, della dignita' e della riservatezza: in nessun modo l'esigenza terapeutica e organizzativa, debbono compromettere il rispetto della dignità della persona malata, gli operatori devono instaurare una relazione col paziente tale da limitarne i disagi mettendolo in condizioni di esprimere i propri bisogni ed offrendo la massima riservatezza.
Sono circa le 11, 11.30, le altre pazienti sono state tutte ricoverate, la saletta d’attesa è piena di persone venuta per visite e/o esami, e io sono qui sempre meno paziente. Nessuno mi dà informazioni, alcune donne in attesa ore prima con me le vedo già sveglie dall’anestesia. Quindi fermo l’infermiera faccia simpatica e chiedo. “Di lei se ne sta occupando la mia collega”. Vado dalla collega donna anni ‘60 che è tutta la mattina che ciondola in corsia “E lei chi è?” ribatte. Le risposte non sono solo contrastanti, ma assumono toni duri, acidi, come se fossi un'ospite indesiderata che vuole a tutti i costi imbucarsi a festa. Così per il resto del tempo. Non riusciamo ad avere informazioni, a capire. Il mio compagno ed io cerchiamo di essere il più possibile garbati nel domandare, ma le risposte arrivano secche “Senta, non ci sono posti letto, io non posso farci proprio niente!”
Ma che vuol dire, ci chiediamo, ma c’è la possibilità che mi rimandino a casa? E aspettiamo ancora. “È la sala operatoria, se non la chiamano cosa vuole?”. Comincio a perdere la pazienza, sono nervosa, agitata, la mattina è passata e io non riesco più a stare seduta. Passeggio per la corsia. La rabbia mi sale, sono a digiuno da ieri e mi gira la testa, ho la bocca impastata e vorrei solo stendermi. Ma ho bisogno di muovermi. E cammino. Quando torno indietro verso la sala d’aspetto trovo il mio compagno appoggiato al muro con la faccia tesa. Si avvicina l’infermiera faccia simpatica con passo feroce “Adesso basta eh!” Quasi urla al mio compagno. Tutto subito non capisco cosa sta succedendo. Il mio compagno, campione di nervi saldi e buone maniere, risponde garbato “Basta cosa, mi scusi?” La discussione si accende, intuisco che veniamo rimproverati per le troppe domande. Adesso è troppo, se c’è una cosa che non sopporto è di venire aggredita. Io, che sono qui da stamattina alle 6.45 e nessuno si è degnato di dirmi una semplice e rivoluzionaria frase: “Mi spiace Signora, ci sarà da aspettare. Probabilmente tutta la mattina e anche più in là. Stia tranquilla, appena possibile la chiameremo”.
Capisco i tagli alla sanità che rendono ogni giorno un emergenza, sono certa che è faticosissimo. Ma non mi risulta che si possa tagliare anche la capacità di informare.
E invece la discussione prosegue con toni sempre più alti. Sembra quasi che sfoghino su di noi le loro frustrazioni. Sento le lacrime salire agli occhi e non riesco a fermarle, tremo di rabbia, sto per avere una crisi isterica, “La sua crisi se la faccia venire al piano di sopra cara signora! Sono loro che ci mettono più ricoveri di quanti possiamo sopportare!” Sopportare? Il mio compagno ha sempre toni bassi ma fermi, e spera in cuor suo, lo so, che l’atteggiamento sia contagioso. E invece arriva l’infermiera donna anni ’60 che fa la cosa più stupida che potesse fare, picchietta velocemente il suo dito indice sul mio torace ripetendo più volte “Lei cara signora.. lei...” Non ci vedo più. E urlo. “Non mi tocchi! Non mi tocchi!”.
Quello che succede dopo è un po’ confuso.
Ho lasciato il reparto. Sono in strada, davanti all’ospedale, sotto la pioggia. L’acqua mi bagna i capelli e il viso, e per la prima volta in quella mattina provo un sollievo immenso. Respiro.
Mi viene da ridere a pensare alle raccomandazioni dell’anestesista due giorni prima. Le ho parlato dei miei attacchi di panico, ormai rari per fortuna ma sempre latenti. È per questo che scelgo la totale. Si è raccomandata che arrivassi calma in ospedale per non creare problemi con l’anestesia, mi ha suggerito anche dieci gocce di lexotan sotto la lingua.
Il mio compagno mi raggiunge. Mi parla pacatamente, come se avessi undici anni, e mi sa che in quel momento sono qualcosa di simile. Non mi chiede di rientrare, ma racconta di aver parlato con il chirurgo che nel frattempo era stato chiamato dalla sala operatoria. Persona cortese, discussione civile. Quanta gente ha perso tempo e pazienza solo perché nessuno ha detto quella semplice e rivoluzionaria frase: “Mi spiace Signora, ci sarà da aspettare. Probabilmente tutta la mattina e anche più in là. Stia tranquilla, appena possibile la chiameremo”.
Principi fondamentali della carta dei servizi
Efficienza - Efficacia: il servizio pubblico deve essere erogato in modo da garantire un ottimale rapporto tra risorse impiegate, attività svolte e risultati ottenuti.
Torno in reparto. Leggo il giornale. Passa altro tempo. Non so più neanche che ore sono, credo le 12.30 forse. Mi chiamano. Entro in stanza. “Si spogli che adesso le porto il camice”. Torna subito. Mentre l’infermiera esce ne entra un'altra che dice “Ma non è ancora pronta? In sala l’aspettano”. Non dico niente. Non voglio più dire niente. Mi cambio così velocemente da fare invidia ad Arturo Brachetti. E aspetto. Faccio due chiacchiere con la ragazza nella stanza, siamo solo in due, anche se i letti sono quattro. Mi chiede com’è che mi ricoverano così tardi. Mancava il letto, mi faccio sfuggire. Lei mi dice che il letto in cui sono è libero dalle 10 del mattino.
Voglio dormire, è l’unica cosa che penso.
Mi portano in sala operatoria. Varcata quella soglia mi sembra di essere in paradiso. Sembra strano. Ma sono felice di aver lasciato il reparto, di aver chiuso fuori quell’inferno, di non poter essere raggiunta dalle infermiere. Qui è un altro mondo e l’attività è intensa.
Una ragazzina cerca con difficoltà una vena sul braccio, non la trova. La guardo, mi sa che è il suo primo giorno da tirocinante, è più pallida di me e ha quasi paura a picchiettare sulla pelle. Chiamano il mio nome. Sono qui. “Ma non è ancora pronta?” So che non dice a me. Qualcuno corre in soccorso della ragazzina pallida, l’aiuta, le spiega. Poi fa fare a lei. Mi infila finalmente l’ago/non ago sul dorso della mano destra. Il dolore è fortissimo e ci mette un sacco di tempo. Lo so, sta imparando, è una clinica universitaria, guardo Grey’s Anatomy, fai pure ragazzina. Non voglio lamentarmi. Accolgo questa sofferenza come espiazione per la scenata in reparto, adesso ho i sensi di colpa. Mi nutro di sensi di colpa, anche laddove non hanno nessun motivo di esistere, perché avevo ragione. Mentre l’operazione ago/non ago procede lentamente, un'altra ragazza mi chiede se voglio cambiare idea e fare la lombare. Ecco, penso, il tempismo è tutto in certi casi... Ovvio che il mio rifiuto è secco e definitivo. Una tirocinante al giorno è più che sufficiente.
Ma la ragazza insiste. Spiego che potrei replicare la mia scenata isterica di qualche ora prima, provi ad informarsi con il Dottore. Il Dottore spunta dal nulla come teletrasportato. Non ha assistito al mio “intervento” in corsia ma ha parlato con il mio compagno.
Già, è stato fra il “Non mi tocchi” e la pioggia sui capelli.
La ragazza-lombare molla l’osso, mi scuso con il Dottore per prima, in reparto. Sempre il solito senso di colpa. Il Dottore mi massaggia i piedi, sorride “Non si preoccupi” e torno a rilassarmi. Mi preparano. Mi addormento. Mi risveglio. Mi portano in stanza. Sono sveglia come un grillo. Chiacchiero con le due compagne di stanza e sento storie altrettanto assurde, mi viene quasi da pensare che a me è andata ancora bene. Il mio compagno racconta le battute che ha dovuto sentire mentre ero in sala operatoria. Siamo ben oltre la maleducazione.
Verso le 20 mi chiamano per la visita e le dimissioni. Due ragazze mi visitano, compilano e mi dimettono. Chiedo quali accortezze dovrò avere nei giorni a seguire. “Ma non ce l’ha un ginecologo?”. Non importa. Mica ho più la forza di discutere, voglio solo andare a casa. Nel corridoio mi rendo conto che ho ancora l’ago/non ago con tutti i suoi tubicini nella mano. Torno indietro. Me lo tolgono quasi sbuffando. Non voglio pensare che il loro stipendio arriva anche dalle mie tasse. Mi cambio. Chissà se posso togliere le calze anti-trombo? Non ho voglia di tornare indietro, chiedo a un infermiera che ha da poco iniziato il turno, mi dice di si. Torno a casa. La notte ho gli incubi, mi sveglio di continuo. La mattina ho la mano destra viola fino alle dita. Mi spoglio per farmi una doccia e mi accorgo di avere un altro livido, bello grosso, sul braccio destro all’altezza dell’ascella. Chissà che è successo.
Ripercorro la giornata in ospedale, e mi tornano in mente il film Brazil di Terry Gilliam e i racconti di Kafka, questo è stato.
Ho voglia di chiamare la mia vecchia amica che ora lavora al tg3 e raccontarle tutto. Sono arrabbiata. E sono stanca. Invece vado dal mio medico di base, che è anche un amico, mi ascolta, e diventa una belva. Il resto della conversazione si privilegia del segreto medico-paziente.
Principi fondamentali della carta dei servizi.
Partecipazione e informazione: è garantita la partecipazione del cittadino alla prestazione del servizio pubblico attraverso una corretta informazione, la possibilità di esprimere il proprio giudizio con questionari di gradimento, di formulare suggerimenti e inoltrare reclami.Inoltre l'Azienda in collaborazione con le associazioni di volontariato e di tutela dei diritti, concordera' iniziative volte a migliorare la qualità dell'assistenza.
Buon Lavoro.
Roberta

E' tornata la religione di Stato

8 Commenti »

Fatemi capire una cosa, perché così rischio di confondermi davvero: ma 'sti precetti religiosi debbono entrarci o non debbono entrarci, nelle vicende che riguardano la salute dei cittadini?
No, perché se stabiliamo che debbano entrarci, e quindi che sia giusto infliggere alle persone iniziative tipo l'obiezione di coscienza dei medici antiabortisti, la sepoltura dei feti, il bando della Ru486 e l'esposizione di crocifissi assortiti negli ospedali, allora non si vede perché l'intervento chirurgico necessario per la circoncisione dei musulmani debba essere effettuato a pagamento, stante il fatto che se non ricordo male la religione di Stato è stata abrogata nel 1984.
Se invece riteniamo, come io troverei assai più appropriato, che la religione non debba avere nulla a che fare con la sanità pubblica, oltre ad obbligare gli islamici a pagarsi la circoncisione sarebbe opportuno eliminare definitivamente dai nostri ospedali e dai nostri ambulatori anche tutte le pratiche e i comportamenti di matrice cattolica.
Siccome mi pare che la via prescelta sia invece quella intermedia, mi corre l'obbligo di una constatazione: a quelli della Lega sta riuscendo l'impresa di coniugare integralismo e razzismo con un livello di sofisticazione mai raggiunto prima.
Anche questo, ne converrete, è un record.

Soluzione sanitaria finale

11 Commenti »

Mentre due immigrate clandestine abortiscono in casa e rischiano di rimetterci le penne per paura di essere denunciate, la giunta regionale di centrodestra del Friuli Venezia Giulia fa chiudere i quattro ambulatori, uno per provincia, in cui venivano curati gli stranieri senza permesso di soggiorno.

Per la serie: se non riesci a cacciarli tutti, siediti e aspetta che si ammalino. Poi resta a guardare mentre crepano come cani.

Facile, no?

In Italia si può!

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Si può morire dissanguati a pochi metri da un ospedale? In Italia si..

Ospedali milanesi

73 Commenti »

Il bambino che vedete è mio figlio, si chiama Lorenzo ed ha 15 mesi. Domenica a Milano faceva un caldo atroce, ero in canottiera, jeans e infradito. Lorenzo aveva la febbre e non mangiava, per il terzo giorno consecutivo. Sta mettendo i dentini e, come tutti i genitori sanno, inappetenza e febbre sono tipici sintomi di imminente dentizione. Alle 13.30, come ogni giorno, l’ho messo a dormire. Mezz’ora dopo l’ho sentito piangere, sono andata nella sua stanza e l’ho trovato in un lago di vomito e diarrea. L’ho preso in braccio e sono volata al pronto soccorso più vicino, quello della Macedonio Melloni. Appena arrivati, Lorenzo ha di nuovo rigettato. Un lago di vomito liquido. Mi si sono avvicinate due infermiere e, mentre mio figlio continuava a contorcersi e a dare di stomaco, mi hanno urlato: “Non può farlo rimettere così, dica al bambino di farlo in un catino!”. Intorno a me, neanche l’ombra di un cestino. Ho risposto, evidentemente alterata, di provar loro a suggerire ad un bambino di un anno e tre mesi dove doveva vomitare. Mi hanno portato uno scatolone di cartone: “Lo faccia vomitare qui!”. Ho risposto: “Se il vostro problema è che non avete voglia di pulire, portatemi uno straccio, non rompetemi più i coglioni e andate a vergognarvi lontano da me, ché non vi voglio più vedere”. Il pediatra lo visita, ordina esami del sangue, flebo di fisiologica per idratarlo (c’erano 37 gradi), ovviamente non può bere, perché rimetterebbe ancora di più. E’ disidratato, le piccole labbra sono tutte secche. Sta male. Mio figlio è su una barella, piange, due infermiere hanno il compito di inserirgli un catetere in vena. Conoscete tutti lo strumento: un lungo e sottile tubicino di plastica, con dentro un ago metallico sfilabile. Le infermiere gli mettono il laccio emostatico e bucano l’interno del suo piccolo gomito destro. Una volta bucata la pelle, iniziano a muovere avanti e indietro (alla cieca) il lungo ago rivestito di plastica, ruotando un po’ a destra un po’ a sinistra. Lorenzo grida di dolore, mi chiedono di montargli sopra per farlo star fermo, eseguo. Dopo ripetuti inutili tentativi una delle due afferma: “Ho rotto la vena, questo braccio non va più bene, chiama Tizio”. Un ematoma nero intanto si allarga nell’incavo del suo braccino. Arriva Tizio (e aggiungo per fortuna), che evidentemente è l’unico infermiere di turno in grado di eseguire la manovra, altre grida, ago in vena. Prelievo e flebo inserita. Lorenzo, che è un bimbo molto coraggioso, si calma tra le mie carezze. Arrivano i risultati delle analisi: gastroenterite virale acuta da Rotavirus di tipo II. Il pediatra spiega. Si tratta di un’infezione che porta infiammazione di stomaco e intestino (vomito e diarrea), non c’è cura, si può solo seguire il decorso e bisogna idratare per via endovenosa (flebo). Ricovero obbligatorio. Peccato che alla Macedonio Melloni non ci sia posto. Il pediatra di turno: “Cercherò un posto in un altro ospedale. Sono le 18.30. Alle 20: “Ho trovato posto alla De Marchi”. La De Marchi è una clinica pediatrica con ottima nomea. Mi sento sollevata. Sta arrivando l’ambulanza per il trasporto del mio e di un altro bimbo nelle medesime condizioni. I due volontari in ambulanza sono angelici (volontari, appunto). Arriviamo al nuovo ospedale, scendiamo dall’ambulanza con i bambini in braccio e i due volontari con la flebo in mano e il braccio alzato per far fluire il contenuto nei tubicini infilati nelle piccole braccia. Ci dirigiamo al pronto Soccorso, dove troviamo una decina tra infermiere e medici in tranquilla conversazione. I volontari: “Al telefono ci hanno detto di portarli qui”. Qualcuno dal gruppetto: “Non è di nostra competenza (sic!), dovete andare in reparto”. I volontari (sempre braccio alzato con flebo in mano accanto a due mamme con bambini, a questo punto piangenti, tra le braccia): “Sareste così gentili da chiamare il reparto, tanto per non farci girare ancora a vuoto…”. Telefonata e: “Andate al terzo piano”. Torniamo indietro, tutti stretti stretti tra noi, perché obbligati dai tubicini che ci collegano. Ascensore, terzo piano, porta chiusa e citofono. Citofoniamo. Niente. Citofoniamo ancora, niente. Dal vetro vediamo passare una puerpera, le facciamo segno, ci apre la porta. Dentro il deserto. Andiamo a destra, tutto il corridoio: nessuno. In fondo a sinistra, nessuno. In fondo a destra, nessuno. Torniamo indietro, i bambini sempre in braccio, sempre più disperati. A metà corridoio emergono una dottoressa e un’infermiera che ridono: “Ha ha, ci avete fatto ridere, girate alla cieca senza sapere dove andare”. Io: “ Ci fa piacere di avervi fatto ridere”. La dottoressa: “Ridere amichevolmente, s’intende”. Io, superandola: “Amichevolmente un par di palle, stronza”. Spunta un’altra infermiera: “Andate nelle due camere in fondo”. Occupiamo le stanze libere, un po’ come si fa all’università, autonomamente. Oramai anche al cinema ci sono i posti numerati e spesso qualcuno che, a luci spente, ti accompagna. Qui no. Poggio Lori sul letto, alzo le sbarre laterali. Sono inutili, a misura di adulto, un bimbo ci passa orizzontalmente solo girandosi nel sonno. E meno male che era la clinica pediatrica. Il materasso è composto da tre cuscini quadrati, di diverse altezze, il più erto genialmente piazzato al centro. Chiedo come mai non c’è il materasso, mi risponde che così, quando si sporca un pezzo, sostituiscono solo quello. Una cerata no? In bagno non c’è sapone, non ci sono asciugamani, mio figlio ha continue scariche diarroiche e io sono sempre in jeans, canottiera e infradito. Non lo posso neanche lavare col sapone. Arriva l’infermiera che attacca il turno di notte, dice che verrà per cambiare la flebo finita. Mi dice di farmi il letto (una specie di poltrona allungabile). Seee…. A Lorenzo cola il naso, le chiedo fazzoletti: “Non ne abbiamo”. Gli pulisco il nasino con le garze. Sono le 21.30. A Mezzanotte, Lorenzo riattacca a gridare, di nuovo vomito e scariche diarroiche. Si è strappato la flebo, il letto è sporco di sangue, feci liquide e vomito. Chiamo l’infermiera, mi dice di portarlo nella saletta infermeria, dove in due (ancora) tentano di inserire un nuovo catetere. Ricomincia quel bel lavoretto di ago, avanti e indietro, destra e sinistra, in ordine: nell’incavo del gomito destro, nell’incavo del gomito sinistro, polso destro, polso sinistro, caviglia destra, caviglia sinistra. Lorenzo ora urla come un matto, gli hanno fatto molto male, gli hanno frantumato tutte le vene possibili. E tappezzato di cerotti che coprono brutti ematomi neri. Memore di Tizio alla Melloni, mi permetto di chiedere se c’è qualcun altro che abbia più confidenza con i cateteri endovenosi. Le infermiere cominciano ad urlare, mi dicono che non riescono ad inserire l’ago perché il bambino (con me sopra di lui per tenerlo fermo) “si sarebbe agitato”. Alzo molto il tono della voce: “Mi sta dicendo che ci sono bambini di un anno che non si agitano mentre gli ravanate dentro la carne con gli aghi? Mi sta dicendo che sapete infilare i cateteri SOLO ai bambini sedati?”. Interviene la dottoressa del turno di notte: “L’unica soluzione è il sondino naso-gastrico”, quello di Eluana, per intenderci. Ma come? Non può bere perché altrimenti vomiterebbe ancor di più e questa gli vuol mandare il liquido direttamente nello stomaco col sondino che passa per il naso? Forse ha bevuto prima di attaccare il turno. Le rispondo: “Deve passare sul mio cadavere”. E’ l’una e mezza di notte, Lori piange, ha perso un chilo dei suoi undici totali, è sfinito. Mi si stringe il cuore come un nocciolino: il mio cucciolo sta male e tutte le persone che ho incontrato sino ad ora in ospedale hanno solo peggiorato la sua situazione. Mi danno un contenitore con 250 ml di un liquido “energetico” e mi ordinano: “Non più di un cucchiaino ogni 3 minuti”. Lorenzo è mortalmente assetato. Ci impiegherò delle ore… Rientro in camera, lo lavo con la sola acqua per tutta la notte, lo asciugo con le lenzuola. Gli somministro cucchiaini e cucchiaini di liquido zuccheroso sino alle 7 del mattino. Poi lo lascio addormentare, è sfinito, è piccolo, ha solo un anno e poco più. Ma dura poco. Alle 7.30 entra sbattendo la porta un’altra infermiera, Lorenzo si sveglia di soprassalto terrorizzato e ricomincia ad urlare. Lei: “Devo pulire la stanza” (ossia passare un mocho per terra). Le chiedo un asciugamani e del sapone: “Eh no! Quelli se li deve portare da casa!”, Io: “Sì, ha ragione, vado sempre al pronto soccorso con sapone e asciugamani”. Lei: “Io me li porto sempre dietro”. Non ho più la forza per dirle vaffanculo. L’aria condizionata è rotta e la notte a 35 gradi ha sfinito anche me. Io pago le tasse sino all’ultimo e questo è il “servizio” che due tra i meglio considerati ospedali milanesi, della regione che fa un vanto della propria sanità (“la migliore d’Italia”), mi restituisce. Ora Lori dorme. Non sono più lucida, devo riposarmi un po’ anche io: comincio a pensare che abbia ragione Berlusconi, che devo evadere il fisco. Coi soldi risparmiati potrei andare in una clinica privata……… Vi chiedo scusa per quest'ultimo brutto pensiero.

---
P. S. Allegra è ancora in ospedale, in attesa che dimmettano Lori. Non può collegarsi, ma mi ha pregato di scrivere, visto che nei commenti lo chiedevate, che Federico, il papà del piccolo, è stato sempre accanto a lei insieme all'altro figlio di tre anni. Pare Che Lorenzo stia meglio.
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