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MetilparaNobel /3

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Per una testa di serie che passa il turno con fatica, eccone un'altra che divora il suo avversario: Gabriella Carlucci si libera del povero De Romanis con una disinvoltura da fuoriclasse e pone un'autorevolissima candidatura a dire la sua fino alla fine del torneo.

Il confronto che vi propongo oggi, se possibile, è ancora più singolare: da un lato Gaetano Quagliariello, feroce avversario del testamento biologico, strenuo difensore della vita umana e autore della pregevole affermazione secondo la quale Eluana sarebbe stata uccisa (non è roba nuova, come sapete, ché già ci fu chi si produsse in un esercizio simile quando venne a mancare Piero Welby), e dall'altro Giovanna Melandri, esponente di una corrente (ahimè, tutt'altro che minoritaria) del Partito Democratico che definirei "snobismo intellettuale astrattista", consistente nello sfoggiare competenza a iosa e aria di superiorità a tonnellate. senza tuttavia peritarsi di fornire alcuna indicazione, sia pure sommaria, circa gli argomenti nei quali quella competenza si sostanzierebbe e i motivi su cui quella superiorità dovrebbe fondarsi.
Mentre vi ricordo che per esprimere la vostra preferenza avete tempo fino a domenica sera, vi ripeto il solito invito: votate, votate, votate!
E non date niente per scontato, ché in un torneo di questo livello le sorprese sono dietro l'angolo...

Pd: squadra che perde si cambia?

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I candidati che hanno collezionato il maggior numero di preferenze nel mio collegio (Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta) sono stati quelli indicati dal partito: Cofferati, Panzeri e Toia in Lombardia, Cofferati, Susta e Placido in Piemonte, Cofferati Balzani e Bonanini in Liguria (la Valle d’Aosta troppo piccola per vincere un proprio eletto). Il Partito aveva dato indicazione affinché nei territori e attraverso i circoli fossero supportate le predette candidature e, in particolare, quella di Cofferati, non proprio amata dalla base, come anche noi avevamo avuto modo di ricordare… In favore di quest’ultimo, addirittura, è stata inviata ai segretari di Federazione una lettera minacciosa:

Il suo risultato elettorale è, quindi, una responsabilità comune, che deve coinvolgere ogni struttura, ogni circolo del PD. E’ perciò necessario che in tutto il materiale elettorale compaia l’indicazione di voto per il capolista e che egli sia fortemente supportato in iniziative, incontri e in ogni momento della comunicazione politica di questa campagna elettorale. Ti chiedo di informare ogni livello comunale che poi analizzeremo insieme il risultato dei capilista nei loro territori.
Guardate coi vostri occhi come è andata: ecco gli eletti. Risultato complessivo nel collegio Nord-Ovest: 23,03%, migliora appena su scala nazionale: 26,13%. Davvero pochino, soprattutto perché solo un anno fa la cifra era ben diversa (33,2% alla Camera e 33.7% al Senato). Io credo che il numero di voti presi a queste elezioni, che sapevamo sarebbero andate male, rappresenti il numero minimo ed imperdibile di elettori democratici. Quelli che qualunque cosa accada, il proprio voto al partito non lo negano. Gli aficionados, i fedelissimi insomma. Non per niente, infatti, questi elettori hanno rispettato alla lettera, come dicevo sopra, le indicazioni di apparato. Della serie: peggio di così non può andare, perché questo è il minimo garantito che un partito fortemente organizzato sul territorio come il Pd si porta dietro come rendita naturale dei decenni di storia politica delle sue componenti originarie. Ora io mi domando: si poteva fare di meglio che accontentarsi dei soli voti dello zoccolo duro? Gli errori sono stati tanti: tanto per cominciare la composizione delle liste (a tratti impresentabili), piovute nei collegi dall’alto della Segreteria nazionale che le ha confezionate ignorando quasi del tutto le indicazioni provenienti dai territori, ma anche le faide interne (persino ostentate), i pizzini, i distinguo, le “amalgame mal riuscite”, le “fusioni a freddo”, e chi più ne ha più ne metta. Ma ai miei occhi, se non si fosse capito, il disastro maggiore è rappresentato dal fatto che nessun dirigente di rilievo nazionale ammetta la disfatta. E conseguentemente si dimetta. Il Pd perde 7 punti, lo ripeto. Un dramma. Ed oggi, di fronte ad una perdita colossale (abbiamo perso 4 ilioni e mezzo di voti) i dirigenti del Pd esultano (!) dicendo “Abbiamo fermato la destra” o spiegano all’IdV, che ha fatto il pieno di voti, che l’antiberlusconismo non paga (quel genio della Melandri). Intanto a Roma si incontrano, sempre gli stessi, per stabilire chi tra loro sarà il prossimo segretario. Bersani, D’Alema, Marini, Franceschini, Rutelli, ecc. ecc. Possibile che nessuno parli di dimissioni? Squadra che perde, non si cambia? La chance di lasciare il posto a qualcun altro che, chissà, forse potrebbe fare di meglio, ce la vogliamo del tutto negare? Non doveva essere un partito aperto, contendibile, il nostro? O erano solo parole?

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